I divertimenti pubblici dei Romani nella tarda antichità

I principali svaghi degli aristocratici nelle loro tenute di campagna consistevano nell’andare a caccia, nel leggere, e nello scrivere. Al contrario, nelle grandi città le occasioni per divertirsi erano molteplici, e in tale prospettiva Antiochia era celebre per la sua vita gaudente. L’imperatore Giuliano, riferendosi ad Antiochia, scrisse: “Una città in cui sono molti i ballerini, molti i flautisti, mimi più che cittadini, ma non c’è alcun rispetto per chi governa“.

Anche Ammiano Marcellino tracciò un quadro desolante delle frivole abitudini degli aristocratici e della plebe a Roma. I vizi di Roma, a suo giudizio, si erano così tanto accresciuti a causa della condiscendenza dei magistrati. Egli affermava che i ricchi, avvolti da vesti in seta, si recavano alle terme con un folto seguito di servi, e quando venivano a sapere dell’arrivo di una nuova prostituta, le si stringevano attorno per corteggiarla “con indegne lusinghe“, e aggiunse che si trattava degli stessi uomini che avevano censurato un senatore per aver baciato la moglie dinnanzi alla figlia.

Essi assumevano atteggiamenti affettati anche mentre camminavano per le vie o nei rapporti con gli altri, tendendo le mani da far baciare, e accorrevano a veder l’arrivo di nuovi cavalli o aurighi.

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Nelle case, poi, Ammiano affermava che i nobili si circondavano di adulatori e oziosi chiacchieroni, e che la cultura non dava mostra di loro stessi e alcuni “odiandola come il veleno” si limitavano a leggere Giovenale e le (perdute) biografie di imperatori di Mario Massimo.

Per passare il tempo erano attratti dal gioco d’azzardo coi dadi. Un passatempo molto diffuso, che a volte contagiava anche il clero. Mentre la plebe si dava al troppo vino, ai dadi, ai bordelli, e agli spettacoli.
Durante gli spettacoli scenici, le persone esprimevano in modo grossolano il consenso o il disappunto fischiando agli attori, o applaudendo e gridando “per te ille discat“, espressione del tutto insulsa, poiché, come nota lo storico, nessuno era in grado di dire cosa si dovesse imparare.

I divertimenti pubblici erano una componente fondamentale della vita sociale nell’impero e suscitavano l’interesse di tutti i ceti sociali della popolazione. Ciò è anche ben dimostrato dal cosiddetto Cronografo, un’opera scritta nel 354 d.C. dal calligrafo Filocalo, in cui risulta che, all’interno del calendario, 177 giorni sono dedicati ai giochi, ben cento giorni in più di quelli previsti in epoca augustea. Di questi 177: 100 erano dedicati ai ludi scaenici, 66 a quelli circenses, e solo 10 ai munera.

Interessante notare che ancora nel IV secolo, alcune di queste giornate dedicate ai giochi coincidano con festività pagane, mentre più della metà con celebrazioni imperiali connesse alla figura o all’attività del sovrano, che resta il più grande evergeta.

dittico Basilewsky, San Pietroburgo (Russia), Museo dell’Ermitage

Fin dall’età repubblicana, i ludi publici rappresentavano un elemento essenziale nella vita della città antica. Essi erano celebrati con regolarità in occasione di feste religiose, previste dal calendario romano, o in corrispondenza di funerali, candidature, assunzioni a cariche pubbliche, inaugurazioni, vittorie e trionfi. Tali giochi dunque non si configuravano mai come un semplice svago, ma costituivano un momento saliente della vita sociale e polita della città e di ogni cives, che nel parteciparvi percepiva in modo tangibile l’appartenenza alla comunità e la propria identità.

Gli spettacoli erano divisi in ludi circenses, scaenici, e munera. All’ultima categoria appartenevano anche le ventiones, termine col quale i Romani indicavano sia le cacce con belve feroci sia semplicemente la loro esibizione o sfilata. In origine, infatti, questo tipo di intrattenimento non costituiva uno spettacolo a sé stante, ma era unito ai munera, che al contrario costituivano il pezzo forte e più atteso dal pubblico. Anche se uniti in epoca augustea, le venationes non condividevano con i giochi gladiatori il loro carattere religioso dell’origini (i primi munera risalgono al III secolo a.C.). Ma, come i gladiatori, anche i venatores (o bestiarii) erano di condizione servile o liberti, raramente uomini liberi.

La presenza di fiere esotiche all’interno di tali spettacoli dimostrava il dominio e la vittoria di Roma su tutto il mondo conosciuto.

In epoca tardo antica, nonostante la diffusione del cristianesimo, giochi e spettacoli (di derivazione pagana) continuarono a rivestire un ruolo di importanza per scandire i ritmi della vita cittadina. Anche se cristiani e moralisti pagani si scagliarono contro il furor dei munera, i quali con la loro esibizione di virilità, capacità belliche, e forza fisica non rispondevano più agli ideali del pubblico. Nel IV secolo d.C., si assistete inoltre al raggiungimento dell’apice, soprattutto per quanto riguarda le venationes. Queste vennero viste come una trasposizione della lotta fra il bene e il male, incarnato dalle belve. Le venationes da semplici cacce o sfilate assunsero un carattere che Cassiodoro nelle Variae arrivò a definire di “giochi pericolosi”. Si trattava infatti di spettacoli di destrezza, in cui lo scopo del venator era quello di sfuggire alla belva tramite l’utilizzo di diversi strumenti: cochlea (ossia un recinto girevole in grado di aizzare e disorientare l’animale), contomonobolon (lance), ericius (una sorta di gabbia ovale che fungeva da rifugio), tichobates, ecc.

dittico eburneo di Areobindo (506)

Fra i giochi, i più amati e attesi erano però quelli dell’ippodromo: tutti vi si riversavano ancor prima che facesse giorno.

La prima attestazione dei ludi circenses, secondo lo storico Livio, sarebbe da riferire al mitico re di Roma, Romolo, che li organizzò in concomitanza del celebre episodio del ratto delle Sabine. Tuttavia, è più cauto affermare che essi risalgano alla prima metà del VI secolo a.C. Come i munera, in origine, anche le corse dei carri (come ben testimonia la posizione del Circo Massimo in Roma) avevano una valenza religiosa, confermata anche da Tertulliano nel De spettaculis. Man mano, così come per i giochi gladiatori, la connessione con la sfera del sacro venne meno, ma non diminuì affatto l’importanza dei giochi equestri e dell’ippodromo, tanto che nel IV secolo d.C. il loro programma si arricchì con giochi di destrezza e ludi molles.

Ammiano Marcellino ne testimonia, anche se con una certa disapprovazione, la loro importanza: “Tutto il tempo che gli è concesso di vivere, lo consumano tra il vino, i dadi, le crapule, i divertimenti e gli spettacoli; il Circo Massimo è insieme il loro tempio, la loro dimora, la loro assemblea e il centro delle loro smaniose speranze”.

Per l’allestimento di tali divertimenti esistevano delle vere e proprie società sportive, dette factiones, distinte in rossi, bianchi, azzurri, e verdi. L’organizzazione fu estesa da Roma, dove già esisteva dall’epoca del principato, ad altre città dell’impero, in particolare a Costantinopoli, dove assunsero maggior importanza le fazioni dei verdi e degli azzurri, che assorbirono di fatto le altre squadre, mutandosi già nel V secolo d.C. in una sorta di partiti politici spesso fonte di sconvolgimento dell’ordine pubblico.

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ceramica sigillata nordafricana con scena di corsa di carri. Tali manufatti copiavano l’iconografia dell’argenteria. IV – V secolo d.C., Atene, Benaki Museum

Ogni factio aveva i propri sostenitori, e come ben ricorda anche Procopio di Cesarea, verdi e azzurri si combattevano senza ritegno, anche in modo violento, superando legami di sangue e di amicizia. Da questo fanatismo non erano esenti nemmeno le donne, sebbene fosse loro vietato di recarsi ad assistere alle corse.

Il compito propriamente sportivo delle factiones era quello di fornire personale necessario al funzionamento degli ippodromi.

Gli aurighi erano personaggi popolari, tanto da essere oggetto di particolare attenzione, e in loro onore erano erette statue.

Le corse con i carri si conclusero solo nella metà del VI secolo d.C., e vennero definite dai cristiani delle “emanazioni del demonio”.

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Dittico dei Lampadi, fine IV – inizio V sec. d.C., Brescia, Musei Civici di santa Giulia

I consoli e i giochi

L’organizzazione degli spettacoli nelle città ricadeva sulle amministrazioni locali e la spesa era a carico perlopiù dei decurioni, mentre a Roma e Costantinopoli era sostenuta dal Senato e in misura minore dai sovrani.

L’esercizio delle antiche magistrature repubblicane sopravvisse ma senza il valore reale e implicava l’allestimento di pubblici divertimenti.
A Roma, all’inizio del IV secolo, l’onere ricadeva su pretori, questori, consoli, e consules suffecti, ossia sostituti del console in carica. A Costantinopoli esistevano solo giochi consolari e pretori, questi istituiti da Costanzo II.

In seguito, i giochi dei consules suffecti scomparvero e alla fine del IV secolo, i senatori potevano cavarsela col solo ludo questorio, il meno caro.

I giochi pretori erano considerati ugualmente un carico finanziario notevole, e nel VI secolo vennero meno a Costantinopoli, ma erano ancora presenti in Occidente, nello stesso periodo in cui il filosofo e aristocratico Severino Boezio scrive che: ” la pretura, un tempo grande magistratura, ora è un nome vuoto e un grave peso per le finanze di un senatore” (De consolatione philosophiae, 524 – 525 d.C.).

dittico di Boezio (487), Brescia, Musei Civici di santa Giulia

Il peso maggiore tuttavia ricadeva sui consoli ordinari, ovvero quelli effettivamente in carica, tenuti ad offrire alla plebe spettacoli costosi e splendidi. Ma se a Roma, l’aristocrazia poteva spendere il proprio denaro senza troppe difficoltà, anche se vi era comunque una legge del 372 che esortava i senatori a divedersi le spese; la situazione a Costantinopoli era ben diversa e non di rado poteva capitare che i membri della classe senatoria contraessero ingenti debiti. Nel Codice Teodosiano si legge che il prefector urbis aveva l’obbligo di contribuire alle spese dei giochi, ed erano previste sanzioni per gli “assenteisti”. Altre sanzioni sono riportate da Costantino, il quale prevedeva il pagamento di un’ammenda alla città pari a cinquantamila modii di grano e un rimborso per i censuales.

Alcune lettere (393 e 401 d.C.) di Quinto Aurelio Simmaco ci illustrano con chiarezza quale fosse l’onere e l’impegno legati alla preparazione dei giochi e le preoccupazioni legate alla loro ottima riuscita. Egli si rivolse dapprima a Stilicone, per poter disporre dell’anfiteatro e per ottenere gratuitamente abiti in seta e di poter dare uno spettacolo acquatico, non curante dell’illegalità delle sue ultime due richieste. Scrisse inoltre ad amici in Spagna chiedendo aiuto per l’acquisto di animali; domandò poi ai magistrati africani antilopi, animali esotici, e cacciatori che potessero affrontare le fiere nell’arena. Ottenne infine orsi, coccodrilli, segugi irlandesi, e leopardi. Chiese inoltre al prefetto di Roma, allora suo genero, di inviare milites in Campania per ricercare una compagnia di aurighi e attori. Il suo programma doveva poi essere concluso dai giochi gladiatori: gli era stati promessi dall’imperatore alcuni prigionieri sassoni, ma quando si seppe del suicidio di ventinove di questi, si ripiegò sull’arruolamento di volontari.

Il console entrava in carica a seguito di una cerimonia solenne il primo di Gennaio. All’alba rivestiva in casa propria le insegne e distribuiva a parenti e amici i dittici e altri doni per celebrare l’avvenimento. Il primo atto solenne era noto col nome di processus consularis , ossia un corteo di inaugurazione, durante il quale il console veniva portato a braccia su una portantina e gettava denaro alla folla (sparsio). Questa usanza fu però abolita nel V secolo d.C. da Marciano che vietò tale elargizione di monete auree. Nel 537, venne ripristinata da Giustiniano consentendo la sparsio di poche monete d’argento.

Il consolato era una carica senza sostanza, ma non per questo meno ambita per via del prestigio che comportava. I consoli ancora avevano il privilegio di dare il proprio nome all’anno, secondo l’antica usanza romana. Questa venne mantenuta fino al 534 d.C. Il declino del consolato ordinario si ebbe sotto Giustiniano, a causa soprattutto dei costi che comportava.
Una legge dell’Agosto del 537 proibiva infine di dare il nome all’anno, o se non vi era il console, di contare gli anni dall’ultimo consolato, introducendo così l’obbligo di datare gli atti secondo l’anno di regno del sovrano e il ciclo di indizione, ovvero il periodo di imposizione fiscale di una durata di quindici anni. Ridimensionava inoltre gli obblighi del nuovo console, al quale erano richiesti solo sette spettacoli.

Nello stesso anno, Giustiniano tentò di rianimare il consolato, ma abbattendone i costi. Nella Novella Iustiniani 105, il sovrano non metteva in discussione la necessità dell’evergetismo consolare, ma al contrario elencava anche l’ordine e la durata dello svolgimento dei giochi, che dovevano durare al massimo sette giorni. La strada intrapresa da Giustiniano inoltre lasciava al console la possibilità di determinare i livelli di magnificenza delle esibizioni. La riforma giustinianea intendeva da un alto ridurre le spese private e dall’altro ostacolare le ambizioni dei consoli. La promulgazione di tale legge gli fu probabilmente suggerita dal prefetto del pretorio Giovanni di Cappadocia, e, a quanto pare, l’imperatore la redasse personalmente. Di lì a poco comunque il consolato ordinario sparì definitivamente e Giovanni di Cappadocia venne rimosso dall’incarico nel 541 per un intrigo di palazzo. Sopravvissero tuttavia il consolato onorario e quello imperiale, ossia l’assunzione della dignità consolare da parte dell’imperatore. Ma se questo durò solo fino al secolo successivo, il consolato onorario perdurò ancora allungo divenendo ypatos.

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dettaglio di mosaico di fine II secolo d.C. con scena di danza

Ludi molles

I ludi molles erano spettacoli “leggeri” con mimi e pantomimi, danzatori, giocolieri, acrobati e saltimbanchi, con la presenza di musici che accompagnavano con i loro strumenti le esibizioni che potevano avvenire in ambienti pubblici o privati (specie in occasione di banchetti). Questi forse più di ogni altro tipo di rappresentazione o spettacolo dimostrano il gusto grossolano dell’epoca che aveva ridotto al minimo l’interesse per il teatro antico, sebbene non fosse caduto del tutto in desuetudine.

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A partire addirittura dal Principato furono soprattutto i mimi che acquisirono fama e notorietà.

Elemento incisivo era la presenza femminile, che rendeva il tutto più eccitante. Tali spettacoli inoltre spesso si concludevano con uno spogliarello. Ma entrambe queste forme di spettacolo presupponevano una grande abilità nella danza.

Stele della mima Bassilla, III secolo d.C., conservata al Museo Archeologico Nazionale di Aquileia (UD)
La donna, di probabili origini orientali, doveva essere una sorta di celebrità nei primi decenni del III secolo d.C., come ben testimoniano i versi del suo epitaffio (a lei dedicati dal suo capocomico e dalla sua compagnia), che la ricordano come “decima Musa“, e ne annoverano i successi teatrali e gli applausi del pubblico.
Il testo recita: “Il bravissimo attore Eraclide donò questo monumento a colei che in passato, in molti luoghi e in molte città, colse sulla scena scroscianti applausi per il versatile talento nel recitare e nel danzare, a colei che spesso sulle scene morì, ma mai come questa volta: alla mima Bassilla, decima Musa. Anche da morta essa ottenne un onore uguale a quello che godeva da viva poichè il suo corpo riposa in un suolo sacro alle Muse. I tuoi colleghi ti dicono: “Stai tranquilla Bassilla, nessuno è immortale!

La moda dilagò anche tra gli aristocratici, tanto che Ammiano Marcellino affermava che le dimore che un tempo ospitavano filosofi e oratori, al suo tempo son pieni di cantanti e maestri di ballo. Anche un’altra figura colta e raffinata del suo tempo, Simesio, costretto a lasciare la su abitazione in campagna per l’assunzione di un incarico pubblico, non solo rimpiangeva il tempo che dedicava allo studio, ma le sue preoccupazioni erano rivolte ad uno schiavo da lui comprato come maestro di ginnastica, che altro non era che un poco di buono, che si dilettava fra combattimenti di galli, bettole, e gioco d’azzardo.

scena di cerimonia bacchica, IV – VI secolo d.C.

La maiuma

Altra forma di divertimento che piaceva moltissimo era la maiuma, di cui non si conosce molto se non che era uno spettacolo licenzioso.

Di origine siriaca, forse della città di Gaza, il cui porto aveva il medesimo nome (che significa “acqua del mare”), la maiuma durava trenta giorni, mentre altrove era più limitata nel tempo, e consisteva in processioni notturne, rappresentazioni sceniche ispirare ai miti di Bacco e Venere, e banchetti sontuosi.

A volte fu proibita dagli imperatori, ma forse per via della pressione dell’opinione pubblica, venne ripristinata e sappiamo che veniva ancora eseguita nell’VIII secolo a Costantinopoli.

Analoghi divieti colpirono a volte anche le venationes e gli spettacoli dei mimi, ma con scarsi risultati.

statuetta di danzatrice (IV secolo d.C.), Aquileia (UD), Museo Archeologico Nazionale

Il difficile rapporto con la Chiesa

L’occasionale presa di posizione della legge civile contro i giochi o rappresentazioni sceniche come quella della maiuma era una diretta conseguenza dell’ostilità del clero nei confronti di tali svaghi, considerati indecenti e retaggio del passato pagano, ad un punto tale che ad attori, attrici, ed aurighi era interdetto il sacramento del battesimo, almeno che non rinunciassero alla professione, ed erano scomunicati se la riprendevano.

Testimonianza di tale intolleranza del clero nei confronti dei divertimenti è ben testimoniato da un episodio del 434, anno in cui il prefetto di Costantinopoli Leonzio cercò di restaurare nuovamente i giochi olimpici a Calcedonia. Contro di lui, si scagliò duramente sant’Ipazio che minacciò il prefetto di presentarsi all’inaugurazione delle gare con una folla di monaci e lo accusò di idolatria.

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La letteratura cristiana contiene inoltre innumerevoli ammonimenti contro gli spettacoli già a partire II secolo. A tal riguardo, di particolare interesse è l’opera polemica De gubernatione Dei, scritta tra il 440 e il 450 dal prete Salviano di Marsiglia. Il testo venne redatto come risposta alle lamentele dei cristiani che di fronte al disastro della caduta dell’Impero Romano d’Occidente giusero a metter in discussione l’operato provvidenziale del Signore. L’ecclesiastico, rovesciando la prospettiva, affermava che l’accaduto fosse una causa diretta dei vizi e dei peccati degli uomini del suo tempo, e aggiunse che uno degli aspetti tangibili di questa immoralità era da riscontrare negli spettacoli e nei giochi che continuavano ad essere praticati ovunque, eccezion fatta per le città distrutte dai barbari come Treviri o Magonza, o in quelle talmente ridotte in miseria da un poterselo permettere.

Risultava inoltre del tutto incomprensibile ai suoi occhi di moralista che la città di Treviri, dopo aver subito tre devastanti saccheggi, chiedesse all’imperatore la restaurazione dei divertimenti dell’ippodromo.

Bibliografia

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G. Ravegnani 2016, Teodora

G. Ravegnani 2017, Imperatori di Bisanzio

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