Il divorzio nella Roma Antica

A differenza di ciò che possiamo pensare, divorziare nella Roma Antica (almeno nel periodo del Principato) era semplicissimo.

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Questo era detto in latino divortium, che deriva da divertere, ossia “separare”.

Uno dei più grandi giuristi romani, vissuto tra il II ed il III secolo d.C., Giulio Paolo, affermava che c’erano quattro motivi per cui poteva esser annullata l’unione matrimoniale:

  • Divorzio
  • Morte del coniuge
  • Prigionia di guerra
  • Schiavitù in varie forme.

Divorziare era molto più comune di morire, in un mondo in cui la mortalità era onnipresente nella vita quotidiana. Il divorzio non necessitava d’alcuna formalità giuridica, ma si basava sul mutuo consenso dei due coniugi.  Bastava che uno dei due annunciasse davanti all’altro e sette testimoni di voler metter fine alla loro unione.

Questo perché dato che anche il matrimonio era essenzialmente la volontà di viver assieme, essendo basato sull’ affectio maritalis, quando questo affectio viene meno, in uno o in entrambi i sposi, avveniva lo scioglimento dell’unione.

Eventuali patti o vincoli penali, sottoscritti prima delle nozze, che prevedevano pene per coloro che avessero divorziato, erano considerati non validi giuridicamente.

Però, nel caso il marito avesse divorziato dalla moglie senza un valido motivo, questi era tenuto a restituire la dote, o a rinunciare alla sua restituzione.

L’atto di annunciare il divorzio prendeva il nome di repudium. Questa parola ha la sua etimologia in re e pes, letteralmente “scacciare col piede”.

Anche se non era prevista alcuna formalità, c’erano, però, delle frasi che andavano pronunciate per “ufficializzare” la separazione: Tuas res tibi habeto! o Tuas res tibi agito! Altra formula comune era: Vade fora!

Solitamente, era il marito a dire queste parole. La donna, poi, doveva raccogliere le sue cose, e restituire le chiavi di casa (donate i giorni seguenti alle nozze). Questo era un gesto simbolico, dato che, generalmente, era la moglie ad occuparsi dell’economia domestica.

Raramente erano dette dalla moglie, ma poteva succedere se lei avesse avuto un certo ascendente su di lui e avesse portato un’ingente dote.

A volte poteva capitare che a pronunciare queste frasi non fosse il diretto interessato, ma il suo liberto, che fungeva quasi da ambasciatore.

Nel tardo antico si diffuse poi un’altra pratica, detta libellus divortii, in cui il liberto recapitava al coniuge una lettera.

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Infine, al fine d’evitare incomprensioni, si stabilì che un breve allontanamento, dovuto magari ad una lite o un disaccordo, non poteva esser considerato valido come divorzio. Bisognava che uno dei due si allontanasse per un lungo periodo, o che si risposasse nel frattempo.

In epoca repubblicana poteva anche essere il padre dei uno dei due sposi ad annullare l’unione, senza il consenso dei due.
Nei secoli precedenti, solo il marito poteva divorziare dalla moglie, e solo per quattro motivi:

  • Se lei fosse stata colpevole d’adulterio
  • Se fosse stata ubriaca
  • Se fosse ricorsa a filtri magici o veleni per abortire all’insaputa del marito
  • Se ella avesse praticato la magia o preparato veleni.

In epoca repubblicana si aggiunsero altri motivi:

  • Se la donna fosse stata sterile
  • Se si fosse mostrata a capo scoperto in pubblico
  • Se fosse stata sorpresa a parlare con liberte o altre donne di dubbi costumi
  • Se fosse andata ad assistere a dei spettacoli gladiatori, senza aver prima avvisato il marito.

Ovviamente, tutto ciò era possibile per via del matrimonio cum manu, ma con il progressivo dilagare della forma sine manu, anche le donne potevano ripudiare esse stesse il consorte. Si trattava comunque di casi rari, dato che gli eventuali figli sarebbero rimasti nella casa paterna, e la donna non avrebbe più potuto rivederli.

Augusto emanò una legge che obbligava l’uomo a divorziare in un lasso brevissimo di tempo se avesse sorpreso la moglie rea d’adulterio, altrimenti sarebbe stato accusato di lenocinio. La donna era invece costretta all’esilio, e le venivano tolti la metà della dote ed un terzo delle sue proprietà. Anche il suo amante, se sposato, era costretto all’esilio.

Solo nel periodo imperiale si assiste a casi di divorzio sine causa. Ciò dimostra come la donna avesse raggiunto un’uguaglianza di diritto pari a quella dell’uomo, almeno in questo campo – e anche se va ricordato che ciò era prerogativa principalmente delle donne ricche.

Questa facilità fece crescere esponenzialmente il numero di divorzi, ovviamente sempre nel ceto aristocratico, che usava la pratica matrimoniale per stringere alleanze.

Una pratica che anche gli imperatori sfruttarono, costringendo certi matrimoni a finire. Si stima che tra il periodo compreso tra il regno di Augusto e quello di Domiziano (27 a.C.-96 d.C.), almeno una decina di divorzi avvennero proprio per volontà imperiale.

Molti intellettuali e moralisti si scagliarono contro questa “nuova moda”. Prima tra tutti Giovenale, che accusa gli uomini di lasciar le proprie mogli, non appena si presentasse qualche segno dell’età; ma a lui fanno eco le parole di Seneca, e Marziale.

Infine, è interessante notare come in latino non esista un termine per indicare “zitella”, tranne forse uno che si avvicina molto, vetula virgo, ossia “vecchia vergine”.

Questo perché le ricche matrone erano considerati degli ottimi partiti, e c’erano una sfrenata guerra per aggiudicarsele o entrare nelle loro grazie; mentre per sfogare i più sfrenati piaceri sessuali v’erano a disposizione un gran numero di schiave, prostitute, e liberte.

Bibliografia essenziale

A. Angela 2016, Amore e sesso nell’antica Roma.

F. Cenerini 2013, La donna romana

F. Dupont 1990, La vita quotidiana nella Roma repubblicana

D. Gourevitch, M. T. Raepsaet-Charlier 2003, La donna nella Roma antica


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