Nel 15 d.C. Germanico, nipote di Tiberio, ha iniziato la campagna di 𝘶𝘭𝘵𝘪𝘰 (vendetta sacra) contro le popolazioni germaniche, a seguito del tradimento di Arminio e del disastro di Teutoburgo, avvenuto ormai sei anni prima.
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La prima spedizione militare che vede Germanico come comandante (già aveva attraversato il Reno, qualche anno prima, ma come sottoposto dello zio Tiberio) è anche motivata, almeno ufficialmente, dalla volontà di prevenire colpi di testa da parte dei Germani, a seguito della recente morte di Augusto nel 14 d.C.

La campagna si apre nel migliore dei modi.
Infatti, dopo una rapida spedizione contro i Bructeri, “devastando il territorio tra i fiumi Amisia [Ems] e Lupia [Lippe]”, come sintetizza Tacito, viene ritrovata presso questi ultimi una delle tre aquile legionarie perduta nella disfatta di Varo – si tratta dell’aquila della XIX legione.
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Dai superstiti di Teutoburgo che sono al seguito del suo esercito – e presumibilmente non pochi soldati -, Germanico viene a sapere che si trova proprio vicino al 𝘴𝘢𝘭𝘵𝘶𝘴 𝘛𝘦𝘶𝘵𝘰𝘣𝘶𝘳𝘨𝘦𝘯𝘴𝘪𝘴, la selva di Teutoburgo.
Da lunghi anni nessun romano metteva piede in quel tratto di foresta, e si diceva, senza che nessuno avesse potuto verificare, che ancora vi fossero i resti insepolti delle tre legioni di Varo.
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Germanico decide che è ora di andare a controllare e, se sarà possibile, rendere finalmente i dovuti onori ai caduti nell’agguato.
Invia in avanti il 𝘭𝘦𝘨𝘢𝘵𝘶𝘴 Aulo Cecina Severo, per esplorare i boschi (sia per trovare i luoghi della disfatta variana, che per non farsi cogliere in attacchi a sorpresa dei Germani) e per edificare ponti e passaggi, per meglio attraversare gli acquitrini.
Le legioni quindi marciano nella foresta, e come racconta sempre Tacito, “avanzavano in quei luoghi mesti, deprimenti alla vista e al ricordo”.
Alla fine, Germanico e i suoi uomini raggiungono i luoghi che, nel corso di tre (o forse quattro) giorni, videro la distruzione delle tre legioni di Varo e del suo comandante.
Il risultato di quei quattro giorni era ancora lì, perfettamente visibile, a sei anni di distanza.

Le parole della nostra fonte principale, il già menzionato Tacito (Annali I, 61), non hanno bisogno di parafrasi o di adattamenti.
Converrà quindi qui citarle per intero.
“Il primo campo di Varo denotava, per l’ampiezza del recinto e le dimensioni del quartier generale, il lavoro di tre legioni; poi, dal trinceramento semidistrutto, dalla fossa non profonda, si arguiva che lì si erano attestati i resti ormai ridotti allo stremo.
In mezzo alla pianura biancheggiavano le ossa, sparse o ammucchiate, a seconda della fuga o della resistenza opposta. Accanto, frammenti di armi e carcasse di cavalli e teschi confitti sui tronchi degli alberi.
Nei boschi vicini, altari barbarici, sui quali avevano sacrificato i tribuni e i centurioni di grado più elevato.
I superstiti di quella disfatta, sfuggiti alla battaglia o alla prigionia, raccontavano che qui erano caduti i legati e lì strappate via le aquile, e dove Varo avesse subito la prima ferita e dove il poveretto, di sua mano, avesse trovato la morte; da quale rialzo avesse parlato Arminio, quanti patiboli e quali fosse avessero preparato per i prigionieri e come, nella sua superbia, Arminio avesse schernito le insegne e le aquile.”
Riconoscere e onorare tutti quei caduti come singoli soldati, è ormai impossibile.
Germanico decide così che sarà eretto un monumento a ricordo di tutti i morti di Teutoburgo, con i resti stessi.
[Leggi anche Marco Celio, centurione morto a Teutoburgo (9 d.C.). Una (possibile) storia.]
Le ossa vengono tutte raccolte in un solo luogo (oggi non ancora identificato), e sul grande mucchio di ossa sarà eretto un tumulo.
È lo stesso Germanico a porre la prima zolla, “un nobile gesto d’onore verso i morti e di partecipazione al dolore dei presenti.” – infatti tanti dei legionari e dei probabili civili al seguito di Germanico sono amici e parenti dei caduti di Teutoburgo.
Tiberio, quando verrà a sapere della decisione di Germanico, non approverà il forte gesto del nipote: teme infatti che portare i soldati sul luogo del disastro di Varo possa avere effetti negativi sul morale e sulla combattività delle truppe.

Tuttavia, non è la paura a montare nei legionari di Germanico. Del tutto al contrario.
“Dunque sei anni dopo quella strage, c’era lì un esercito romano a seppellire le ossa di tre legioni, senza che alcuno sapesse se ricopriva di terra i resti di un estraneo o di uno dei suoi, ma tutti li sentivano come congiunti, come consanguinei, e cresceva in loro, mesti e furenti a un tempo, la rabbia contro il nemico.”
Germanico, nonostante sia il comandante e con il ruolo di augure, officia i riti funebri – un altro gesto non approvato da Tiberio.
Germanico tornerà sul posto l’anno successivo, per la seconda e ultima campagna contri Germani, che culminerà con la vittoria di Idistaviso.
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Trova però che i Germani “Avevano però distrutto il tumulo da poco eretto alle legioni di Varo e l’antica ara innalzata in memoria di Druso [suo padre].”
Germanico decide di ricostruire l’ara per il padre e di guidare la sfilata delle legioni, in onore del padre.
Tuttavia, per non motivi non chiariti nelle fonti, il nipote di Tiberio decide di non ricostruire il tumulo in onore dei caduti di Teutoburgo.
Ancora oggi non è stato individuata alcuna traccia del monumento funebre per i soldati caduti nella 𝘤𝘭𝘢𝘥𝘦𝘴 𝘷𝘢𝘳𝘪𝘢𝘯𝘢, che possono però almeno “accontentarsi” del fatto che ancora oggi, a più di duemila anni di distanza, continuiamo, nel bene e nel male, a parlare di loro.
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Bibliografia essenziale
Fonti
Tacito, Annales
Velleio Patercolo, Storia romana
Studi
U. Roberto 2018, Il nemico indomabile. Roma contro i Germani
