I colori nel mondo antico. (2) Verde e blu

Verde

Per indicare il verde troviamo, in lingua greca, una vasta terminologia, che spesso può indicare anche altri colori, come il blu.

Tra questi termini troviamo: kyáneos, che generalmente indica un colore scuro; glaukós, termine che indica un pallore o una scarsa concentrazione di colore, e che spesso indicava pigmenti come il giallo, il verde, il marrone, o il blu; chlorós, un colore debole tra il giallo ed il verde.
In epoca ellenistica, fa la sua comparsa una nuova parola, prásinos, forse con qualche influenza della lingua latina, che indicava generalmente un verde scuro.

Per Greci e Romani, il verde sembra apparire incolore, senza particolare importanza, almeno fino al III – II secolo a.C.

Gli unici colori degni di nota erano considerati infatti quelli artificiali, ottenuti dall’uomo, mentre il verde era evidentemente l’onnipresente colore della natura per eccellenza.

A differenza di altre culture del bacino mediterraneo, per i Greci e i Romani il verde non aveva alcun ruolo sociale, nelle attività umane, né tantomeno un ruolo religioso o legato all’immaginario simbolico.

Al contrario, nell’Antico Egitto il verde era considerato un colore benefico, ricercato, addirittura protetto (per esempio, gli Egizi vedevano il coccodrillo di colore verde, ed era proibito uccidere questo animale).
Gli antichi Egizi ritenevano che il verde allontanasse gli spiriti maligni e aiutasse i defunti nel loro viaggio ultraterreno. Non a caso questo era il colore del volto del dio Osiride, dio dell’aldilà, ma anche della vegetazione, e di conseguenza simbolo di rinascita, fertilità, resurrezione.

Nell’Egitto faraonico, questo amato pigmento era ottenuto con limatura di rame con aggiunta di sabbia e potassa.

Il geroglifico per indicare il verde era uno stelo di papiro, altro simbolo positivo.

Raffigurazione di Osiride

I Romani e il verde

Presso i Romani, il verde era detto viridis, termine la cui etimologia rimanda ad altre parole con significati positivi, come: vita, ver (primavera), vis (forza”), vir (uomo), virtus (virtù), verga.

Nel I secolo a.C., Varrone scriveva: viride est id quod habet vires, ossia “verde è ciò che ha vigore”.

Virens è un participio presente del verbo vivere, con la stessa valenza di viridis, a indicare l’ardore, il coraggio, e la giovinezza.

Inoltre, i Latini erano soliti aggiungere dei prefissi per indicare varie sfumature di questo colore: ad esempio subviridis, ossia “verde chiaro”.

Anche se i Romani possedevano un lessico molto ampio per indicare il verde, con una connotazione generalmente positiva, ciò non implicava però che questo colore non avesse anche significati negativi o che avesse lo stesso successo anche nell’uso pratico, specie nell’abbigliamento.

In questo senso era molto più usato dai popoli celtici e germanici, i quali, al contrario dei Romani, sapevano che potevano ottenerlo anche attraverso l’unione del giallo col blu. Queste popolazioni conoscevano inoltre le tecniche per fissarlo efficacemente sulle fibre dei tessuti, oltre che un gran numero di piante tintorie.

Ai Romani, al contrario, il verde sulle vesti non piaceva per niente. Era considerato non solo difficile da fissare, ma anche instabile e poco luminoso.

Nel periodo repubblicano, questo colore era usato forse solo dai ceti bassi, ma persino gli schiavi preferivano vestirsi di marrone o comunque colori scuri.

In epoca imperiale, sotto Tiberio, le donne iniziarono a vestirsi di verde, per via delle nuove mode orientali.
Le matrone potevano permettersi di utilizzare questo colore così capriccioso anche perché potevano spesso cambiarsi d’abito.

Ritratto di donna romana con abito verde dal Fayum (Egitto).

Il nuovo vestiario provocò un certo scandalo: già dall’epoca repubblicana il verde era infatti considerato un colore sconveniente e barbarico. Le donne che si vestivano di verde erano di conseguenza considerate pacchiane ed eccentriche.
Tuttavia evitavano di usare questo colore negli eventi formali, dove era consono il colore giallo.

Solo tra il 56 ed il 68 d.C., il verde riscosse un certo successo anche presso alcuni autori, che ne esaltavano proprio l’eccentricità, e soprattutto presso l’imperatore Nerone.
Egli era molto amante degli smeraldi, pietre dal forte potere taumaturgico. Molti autori latini, come lo stesso Plinio, ne ricordavano nei loro scritti le forti proprietà benefiche, specie per la vista.
Fissare uno smeraldo, o preparare unguenti o balsami a base di questa pietra, avrebbe rilassato l’occhio e migliorato la vista.
Ciò veniva praticato ancora dai monaci amanuensi nei monasteri medievali.
Il colore verde delle insegne delle nostre farmacie deriva proprio dalle proprietà benefiche di questa pietra preziosa.

Nonostante questo, i pregiudizi verso il verde continuarono anche successivamente. Marziale per esempio affermava che nascere con gli occhi verdi era sintomo di una natura perversa e dissoluta!

Nella tarda antichità, a partire dal III secolo, il verde iniziava maggiormente a fare la sua comparsa anche nel vestiario maschile. Restava però un colore usato molto raramente.

Il verde mantenne comunque alcuni dei suoi originali attributi positivi: si era infatti soliti avvolgere i neonati in stoffe verdi, come augurio di lunga vita.

Blu

Il blu è sempre stato un colore difficile da fabbricare e padroneggiare. Già agli albori della civiltà umana, il blu non era di conseguenza molto usato.

Tra il VI ed il IV millennio a.C. apparvero le prime tinture, in cui primeggiavano i rossi, i rosa, gli ocra, la porpora (tutti colori di più facile produzione).

In età storica, il blu era usato e prodotto tanto dalle popolazioni barbariche europee, quanto dai popoli del Vicino Oriente. In entrambi i casi, tramite pigmenti vegetali.

Celti e Germani utilizzavano il guado, isatis tinctoria.
Il guado è una pianta della famiglia delle crocifere, che cresce allo stato selvaggio sui terreni umidi ed argillosi, in numerose regioni dell’Europa temperata. Ciò che fa scaturire il pigmento blu è l’indigotina, presente nelle foglie.
Ottenere il blu dal guado richiedeva un processo di lavorazione complesso e molto lungo.

Gli autori romani descrivono gli svariati usi del blu praticati dai Germani.
Tacito e Cesare scrivevano che i Germani avevano l’abitudine di pitturarsi il corpo di blu. Ovidio sosteneva che i vecchi Germani si tingevano i capelli di blu, per coprire quelli bianchi dell’età. Plinio racconta poi che le donne britanniche si tingevano il corpo di questo colore, per praticare particolari riti.

I popoli del Vicino Oriente e dell’Asia ricavavano il pigmento invece da un’altra pianta, l’indaco. Questa era del tutto assente in Europa, e produceva un colore anche più intenso del guado, senza l’uso di mordente.
Questo colore venne anche esportato a costi esorbitanti, e ciò lo rese noto a Greci e Romani.
Questi ultimi lo chiamavano indacum ma, essendo esportato già polverizzato, erroneamente erano convinti che si trattasse di una pietra e non di una pianta (come riporta anche Plinio). Questa concezione andrà avanti in Europa addirittura fino al XVI secolo.

Vaghi in pasta vitrea a forma di testa umana; esemplari celtici, creati su ispirazione di modelli fenici (fonte: Balkan Celts).

Il blu per Greci e Romani

In Greco e in Latino, particolarmente nei periodi più antichi, non esistevano termini atti a definire il blu e le sue sfumature.
Non stupirà quindi scoprire che le odierne parole per questi colori non derivino né dal greco né dal latino, ma da lingue esterne al mondo classico, come quelle germaniche (blau) o dall’arabo (azraq).

Nell’Iliade troviamo ben sessanta aggettivi che si riferiscono al paesaggio, di cui solo tre esprimono davvero un colore, ma questi ultimi mai usati per descrivere un colore blu del cielo o del mare.
Infatti, questi elementi naturali solitamente non rientrano quasi mai nella gamma dei blu in lingua greca, così come presso altre culture mediterranee.
Per gli antichi Egizi, ad esempio, il Mar Mediterraneo orientale era chiamato “Grande Verde”, ed è famoso l’epiteto omerico del mare “color del vino” (oinops).

In Greco troviamo glaukós e kyáneos, la cui radice del resto non è greca, e che abbiamo già visto essere usati anche per definire il verde.

Glaukós esprimeva in realtà una gran varietà di colori, dal verde, al grigio, al blu, al giallo e al marrone, o più semplicemente dava l’idea di pallore o debole concentrazione di colore, come visto in precedenza.
Kyáneos, che originariamente forse indicava un metallo o un minerale, in seguito andò a indicare un colore cupo, forse un blu scuro, ma anche viola, nero, e bruno.

La scarsità di lessico per gli oggetti che noi definiremmo blu, come alcuni fiori, si evince anche dall’uso di altri aggettivi per definirli: erythrós (che indica una vasta gamma di rossi), prásos (verde), mélas (nero).

Al contrario del greco, in latino troviamo una grande varietà di termini per definire il blu, che però risultano polisemantici, contraddittori, cromaticamente imprecisi: glaucos, caeruleus, cyaneus, venetus, aerius, ferreus.

Per esempio caeruleus, che noi siamo abituati ad associare a una specifica varietà di blu, per i Romani era semplicemente il colore della cera (bianco, bruno, giallo), e poi passò a indicare anche il verde o il nero.
Solo in seguito, forse in epoca tardo antica, si specializzò nel blu.

A Roma il blu, alla stregua del verde, pur non essendo del tutto assente nella vita quotidiana, era usato pochissimo e non era particolarmente amato, e quasi per le medesime ragioni.
A parte le motivazioni di tipo economico, vista la difficoltà nell’ottenerlo e nel tingervi le vesti, era infatti percepito come un colore barbaro, orientale e cupo.

Ritratto di uomo con mantello blu, dal Fayum (Egitto).

Vestirsi di blu era considerato eccentrico e sminuente, almeno per tutto il periodo repubblicano e per gran parte del Principato.
Era visto come un colore adatto al lutto: il blu, se scuro, incuteva inquietudine, e rimandava al mondo degli Inferi e alla morte. Se chiaro, era invece considerato semplicemente sgradevole.

Nella cultura romana, nascere con gli occhi azzurri era poi visto come un segno di sfortuna e poco virtuoso per le donne, e di ridicolo per gli uomini.

Vi è tuttavia un ambito nel quale il blu trovò una sua funzione: quello militare.
Nel suo Epitoma Rei Militaris, Vegezio descrive le tuniche dei marinai e dei soldati di marina, così come le vele e gli scafi delle navi, colore Veneto, qui marinis est fluctibus similis.

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Colori e politica: le fazioni del circo

Verde e Blu erano anche due dei colori utilizzati dalle factiones delle corse di carri del circo.

I colori delle fazioni erano inizialmente, in epoca repubblicana, quattro: Bianco, Rosso, Blu e Verde. Bianca e Rossa erano le due fazioni più antiche.
Domiziano introdusse anche le fazioni Oro e Porpora, ma sopravvissero poco tempo.

Nel corso del tempo, solo due fazioni acquisirono la preminenza sulle altre, per poi rimanere praticamente le uniche due esistenti: i Verdi e i Blu.

I primi erano detti factio prosina. Questa era la fazione dei populares, nonché quella che solitamente vinceva la maggior parte delle competizioni.
Alcuni imperatori, per motivi politici, sostennero i Verdi, ad esempio Nerone, Domiziano, Commodo.
Il nome della fazione indica un verde piuttosto brillante e carico (letteralmente significa “verde porro”).

I Blu erano invece chiamati factio veneta, ed erano sostenuti dagli optimates, dall’aristocrazia.
A tutt’oggi l’etimologia dell’aggettivo è incerta e controversa.
Certamente il nome non è da associare alle diverse popolazioni chiamate “Veneti” con i quali entrarono i contatto i Romani (in Italia, Armorica e in Asia Minore), né probabilmente si può associare con sicurezza a Venere (Venus).
Infatti Tertulliano, che nel III sec. d.C. scrive del significato dei colori delle fazioni e delle divinità che questi adoravano, non menziona mai questa dea in associazione ai Blu. Li associa però al cielo e al mare, richiamando il successivo Venetus di Vegezio.

L’ipotesi più prudente è quindi che, in contrapposizione al brillante e carico verde prosina, che il blu veneto fosse altrettanto brillante.

Se a Roma, con il collasso dell’impero in Occidente, si assiste alla fine delle corse dei carri, a Costantinopoli queste continuarono a essere praticate nell’Ippodromo. Il popolo costantinopolitano amava ferocemente queste competizioni.

Particolarmente nel VI secolo, le corse del circo si mescolarono alla politica e alla religione. Un caso eclatante fu quello del 532 quando, anche a causa della vittoria della fazione dei Blu, sostenuti da Teodora e Giustiniano, scoppiò la sanguinosa rivolta di Nika.

Leggi anche:
I colori nel mondo antico. (1) Percezione ed etica del colore

I colori nel mondo antico. (3) Rosso e porpora

I colori nel mondo antico. (4) Giallo, nero e bianco

Bibliografia

La produzione letteraria inerente il mondo dei colori è vasta e variegata. Ci limitiamo per cui a segnalare alcuni titoli principali dai quali iniziare a studiare il tema, tanto per quanto concerne le fonti che gli studi moderni.

Fonti antiche

Plinio, Naturalis Historia

Studi

M. Bradley 2011, Colour and Meaning in Ancient Rome

M. Pastoureau 2002, Blu. Storia di un colore

M. Pastoureau, D. Simmonet 2006, Il piccolo libro dei colori

M. Pastoureau 2008, Nero. Storia di un colore

M. Pastoureau 2013, Verde. Storia di un colore

M. Pastoureau 2016, Rosso. Storia di un colore

M. Pastoureau 2019, Giallo. Storia di un colore


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