L’infanzia nell’impero romano tardo antico (IV-VII sec.)

Già in altri precedenti articoli abbiamo avuto modo di affrontare il tema della famiglia romana, ma come appariva questa tra il IV e il VII secolo d.C., in particolare se guardiamo alla vita dei bambini? Scopriamolo assieme in questo breve excursus.

La nascita e il parto

Come abbiamo avuto modo di trattare in altri articoli, la vita femminile nel mondo romano ruotava principalmente attorno al matrimonio e alla nascita della prole.

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Quello del parto difficile era un tema molto diffuso nella letteratura tardo antica, spesso legato all’universo cristiano, alle vite dei santi e degli asceti, così come a interventi soprannaturali destinati a provocarlo o evitarlo.

Attraverso l’analisi di questi fonti scritte abbiamo testimonianze verosimili, anche se non scientificamente accurate, di come potesse apparire il momento del parto nella tarda antichità.
Quello di una donna di illustri natali era un momento delicato e seguito da una folta schiera di medici e ostetriche. Al contrario, quello di una popolana era molto più approssimativo.

Un caso alquanto estremo è ciò che accadde a una partoriente di Ancira: la donna, moglie di un povero senza fissa dimora che viveva sotto il portico di una chiesa, venne assistita da un monaco caritatevole. Era inverno, e le doglie giunsero nel mezzo della notte, così l’ecclesiastico, sentendola urlare, prese il posto della levatrice “senza provare disgusto per ciò che di ripugnante si accompagna al parto”.

Come per le epoche precedenti, tolti casi eccezionali, le donne avevano figli in giovani età e la mortalità infantile era piuttosto elevata.

Stele funeraria di Theomnistos e Severa, IV secolo d.C., Aquileia (UD), Museo Archeologico Nazionale
Ph. Martina Cammerata Photography

Dato che tutta la vita della donna era incentrata sul matrimonio e sui suoi figli, la sterilità femminile poteva aver pesanti ricadute sulla vita familiare. E in questo caso, i cristiani più devoti, se ottenevano la grazia di una gravidanza, spesso consacravano la vita del nascituro sterile a Dio.
La consacrazione dei propri figli alla Chiesa era una prassi frequente e molto attestata, ma non sempre essa sembrava corrispondere a un fervente sentimento religioso: a volte i genitori avevano scopi molto più terreni, come ad esempio quello di liberarsi di un figlio non desiderato o escluderlo dall’eredità.

Come abbiamo già avuto modo di dire nell’articolo riguardante la vita coniugale nella tarda antichità, l’aborto era severamente punito con dalla legge, e sotto Giustiniano divenne una delle cause per poter chiedere il divorzio dalla propria moglie. La donna che avesse abortito all’insaputa del marito era condannata all’esilio, e pene molto più severe erano previste per i suoi complici: lavoro nelle miniere, confisca dei beni, esilio su un’isola.

Nonostante le dure sanzioni, la pratica era molto diffusa. San Gerolamo ne affronta il tema in uno scritto del 384, condannando violentemente le donne che ricorrono all’aborto. Secondo il cristiano, le donne che “commettono omicidio nei confronti di un uomo non ancora generato” sono colpevoli di tre reati: assassine di sé stesse (dato che spesso il ricorso a farmaci abortivi poteva causare, oltre la morte del feto, anche quella della donna), adultere nei confronti di Cristo e omicide di un figlio non ancora nato.

Ritratto di una famiglia tardo romana da Alessandria, III – IV secolo d.C.

La scelta del nome

I neonati venivano solitamente avvolti in fasce, e i più fortunati disponevano di una nutrice. Per la scelta del nome si nota, in quest’epoca, l’usanza mediata dall’adesione al culto cristiano. Ammiano Marcellino offre nei suoi testi un campionario dei nomi più diffusi a Roma sul finire del IV secolo, sia fra i nobili sia fra le persone meno abbienti.

Gli aristocratici romani, oltre al nome personale, portavano i numerosi nomi ereditati dalle loro famiglie secondo l’antica usanza gentilizia, mentre tra le classi più basse in Occidente si avevano da uno a tre nomi. Spesso inoltre in entrambe le parti dell’Impero, il nome era preceduto dal prenome Flavio, il quale, più che un nome proprio, sembrerebbe essere stato un titolo di distinzione, di “cortesia”, tradizionalmente derivato dalla concessione fattane secoli prima dalla dinastia Flavia – ma il vero motivo della sua così ampia diffusione durante la tarda antichità resta ancora dibattuto.

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In Oriente, il nome era per lo più unico, ma era talvolta seguito da soprannomi indicanti l’origine o una qualche caratteristica. Ad esempio: Giovanni di Cappadocia, oppure Giovanni Crisostomo, ovvero “dalla bocca d’oro”, per via delle sue doti oratorie.

Con l’ingresso sempre più frequente di stranieri nell’impero, si assiste anche all’introduzione di nuovi nomi, che spesso dovevano risultare alquanto ostici per i Romani: per citarne due molto famosi, Flavio Ardabur Aspar, un alano e magister militum nella parte orientale, e Ricimero, di padre svevo e madre visigota, che svolse lo stesso ruolo in Occidente. Anche lo stesso imperatore Zenone, di origine isaurica, una volta giunto alla porpora (474), fu costretto a mutare il proprio nome originale (Tarasicodissa), probabilmente perché impronunciabile dai Romani.
Caso analogo è quello dell’imperatrice Eufemia, ex concubina e moglie di Giustino I, che si vide costretta ad abbandonare il nome giudicato troppo “ridicolo” di Lupicina.

Per quanto riguarda il rito del battesimo, esso non avveniva mai a un’età precisa. Ancora nel V secolo d.C., infatti, l’usanza di impartire il sacramento subito dopo la nascita era diffusa, ma non generalizzata.
Già a partire dal III secolo d.C., erain uso il battesimo per i bambini, ma ancora duecento anni dopo era attestata la prassi di rimandarlo. San Gregorio di Nazianzo lo raccomandava, salvo casi di urgenza, al compimento dei tre anni d’età. L’usanza del battesimo postposto era denunciata da numerosi scrittori ecclesiastici. Spesso ciò dipendeva dall’insicurezza sulla solidità della propria fede, ma anche dalla volontà di salvarsi in punto di morte, dopo aver vissuto una vita sregolata.

L’abbandono dei figli

Non meno severa era la legge in materia di abbandono dei propri figli. Se infatti i genitori avessero esposto i propri figli, erano privati del diritto di reclamarli in seguito e quelli che allevavano i bambini abbandonati potevano richiedere di adottarli come figli o tenerli in schiavitù.

Questo almeno fino a quando Giustiniano non modificò radicalmente la norma, stabilendo che coloro che si trovavano in questa situazione dovevano essere considerati liberi. L’imperatore inoltre confermò la valenza di una legge del 374, secondo la quale l’esposizione dei figli era punita con la morte.

La cessione dei propri figli

Nel mondo tardo antico, si poteva nascere liberi o schiavi, anche se tuttavia esistevano persone libere la cui capacità giuridica era fortemente limitata.

Lo schiavo, se manomesso, poteva ottenere la libertà. Ma una persona libera poteva anche perderla.

Una famiglia poteva ad esempio decidere di vendere o dare in pegno il proprio figlio, anche grande d’età.

Nonostante i vari impedimenti e interventi legislativi, il fenomeno doveva essere particolarmente diffuso soprattutto a causa della miseria in cui alcuni strati della popolazione vivevano, ma anche a causa del pagamento delle tasse o a seguito di eventi catastrofi, come ad esempio le carestie.

Nel 315, per eliminare tale fenomeno, l’imperatore Costantino intervenne decretando che alle famiglie che si trovavano in gravi difficoltà economiche fossero elargiti beni alimentari a spese del fisco. Tale norma era valida solo per la penisola italiana, e nel 322 venne estesa all’Africa, causando però un malcontento generale fra i funzionari finanziari, i quali costrinsero il sovrano a tornare sui suoi passi, ripristinando la facoltà precedente di farlo solo nei casi di estrema miseria.

Medaglietta in rame di IV secolo d.C.
L’iscrizione in latino recita: Tienimi, che non fugga, e restituiscimi al mio padrone Viventius nella tenuta di Callisto – Londra, The British Museum

Una legge del 391 stabilì che i figli venduti dai loro genitori potessero essere considerati liberi quando avevano lavorato qualche tempo al servizio del loro acquirente, mentre un’altra emessa nel 451 da Valentiniano III fissò il recupero della libertà per chi fosse stato venduto a seguito della carestia dell’anno precedente al prezzo pattuito maggiorato del venti per cento.

Riscattare qualcuno che era stato ceduto ad altri, ammesso che ne esistesse la reale intenzione, è da ritenersi alquanto raro.

Infine, come abbiamo già avuto modo di vedere in articoli precedenti, spesso i genitori vendevano le proprie figlie a loschi figuri che con la promessa di abiti e una buona sistemazione, avviavano le fanciulle al mestiere della prostituzione.

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Mutilare i propri figli

Un altro modo per i genitori di uscire dalla propria situazione di miseria e indigenza era quello di rendere i propri figli eunuchi: i castrati infatti erano molto ambiti dalle famiglie illustri come servitori, e un vero colpo di fortuna avrebbe permesso addirittura al giovane di accedere al servizio di corte, con tutti i privilegi e gli agi connessi.

Solitamente gli eunuchi erano schiavi stranieri importati nell’impero, dato che, almeno in teoria, la legge proibiva l’evirazione di cittadini romani. Ma siamo a conoscenza di alcune eccezioni alla regola, come il caso dell’armeno Mamas, evirato in tenera età a seguito di una malattia, e che poi divenne dignitario dell’imperatore Anastasio I; oppure Salomone, che reso eunuco per il medesimo motivo, divenne governatore dell’Africa, sotto il regno di Giustiniano.

Nel VI secolo d.C., la maggior parte degli eunuchi proveniva dal regno degli Abasgi, che si estendeva dal mar Nero fino al Caucaso. Procopio narra che i sovrani locali rapivano fanciulli ai sudditi per castrarli e in seguito venderli a caro prezzo nei territori dell’impero. I giovani erano scelti in base alle loro caratteristiche fisiche e spesso, per evitare vendette e ripercussioni, ne venivano uccisi i padri.

Dopo la conquista del regno da parte dell’imperatore, l’usanza venne abolita, e tutti gli abitanti vennero convertiti al cristianesimo.

Ciò però fece aumentare la produzione illegale di eunuchi nei territori imperiali: nonostante i divieti, la domanda non sembrava essere venuta meno.
Il fenomeno divenne di dominio pubblico attorno al 558, quando alcuni eunuchi si presentarono al cospetto del tribunale imperiale e all’imperatore, che ascoltò le loro rimostranze. Gli uomini affermarono che su novanta giovani operati illegalmente, solo tre di questi sopravvivevano. Ciò fece imbestialire Giustiniano, che emanò pene severissime per i trasgressori: non solo si comportavano in modo irrispettoso di fronte i divieti e le leggi imperiali, ma il loro comportamento era offensivo verso Dio.

Per chi violava la legge venne quindi stabilito che, se uomo, avrebbe subito come pena l’evirazione a sua volta, e in caso di sopravvivenza gli sarebbero stati confiscati i beni a vantaggio della corona. Per di più, sarebbe diventato schiavo a vita. Se a commettere il crimine fosse stata una donna, questa sarebbe stata condannata all’esilio e alla confisca dei beni. Pene analoghe sarebbero inoltre state inflitte ai complici.

Giochi e istruzione

Come per i secoli precedenti del mondo romano, le bambine avevano a disposizione bambole, realizzate in materiale diverso in base alla disponibilità economica, con le quali giocare, mentre ai bambini era concesso di giocare con cavallini (in legno o terracotta), vetture (es. carri) e case di terracotta o pietra.

Replica di un cavallino giocattolo in legno. L’originale, proveniente da Antinoè, è attualmente conservato al Museo Egizio di Firenze
Ph. Martina Cammerata Photography

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Lo Stato non si curava più dell’insegnamento elementare destinato a fornire le basiche nozioni di lettura, scrittura, e matematica. Questo compito era completamente affidato all’iniziativa privata. I bambini delle classi sociali più agiate disponevano di un precettore privato, al contrario quelli di ceti poveri frequentavano le scuole presenti nelle città o nei villaggi.
A queste si affiancavano le scuole monastiche, dove si insegnava a leggere e scrivere, ma rivolte soprattutto ai futuri monaci. Almeno in Occidente, tuttavia, i genitori di ceto aristocratico vi mandavano le figlie.

I fanciulli delle classi più agiate imparavano a esprimersi in latino o in greco, a seconda delle rispettive aree di provenienza, e almeno fino al VII secolo in entrambe le lingue. In alcuni regioni, come l’Osroene e la Mesopotamia, la lingua più diffusa era il siriaco, che aveva anche una dignità letteraria.

In Occidente nel IV secolo, e fino al VI secolo, il greco era parte integrante dell’insegnamento scolastico. Viceversa, nella parte orientale, il latino non aveva un grande ruolo di rilevanza nei programmi scolastici, e la letteratura prodotta in questa lingua non veniva sistematicamente letta. Il monaco Cassiano ricorda, a tal proposito, che un libro scritto in latino non sarebbe stato di alcuna utilità in Egitto. Anche sant’Agostino si lamentava di come ci fosse una grande penuria di conoscitori del latino.

Tuttavia, fino al VI secolo, il latino fu la lingua ufficiale, anche in Oriente, dell’impero, e almeno dei rudimenti erano necessari per chi volesse fare carriera nell’esercito, nell’amministrazione o in ambienti legali.

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Crescere una bambina cristiana

Il canone pedagogico per crescere ed educare una bambina secondo i precetti del cristianesimo è ben espresso da alcuni scritti di san Gerolamo, in particolare in lettere indirizzate ad una certa Leta, scritte attorno al 401.
Secondo il santo, la bambina doveva dapprima apprendere a non ascoltare niente e non dire nulla, “se non ciò che serve a ispirarle il timore di Dio”. Doveva dunque evitare un linguaggio scurrile e i canti mondani, e doveva solo essere ispirata dai Salmi. A ciò si aggiungeva il sottrarsi alla compagnia dei giovani in “età lasciva”, e bisognava evitare che le altre fanciulle o le ancelle avessero rapporti con l’esterno. Fondamentale era inoltre anche la scelta della nutrice, che non doveva assolutamente essere una donna dedita al vino, pettegola o lasciva.

Anche nei rapporti affettivi, la bambina era tenuta a mostrare il modo in cui veniva educata, cantando inni sacri ed essendo amabile con tutti i parenti.

Quanto all’istruzione era necessario fornire alla bambina lettere in avorio o in bosso, in quanto il giocare con queste le sarebbe risultato utile per apprendere l’alfabeto e formare le parole. Da qui, il passo successivo sarebbe stato la scrittura eseguita o con l’aiuto di un adulto, oppure con l’incisione dei caratteri su una tavoletta per utilizzarne i solchi.

Lo studio, da farsi anche con altre fanciulle, doveva essere stimolato con premi adatti all’età, e senza rimproveri per evitare che lo prendesse in odio.

Bibliografia

E. Cantarella 1988, Secondo natura. La bisessualità nel mondo antico

E. Cantarella 2020,  Come uccidere il padre. Genitori e figli da Roma a oggi

G. Cavallo (a cura di) 1992, L’uomo bizantino

M. L. Lefort, 1875, Les Colliers et les Bulles des esclaves fugitifs aux derniers siècles de l’empire romain, Revue Archéologique 29, pp. 102-109.

G. Ravegnani 2015, La vita quotidiana alla fine del mondo antico

G. Ravegnani 2015, Teodora

T. Talbot Rice 1988, Everyday life in Byzantium


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