La donna romana in epoca bizantina (VII-XII sec.)

Se si escludono le imperatrici, le fonti romane di periodo bizantino non hanno tramandato molto della vita delle donne.

Le uniche biografie di donne che sono giunte fino a noi sono agiografie. Le sante rinnegavano la propria sessualità e femminilità, a favore di una vita ascetica.

Si potrebbe quindi pensare che vi siano notizie in più riguardo alle donne impegnate nella vita religiosa. La stessa scarsità di fonti vale invece anche per la vita e le regole monastiche.

Tuttavia, le fonti a nostra disposizione almeno per il periodo dal VII al XII sec. ci permettono di delineare, seppur in linee generali, la vita e la condizione della donna in questo lungo periodo.

Un ruolo subalterno nella società

La donna occupava un gradino inferiore nella società rispetto all’uomo. Di conseguenza, poteva essere vittima di discriminazioni legali.

La legislazione tutelava la donna in alcuni casi specifici: per quanto concerne la successione o lasciti ereditari, figli maschi e figlie femmine avevano pari diritti. Inoltre, le fanciulle avevano il pieno possesso della dote offerta dalla propria famiglia allo sposo.

La donna doveva inoltre subire una discriminazione a livello scolastico e di educazione. Infine, era estremamente limitata nei movimenti.

Il ruolo primario della donna, nella mentalità del periodo medievale dell’impero, era solo quello di madre.

Come tale, è elogiata come educatrice affettuosa ed amorevole, che aveva a cuore non solo il bene fisico della prole, ma anche la loro crescita spirituale, attraverso l’insegnamento dei Salmi, delle Sacre Scritture, e dell’agiografia dei santi.

Nei romanzi bizantini, invece, la bellezza femminile era apprezzata e valutata positivamente solo in relazioni amorose altrettanto positive.

Altrimenti, la donna veniva vista con sospetto, come elemento di tentazione peccaminosa e sessuale.

Inoltre, durante il mestruo erano considerate impure, e durante i quaranta giorni successivi al parto come deboli ed inaffidabili.

Ricostruzione dell’abbigliamento di una donna di XI-XII secolo, a cura di Timothy Dawson ed Edith Castro (fonte: http://www.levantia.com.au/reddress.html ).

Infanzia e adolescenza

L’infanzia era breve e rischiosa per le bambine, molto di più rispetto ai bambini, ai quali era anche garantita una migliore istruzione.

Molte famiglie potevano anche decidere di abbandonare o addirittura commettere infanticidio (anche per controllare il numero dei membri della famiglia) nel caso nascessero figli femmine, anche se ciò era ovviamente proibito dal diritto civile e canonico.

Le bimbe erano generalmente svezzate un po’ prima rispetto ai giorni nostri, e ciò le esponeva al rischio di infezioni e malattie, causa spesso di morte.

Le bambine avevano anche minor possibilità di esser istruite rispetto ai bambini maschi, non potendo accedere a scuole regolari. Tuttavia, raggiunti i sei o sette anni di età, potevano aver un tutore.

Anche in quel caso, la loro istruzione si limitava comunque al solo apprendere a leggere, scrivere, e imparare a memoria i Salmi. Solo le bambine di ceti aristocratici avevano la possibilità di leggere anche testi della letteratura profana.

Solo nei monasteri si impartivano regolari lezioni, ma queste erano ad appannaggio esclusivo di orfanelle e di novizie.

Per quanto riguarda altre attività svolte dalle ragazze prima del matrimonio, non si hanno molte notizie. Probabilmente, trascorrevano la maggior parte del tempo chiuse in casa ad imparar le attività domestiche, lontane da occhi indiscreti. Le bimbe possedevano anche qualche giocattolo, come le bambole.

Bambine e ragazze potevano uscire di casa solo se accompagnate da membri della famiglia e della servitù, e solo per scopi socialmente accettabili: assistere alla messa, visitare chiese, andar in processione, o recarsi da qualche santo.

Una forma di svago possibile, però, era quella di recarsi ai bagni pubblici, dove potevano incontrare altre ragazze e socializzare, magari facendo merenda.

Come conseguenza di questo tipo di infanzia e adolescenza, le donne romane di periodo bizantino passavano bruscamente da un breve periodo infantile all’altare. L’unica alternativa sarebbe stata la vita monastica.

Matrimoni e divorzi

Le ragazze si maritavano molto giovani, e ancora più giovani venivano promesse in sposa. Inizialmente, la legislazione prevedeva di far fidanzare le bambine già al settimo anno d’età. Successivamente, l’età venne alzata a dodici anni. Quest’ultima era d’altronde anche l’età minima consentita per il matrimonio (quattordici anni per i ragazzi).

Il matrimonio era combinato dalle famiglie, poiché esso aveva un’importanza sociale, economica, e giuridica. La donna, infatti, era anche la rappresentante della famiglia.

Il fidanzamento consisteva nella presentazione di un dono prenuziale (noto come “arra sponsalica” in latino) da parte della famiglia dello sposo, che aveva natura di contratto formale per garantire un reciproco impegno tra le due famiglie.

Se per un qualche motivo la fanciulla avesse rotto il fidanzamento, la famiglia avrebbe dovuto risarcire in denaro lo sposo. Se, invece, fosse accaduto il contrario, la ragazza poteva tenere il dono.

Un altro elemento fondamentale era quello di presentare la dote allo sposo, che sarebbe rimasta proprietà della ragazza. Ciò significava che partecipava all’eredità di famiglia, e che al marito era garantito l’usufrutto con diritto d’amministrazione.

In caso di vedovanza o divorzio, la moglie riacquistava in pieno la dote. Nel caso fosse deceduta prima la moglie, la dote andava prima alla famiglia di origine della donna. Solo in seguito i figli avrebbero potuto ereditarla e disporne.

Se la donna doveva portare con sé la dote, anche il futuro consorte doveva far un dono alla sposa: una controdote, nota come “hypobolon”.

In caso di morte del marito, se la coppia non aveva avuto figli, anche l’hypobolon questo restava alla vedova.

Per le coppie bizantine era possibile ricorrere al divorzio. Tuttavia questo poteva essere richiesto solo in specifiche circostanze: dal marito, se la moglie fosse stata rea d’adulterio o avesse avuto una condotta sconveniente; dalla moglie, se l’uomo fosse stato impotente; da uno dei due, se l’altro fosse stato trovato incapace di intendere e di volere.

L’adulterio commesso da una donna era considerato un reato gravissimo. Per le adultere, in un primo periodo era addirittura prevista la pena capitale. Poi la legislazione cambiò, comminando pene non meno violente: si optò per la mutilazione del naso e altre parti del corpo giudicate colpevoli. In seguito, la condannata veniva mandata in un monastero. Solo in queste circostanze, il marito aveva pieno diritto sulla dote.

Un’alternativa al divorzio era la separazione, ma al solo scopo d’abbracciare la vita monastica.

In caso di vedovanza, la legge permetteva le seconde nozze, anche se la morale le condannava.

Un curioso episodio: una donna del tema di Tracesia uccide un variago che ha cercato di violentarla. La donna viene premiata dagli altri variaghi, che le cedono gli averi del morto.

I pericoli del parto

Lo scopo primario delle nozze, ovviamente, era quello di garantire una discendenza.

Le donne facevano molti figli, dato che la mortalità infantile era piuttosto elevata, e continuavano ad allattarli al seno anche per due o tre anni (fanno eccezione le donne d’alto rango sociale, che avevano a disposizione delle balie). Facevano questo anche nella speranza di prevenire ulteriori nascite.

L’unico metodo contraccettivo accettato socialmente era infatti la totale astinenza. Le uniche a ricorrere ad altri rimedi erano le prostitute, le adultere, e le fanciulle che avevano avuto rapporti pre-matrimoniali o relazioni non lecite.

L’aborto era rigidamente vietato sia dal diritto civile che da quello canonico, ed era punito con l’esilio, la fustigazione o la scomunica.

Solitamente, le nascite avvenivano all’interno delle mura domestiche, con l’assistenza di parenti o vicine di casa. Solo in rarissimi casi ci si recava in ospedali appositi per le partorienti, come nel caso delle nullatenenti.

Inutile aggiungere che, spesso, ci potessero essere delle complicazioni. Il tasso di mortalità delle donne era molto elevato anche a causa dei frequenti parti, infezioni, emorragie, o aborti spontanei. Tra le altre cose, i medici romani di periodo bizantino solitamente non praticavano il parto cesareo.

Si calcola che l’età media di una donna romana del periodo bizantino fosse intorno ai 35 anni.

Il processo stesso del parto, inoltre, era considerato impuro, tanto che, a meno che la puerpera non fosse stata in pericolo di vita, non avrebbe nemmeno potuto ricevere la comunione per i quaranta giorni successivi al parto.

Le donne e il vestiario

Alle donne delle classi meno abbienti toccava inoltre gestire la casa e tutte le incombenze a essa collegate (cucinare, pulire, produzione di cosmetici, unguenti, e pomate), oltre che badare alla prole. Nonostante l’esistenza di tessitori di professione, alle donne restava anche il compito di tessere a telaio tessuti e stoffe.

Il vestiario delle donne bizantine avrebbe dovuto essere solitamente molto semplice e austero. Consisteva generalmente in una lunga tunica che copriva fino ai piedi, a manica lunga, cui potevano aggiungersi altri strati in caso di clima rigido.

Solo alle donne di rango inferiore era consentito l’uso di una tunica smanicata.

La donna, inoltre, doveva sempre aver il capo coperto in pubblico (il velo era noto come maphorion, un altro copricapo simile a un turbante era chiamato savanion).

Nonostante queste restrizioni, però, le donne se potevano spendevano anche molto per stoffe finissime, tempestate a volte di pietre preziose, oppure abbellivano gli abiti con cinte e fibule, adornavano i capelli con retine e facevano uso di gioielli e cosmetici.

Solitamente cercavano di avere una carnagione molto chiara, usavano ombretti e si scurivano le sopracciglia. e si tingevano anche i capelli.

Fuori dalle mura domestiche: mestieri e impegno religioso

Solitamente, gran parte della vita delle donne si svolgeva in casa, specie se queste appartenevano a ceti elevati della società.

Le donne povere, come le contadine, svolgevano anche lavori nei campi, e non possedevano in realtà ambienti domestici interamente a loro disposizione.

In tempo di guerra, invece, le donne potevano uscir di casa per dar il loro contributo alla difesa delle città: portavano pietre, accudivano i malati ed i feriti, e portavano vino e vivande.

Alcune donne potevano, inoltre, esser impiegate come cuoche, fornaie, lavandaie. Erano tuttavia pagate solo per svolgere questi mestieri presso altre famiglie o istituzioni.

Abbiamo anche notizie di donne che svolgevano attività sartoriali all’interno di corporazioni, o che aiutavano mariti e figli nelle proprie botteghe. Le donne potevano anche vender prodotti alimentari, e questa attività poteva anche esser svolta porta a porta.

Altre categorie professionali femminili sono più facilmente immaginabili: levatrici, bambinaie, domestiche, parrucchiere, addette al reparto femminile dei bagni pubblici, e diaconesse (almeno fino al XII secolo). Le fonti menzionano anche delle donne che svolgevano la professione di medico, nonché infermieri e aiutanti negli ospedali di Costantinopoli, le quali naturalmente assistevano le partorienti e si occupavano anche di donne affette da altri disturbi.

Non mancavano anche donne dedite ad attività considerate infamanti: proprietarie di locande, attrici, ballerine e prostitute.

Miniatura del Salterio di Parigi (X secolo). Le due donne danzatrici hanno, come tipico della loro iconografia, un abito smanicato.

Dato che le donne erano escluse dalla vita politica, spesso si lasciavano appassionare dalle vicissitudini religiose. Tra VIII e IX secolo, nel bel pieno della temperie iconoclasta, le donne erano in prima linea per la difesa del culto e della venerazione dell’immagini sacre.

E non a caso fu proprio un’imperatrice, Irene, nel 787, a convocare il Secondo Concilio di Nicea per ristabilire il culto delle immagini. Fu protagonista e difenditrice dell’ortodossia nuovamente un’imperatrice anche con la seconda, seppur più effimera, ondata iconoclasta: nell’843 l’imperatrice Teodora rese il culto delle icone parte fondante della dottrina della Chiesa Ortodossa.

Altra attività, ben vista socialmente, che le donne potevano svolgere fuori casa erano le opere di carità cristiana.

Il ruolo culturale della donna bizantina

Le donne appartenenti alla famiglia imperiali o quelle d’alto rango erano spesso dedite al mecenatismo e al finanziamento di opere d’arte, manoscritti, suppellettili liturgiche, monasteri, e chiese.

Molte imperatrici fondarono dei complessi monastici.

Non abbiamo notizie di insegnanti di sesso femminile. Sappiamo dalle fonti di una sola donna che insegnasse a disegnare, nella Siria del VII secolo.

Si trova, inoltre, un esiguo numero di donne scrittrici (la maggior parte erano le patrone di autori e scrittori).

L’esempio più celebre di tutti è costituito di sicuro da Anna Comnena, figlia dell’imperatore Alessio I Comneno, e dalla sua “Alessiade”. Questo testo ci fornisce informazioni dettagliate sul regno dell’imperatore e della Prima Crociata, ma anche di tre generazioni di donne della corte: Anna stessa, la madre, e la nonna.

Esistettero anche donne dedite alla poesia, come Cassia, poetessa di IX secolo.

Bibliografia e sitografia

T. Dawson, Female clothing in Romania, dal sito Levantia (levantia.com.au)

G. Cavallo (a cura di), L’uomo bizantino, 1992

G. Ravegnani, La vita quotidiana alla fine del mondo antico, 2015


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