Il nome segreto delle donne romane

Nella Roma antica, trascorsi otto giorni dalla nascita di una bambina, questa doveva essere sottoposta a un rito di purificazione (lustratio).
Quello stesso giorno, nel quale i parenti portavano doni, la neonata avrebbe ricevuto anche il suo nome proprio, il praenomen.

Il nome della bambina, anche una volta divenuta una donna adulta, sarebbe dovuto rimanere segreto, e utilizzato solo ed esclusivamente tra le mura domestiche.

Varie sono le interpretazioni di questa consuetudine, quasi certamente di origini remote.
In epoca arcaica, il nome proprio aveva un potere magico e una connotazione sacrale – secondo la concezione per la quale dire il nome di qualcosa equivaleva a crearla -, ed era considerato una parte vera e propria della persona.
In questo senso, se un uomo avesse pronunciato il nome proprio di una donna, sarebbe stato come avere un contatto fisico con lei.
Ancora, forse conoscere e pronunciare il nome di una donna sarebbe equivalso ad avere pieno potere sulla persona.

Quale che sia l’interpretazione corretta, al di fuori delle mura domestiche si utilizzava solo il nomen della gens paterna.
A questo potevano venire aggiunti dei cognomina, nel caso fossero necessari per distinguere la donna da eventuali sorelle.
Alcuni esempi: “Maior“, o “Minor” a seconda dell’età; oppure cognomina in base a caratteristiche fisiche, come “Fulvia“, “Murulla“, “Rutilia“.

Letture consigliate

A. Angela 2016, Una giornata nell’antica Roma

A. Angela 2016, Amore e sesso nell’antica Roma

F. Cenerini 2013, La donna romana

D. Gourevitch, M. T. Raepsaet-Charlier 2003, La donna nella Roma antica


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