Perché Arminio ha tradito?

La battaglia di Teutoburgo del 9 d.C. è certamente uno dei più celebri episodi militari della Storia romana – e, oserei dire, della Storia in generale.

Un episodio che fa parte del grande, ed estremamente affascinante, tema della mancata romanizzazione della Germania. Senz’altro una delle più cruciali strade non battute della Storia, e un tema che abbiamo affrontato già diverse volte qui sul sito.

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L’agguato di Teutoburgo non ha bisogno di molte presentazioni. Nel settembre del 9 d.C., una colonna di tre legioni con civili al seguito, comandata dal governatore Publio Quintilio Varo, è condotta in un’imboscata da Arminio, comandante delle truppe ausiliarie germaniche.
Nel corso di tre, o forse quattro, terribili giorni, dal 9 all’11-12 settembre, le tre legioni romane sono distrutte. Anche se i Romani si prenderanno la loro rivincita non molti anni dopo, con le battaglie di Idistaviso e del Vallo Angrivariano, questo evento segna l’inizio dell’abbandono della Germania.

Se la battaglia di Teutoburgo è così nota, c’è tuttavia un elemento cruciale per comprenderla che ci è, in realtà, del tutto sconosciuto: le motivazioni di Arminio.

Perché Arminio ha tradito?

Tutte le fonti tacciono sulle motivazioni esplicite che avrebbero spinto il comandante degli ausiliari, tra l’altro cittadino romano di rango equestre, a tradire l’impero romano e a mettersi a capo di una coalizione germanica. Raccontano del tradimento, ma non spiegano le motivazioni.

Un’analisi delle fonti può però sicuramente avvicinarci alla possibile risposta, oltre che smontare alcuni veri e propri miti che ancora aleggiano intorno alla figura di Arminio.

Il rapporto tra Arminio e Roma prima del 9 d.C.
Miti da sfatare

Non è possibile iniziare a parlare delle possibili motivazioni dietro al tradimento di Arminio senza parlare del rapporto di ques’ultimo con Roma.

Nella versione più tradizionale e diffusa della vicenda, Arminio e il fratello Flavo (un cognomen latino che significa semplicemente “biondo”), consegnati da bambini come ostaggi ai Romani dal padre Segimero, re dei Cherusci, ricevono entrambi un’educazione e una cultura romane. Entrambi avrebbero addirittura soggiornato a Roma, e almeno Arminio avrebbe partecipato forse a campagne in oriente.

Grazie a questo e alla partecipazione, probabilmente, alle campagne di Tiberio in Germania nel 4-6 d.C., Arminio avrebbe addirittura acquisito la cittadinanza romana e il rango equestre. Questo legame con Roma, che nella narrazione moderna sembra aver allevato Arminio come un figlio modello, rende per molti sconvolgente il tradimento del 9 d.C.

Ora, il problema è che in realtà praticamente nulla di questa versione è raccontato nelle fonti, e i pochi aspetti reali sono stati enfatizzati all’inverosimile.

Partiamo da uno dei pochi elementi certi: la cittadinanza romana di Arminio.

Ora, questo elemento di per sé non è nulla di straordinario: infatti, altri elementi della famiglia e del popolo dei Cherusci ottengono la cittadinanza romana.

Sarà forse scontato ricordare che Flavo, il fratello di Arminio, ha ottenuto a sua volta la cittadinanza: altrimenti difficilmente si spiega il fatto che il figlio, Italico, sia cittadino romano (la madre di Italico era figlia del capo dei Catti, Actumero o Catumero).

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Ma probabilmente pochi ricordano che anche Segestes, nobile dei Cherusci e padre di Thusnelda (moglie di Arminio), era stato fatto cittadino romano direttamente da Augusto, ben prima della clades variana (Annali I, 58). Eppure, naturalmente, nessuno si è immaginato che sia stato ostaggio dei Romani o che abbia trascorso del tempo fuori dalla Germania per ottenere tale onore.

Tutto questo, oltre a smontare l’eccezionalità della cittadinanza di Arminio, non deve stupire.
Se infatti la cittadinanza romana può essere concessa anche per particolari meriti, tra la fine della Repubblica e i primi anni del Principato i Romani infatti non si fanno problemi a concedere la cittadinanza alle élite dei popoli delle province da poco conquistate, poiché questo accelera e aiuta il processo di romanizzazione.

Ne abbiamo esempi anche in oriente. Basti pensare a Erode Antipatro (che si guadagna la cittadinanza anche per i suoi meriti) e, ancora più notoriamente, a San Paolo, che ha ereditato la cittadinanza dai genitori, probabilmente di nobile famiglia, ma è un ebreo di cultura ellenica.

Essere cittadini romani, all’epoca, non significa necessariamente essere o sentirsi Romani, specie se la cittadinanza è appena stata concessa. Diventa, per chi non è nato da Romani ed è di fatto uno straniero o un suddito rispetto all’impero, prima di tutto uno status giuridico e sociale.

Eliminato quindi l’elemento di apparente straordinarietà legato al conferimento della cittadinanza: Arminio è mai stato a Roma?

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo tornare su Flavo.

Di questi si può dire con una certa sicurezza, e quindi praticamente per certo anche Arminio, che è assai improbabile che sia stato, da bambino, ostaggio dei Romani.
Non solo di tale notizia non vi è traccia alcuna nelle fonti, ma di Flavo è addirittura detto (Annali XI, 17) che entra al servizio dei Romani volentibus Germanis, ovvero, con il consenso del suo popolo (qui semplificato in “Germani” dalla fonte latina, Tacito).
Una situazione decisamente molto diversa dall’essere consegnato ai Romani come ostaggio, e che non vi è molto dubbio che questo si rifletta allo stesso modo sul fratello Arminio.

Infatti, non trovandosi alcun riferimento nelle fonti a tale situazione per Arminio, ed essendo molto difficile giustificare l’idea di un lungo soggiorno nell’Urbe, è quasi sicuro che il futuro leader germanico non abbia nemmeno mai visto Roma.

Inoltre, leggendo Velleio Patercolo, i Cherusci sarebbero state tra le popolazioni germaniche ribellatesi ai Romani nel 3-4 d.C.
Una situazione ben poco coerente con l’aver lasciato ben due dei membri più importanti della propria comunità come ostaggi proprio ai Romani.

Da dove nasce dunque la convinzione che Arminio sarebbe stato così immerso nella cultura romana per via della sua infanzia?

Si tratta di una ormai vecchia (si data al 1942) e forse fin troppo ardita interpretazione dello storico tedesco Ernst Hohl di un passo di Velleio Patercolo (II, 118), nel quale semplicemente si afferma: “Arminio aveva anche militato con noi [Romani] per lungo tempo nelle precedenti campagne, e aveva anche ricevuto il diritto di cittadinanza e il rango di cavaliere romano.”

Troppo poco per supporre addirittura un soggiorno così lungo a Roma o partecipazioni a campagne in oriente – vedremo a breve che è molto probabile la partecipazione a eventi molto più vicini alla Germania, se non in Germania stessa. Inoltre, come già evidenziato, l’eventuale condizione di ostaggio è praticamente negata dal volentibus Germanis di Tacito.

Il prof. Umberto Roberto ha riassunto molto più che efficacemente tutta la questione: “Fantasiosa è la ricostruzione di un presunto soggiorno di Arminio a Roma da bambino, come ostaggio alla corte di Augusto, della sua educazione e del suo servizio nella campagna di Armenia […]. Nulla sappiamo dell’infanzia di Arminio che, con ogni probabilità, visse fino al 4 d.C. tra la sua gente, i Cherusci”. [Il nemico indomabile, p.329, n.9].

Insomma, la cittadinanza di Arminio è un fatto tutt’altro che straordinario, visto il contesto, e il suo contatto con la cultura romana, anche urbana, deve essere limitato agli insediamenti romani che si vanno costruendo in Germania negli anni precedenti il 9 d.C. – in particolare, forse, Ara Ubiorum o Oppidum Ubiorum, ovvero l’odierna Colonia, all’epoca il centro urbano più importante della Germania romana.

Arminio deve essere evidentemente meno romanizzato e meno legato alla cultura romana di quanto non ci sia sempre stato dato a intendere.

Tuttavia, almeno il rango equestre di Arminio deriva dal suo ruolo di comandante militare al servizio di Roma: infatti, il comandante di una cohors di ausiliari era usualmente un cittadino romano di rango equestre. Esattamente ciò che era Arminio.

Con questa carica, Arminio partecipa ad almeno una campagna militare al fianco dei Romani, avendo modo di distinguersi. E saranno forse proprio questi eventi a iniziare a plasmare in lui l’idea della rivolta.

Vediamo perché.

Le campagne di Arminio e il “lato oscuro” della romanizzazione

Come accennato, Arminio probabilmente acquisisce il rango di eques per via della sua particolare posizione come comandante degli ausiliari. Infatti, a nessuno degli altri nobili Cherusci ora cittadini romani (es. Flavo e Segestes) è conferito tale privilegio.

Considerando la testimonianza di Velleio riguardo alle “precedente campagna” e considerando il suo importante ruolo militare negli eventi che condurranno a Teutoburgo, è certo che, in tal veste, Arminio abbia calcato gli stessi campi di battaglia dell’esercito romano.

Ma quali, per la precisione?

Ciò purtroppo ci è ignoto, ma è possibile fare delle ipotesi piuttosto circoscritte.

Se consideriamo l’età di Arminio, nato nel 18 o nel 16 a.C., e considerando che quasi certamente non ha mai lasciato la Germania, ciò non può che portare a tre sole campagne di Tiberio: quella del 4-6 d.C. in Germania, la preparazione per la guerra contro i Marcomanni nel 6 d.C. e la rivolta dalmato-pannonica del 6-9 d.C.

Nel 4 d.C., Tiberio viene inviato in Germania per riportare alla sottomissione numerose popolazioni germaniche in aperta rivolta o che si erano sottratte al dominio di Roma già a partire dal 1 d.C., e affrontate fino al 3 d.C. da Marco Vinicio, governatore della Germania. Tra le popolazioni germaniche coinvolte, oltre a Canninefati, Cattuari e Bructeri, proprio i Cherusci, il popolo di Arminio, che vengono sottomessi senza alcuna difficoltà.

Anche se potrebbe apparire strano, già proprio in questa occasione Arminio, allora ventenne, potrebbe essere entrato, forse insieme a Flavo, al servizio dell’impero – e vista la situazione particolare, ciò forse spiegherebbe meglio anche il volentibus Germanis riportato da Tacito.
Che una popolazione sottomessa fornisca truppe ai Romani non è del resto una situazione nuova.
In questo caso, la campagna alla quale avrebbe partecipato Arminio sarebbe quella conclusasi nel 5 d.C. con la sottomissione di Longobardi, Cauci, Cimbri e Senoni.

Non possiamo del resto escludere, vista l’elargizione della cittadinanza a elementi come Segestes, Arminio e Flavo, nonché visti la riconoscenza e il rispetto dei Romani verso altri membri della famiglia di Arminio (es. lo zio Inguomero), che i Cherusci al tempo della rivolta del 4 d.C. fossero divisi tra un partito antiromano e uno filoromano. Situazione che, del resto, seppur leggermente diversa, emerge perfettamente anche subito prima e dopo gli eventi di Teutoburgo.

Dopo la campagna conclusasi nel 5 d.C., Tiberio si prepara a sottomettere, con un’immensa manovra a tenaglia, i Marcomanni di Maroboduo, nella zona dell’odierna Repubblica Ceca.

Una campagna che, tuttavia, non arriverà mai alla sua conclusione. Tiberio infatti è costretto a far deviare le sue forze per reprimere la grande rivolta dalmato-pannonica scoppiata nell’Illirico nel 6 d.C.

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Alcuni dei contingenti che partecipano alla campagna sono provenienti dalla Germania, e tra questi anche ausiliari.
Arminio ne avrà fatto parte?

Ciò è possibile, anche se non è altrettanto probabile. Sappiamo infatti che Tiberio, durante l’inverno tra 7 e 8 d.C., rimanda indietro diverse delle unità e delle legioni che erano venute in suo soccorso, valutando di avere un esercito troppo grande per poter essere gestito correttamente.
Ma non si fa menzione, riguardo al ritiro, delle truppe della Germania, quanto di quelle provenienti da oriente (in particolare da Sirmio e dalla Mesia).

Non si può del resto ignorare il “della nostra precedente campagna”, al singolare, di Velleio Patercolo (militiae nostrae prioris), riferito ad Arminio. Non sapendo però a quale campagna si riferisca di preciso lo storico di Tiberio, se quella in Germania o la rivolta dalmato-pannonica, è lecito almeno supporre che il principe cherusco potrebbe aver preso parte almeno alle operazioni in Illirico tra il 6 e il 7 d.C., per poi essere rimandato in Germania tra il 7 e l’8 d.C.

Che ciò sia accaduto in Germania o in Illiria, Velleio Patercolo quasi di sicuro conosce personalmente Arminio, e ne fornisce un rapido ma efficace ritratto (II, 118): “[…] il giovane Arminio, di stirpe illustre, figlio di Segimero, il capo di quella gente [i Cherusci], di braccio valoroso, rapido nella decisione, d’ingegno pronto più di quanto si sia soliti ravvisare in un barbaro, e che mostrava dagli occhi e dal volto l’ardore dell’animo […]”.

Che sia stato in Germania, in Pannonia o a partire da entrambe le campagne, Arminio comincia probabilmente ben presto a sviluppare l’idea del colpo contro Roma, nonostante rappresenti in teoria il partito filoromano.
Se sia per sentimento di rivalsa, per puro calcolo e ambizione, o per entrambe le cose, come proveremo ad analizzare dopo, purtroppo non lo sapremo mai.

Ma senz’altro deve aver giocato un ruolo chiave il “lato oscuro” della romanizzazione.
Di pari passo con la creazione di un nuovo ordine, di nuovi centri urbani, dell’inserimento dei popoli e dei territori conquistati all’interno della compagine imperiale e con un nuovo impulso all’economia, andava infatti una politica di pesante sfruttamento, di tributi ingenti richiesti a quei popoli che meno volentieri si sono sottomessi, di ampliamento del già presente fenomeno schiavistico.

Una situazione complessiva che è sintetizzata in modo magistrale dalle parole che il più tardo Cassio Dione attribuisce a uno dei due Batoni, i capi della rivolta dalmato-pannonica (LIV, 16): “Siete voi [Romani] i responsabili di questa guerra, poiché in difesa delle vostre greggi inviate come custodi dei lupi, anziché dei cani e dei pastori”.

Si aggiunga inoltre un atteggiamento probabilmente di manifesta superiorità che i Romani avevano nei confronti dei barbari, come segnalano diverse fonti del Principato.
Bastino le parole di Velleio Patercolo sui pensieri di Varo, quando quest’ultimo prende incarico in Germania (II, 117): “Quando in seguito [Varo] fu messo a capo dell’esercito in Germania si rese conto che quei popoli nulla avessero di umano oltre alla voce e alle membra […]”.

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Difficile stabilire quanto Arminio abbia interiorizzato questi sentimenti. Nella più cinica delle ipotesi, comprende però perfettamente che siano proprio queste le leve da sfruttare per fomentare una rivolta in Germania.

Ed è inoltre possibile che dalla rivolta dalmato-pannonica, se vi ha davvero partecipato, che inizia a emergere il piano di un’imboscata all’esercito romano, all’epoca quasi impossibile per i Germani da sconfiggere in campo aperto.
Proprio durante la guerra in Illirico, l’esercito romano proveniente dalla Mesia rischia di essere distrutto nella battaglia delle paludi Volcee del 7 d.C.: un agguato teso a una colonna in marcia, in un luogo inospitale.

Abbiamo stabilito che il legame tra Arminio e Roma non è così radicato e profondo come abbiamo sempre pensato. Abbiamo inoltre visto quali siano le leve che Arminio può usare per convincere i Germani alla rivolta.

Resta solo da analizzare un ultimo punto, fondamentale per comprendere come infine il piano possa aver preso corpo nella mente di Arminio. Lo stesso punto che paradossalmente porterà alla sua morte e al fallimento di quello che probabilmente è il suo piano: la situazione politica della Germania Magna.

Unità instabili. Il mondo germanico nel I sec. d.C.

La Germania del I sec. d.C. è tutt’altro che una realtà unificata. Al contrario: oltre il Reno, esistono più di una cinquantina di unità sociopolitiche non molto estese, spesso in conflitto tra loro.

La divisione politica di tali realtà germaniche, in realtà molto distinte le une dalle altre, in parte agevolava il gioco dei Romani nel controllarle, in modo diretto o indiretto – ne è un esempio il probabile equilibrio creato da Lucio Domizio Enobarbo addirittura al di là dell’Elba.

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A volte erano le stesse singole popolazioni a rivolgersi a Roma per la risoluzione di problemi o dispute. Il malcontento che sfocia nella guerra dell’1-5 d.C. emerge, in prima istanza, dal fatto che i Cherusci si sono rivolti ai Romani poiché scacciati dalla loro terra.
Lucio Domizio Enobarbo tenta di ricollocarli, forse a danni di altre entità, e ciò porta prima altre popolazioni germaniche al malcontento, e poi alla ribellione aperta. E come abbiamo visto, anche i Cherusci si sottraggono all’orbita romana, almeno temporaneamente (forse guidati dalla fazione antiromana).

Ciò che alle popolazioni germaniche manca, in sostanza, è un’unità politica stabile tale per cui sia possibile opporsi allo strapotere di Roma, o almeno negoziare con lo stesso. E, semplificando un po’ il discorso, è questa necessità, prolungata nei secoli, che sfocerà nella nascita di popoli “nuovi” e di grandi coalizioni più o meno permanenti tra il III e il V secolo – si può ben dire che molti dei popoli germanici protagonisti della tarda antichità siano prodotti, diretti o indiretti, dell’impero romano.

Ora, già tra I sec. a.C. e I sec. d.C., non è impossibile assistere alla nascita di entità germaniche molto estese e più o meno stabili.
Ci sono almeno due illustri esempi di coalizioni e regni germanici, prima del tradimento di Arminio: Ariovisto, il grande avversario germanico di Cesare, e Maroboduo, re dei Marcomanni e contemporaneo agli eventi di Teutoburgo.

Abbiamo inoltre altri esempi di popolazioni germaniche diverse che si uniscono per un obiettivo comune, usualmente proprio quello di contrastare Roma – si pensi, per esempio, alla coalizione che sconfigge i Romani nella clades lolliana.

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Ora, tolto forse il caso del regno di Maroboduo, che riesce a creare un’entità politica più o meno forte e stabile (che preoccupava anche lo stesso Augusto), le realtà politiche germaniche del I sec. d.C. si possono certo unire in coalizioni momentanee, ma inevitabilmente destinate a sciogliersi, poiché incapaci, e tendenzialmente contrarie, a unirsi stabilmente intorno a un unico capo o nucleo di potere.

Nel mondo germanico del I sec. d.C., non era di fatto possibile creare un’unità politica allargata e stabile, anche perché lo status di capo era tutt’altro che forte come sarà tra III e V sec. d.C.
Come sembra confermare il dato archeologico, la gerarchia di potere nel mondo germanico del I sec. d.C. è orizzontale, piuttosto che verticale, e i capi tendono a essere considerati, al più, dei primi inter pares – ciò si segnala specialmente per la scarsa differenziazione delle sepolture.

Questo si ripercuote inevitabilmente sul rapporto tra il capo del momento e i popoli che lo seguono. Ed è ciò che porta alla fine di Arminio.
Dopo aver efficacemente unito diverse tribù germaniche sotto il suo comando in chiave antiromana, sono i Germani stessi (tra cui anche suoi parenti) a iniziare a temerlo per il troppo potere che si sta conglomerando sulla sua persona.
Tra 17 e 18 d.C., infatti, pur cercando fare leva comunque sul sentimento antiromano, Arminio si scaglia in guerra contro Maroboduo. E per il suo seguito diventa evidente come la spinta antiromana sia finita. Questo è bastevole per togliere di mezzo il vincitore di Teutoburgo.

Conclusioni: le ragioni di un tradimento

Arrivati alla fine di questa analisi delle fonti a nostra disposizione, possiamo provare a trarre le dovute conclusioni.

Perché Arminio ha tradito?

Tacito, che scrive nel II sec., lo vorrebbe paladino ed eroe della libertà dei popoli germanici (Annali II, 88): “[…] Arminio, aspirando al regno […] ebbe a suo sfavore l’amore per la libertà del suo popolo […]. Indubbiamente fu il liberatore della Germania […]”

Se le parole di Tacito probabilmente non corrispondono del tutto alla verità storica, vi è però una frase che racchiude, nella sua essenza, la risposta alla domanda dalla quale siamo partiti: “aspirando al regno”.

Arminio, probabilmente mosso da ambizione più che da nobili intenzioni, è un Cherusco facente parte inizialmente del partito filoromano del suo popolo, e vede nel crescente malcontento delle popolazioni germaniche alla dominazione romana l’opportunità per creare una sua base di potere.

Nonostante la realtà sociopolitica della Germania del I sec. d.C. non sembri permettere la creazione di un’unità stabile, Arminio ha delle leve potentissime, da vero e proprio demagogo, sulle quali giocare per aggregare su di sé la necessaria forza iniziale – quella che porterà a Teutoburgo.
Arminio ha inoltre un esempio che gioca a favore della sua ambizione: il caso di Maroboduo, con il quale prova senza successo anche ad allearsi.

Il piano, tuttavia, non ha successo, a causa della struttura troppo “acerba” del mondo germanico del I sec. d.C.

Più che per liberare i popoli germanici dal giogo romano, insomma, Arminio ha tradito l’impero per disfarsi di un avversario politico troppo pesante, cioè Roma, e tentare di prenderne il posto, probabilmente come re, al di là del Reno.

Bibliografia essenziale

Fonti

Cassio Dione, Storia Romana

Tacito, Annales

Velleio Patercolo, Storia romana

Studi moderni

A. Barbero 2010, Barbari. Profughi, immigrati, deportati nell’impero romano

G. Cascarino 2008, L’esercito romano. Armamento e organizzazione. Vol. II

P. Heather 2008, La caduta dell’impero romano. Una nuova storia.

U. Roberto 2018, Il nemico indomabile. Roma contro i Germani


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