I Romani e il culto di Iside

Iside è una delle maggiori divinità dell’antico Egitto, il culto della quale è probabilmente originario del Delta, forse della città di Buto.

Si ritine che fosse, in origine, una divinità celeste. A ciò si attribuisce la sua assimilazione con Hathor (“Casa di Hor”), altra divinità del pantheon egizio, raffigurata spesso con una giovenca o una donna con corna bovine, divinità solare adorata soprattutto nella città di Dendera.

Iside è inoltre associata con l’astro Sirio, stella principale e più brillante della costellazione del Canis Maioris.
Il sorgere eliaco di Sirio (Sothis in egizio), avveniva in Egitto alla fine di luglio, e annunciava la stagione estiva e la piena del Nilo.

La fortuna di questa Dea è dovuta soprattutto al mito che la lega al dio Osiride. Questo era figlio di Geb e Nut, nonché fratello di Seth, Nefti, e della stessa Iside, dalla quale ebbe un figlio, Horus.

Statua di Iside rinvenuta a Napoli, oggi al Kunsthistoriche Museum di Vienna (II sec. d.C.)

Il culto di Iside nel mondo ellenistico e romano

Il culto di Iside venne assimilato dal mondo greco ed ellenistico dopo la conquista dell’Egitto da parte di Alessandro Magno, nel 332 a.C.

Ciò è ben dimostrato dalle innumerevoli nozioni teologiche, che i Greci ci hanno lasciato riguardo questa divinità, nonché dalle raffinate produzioni artistiche, come quelle visibili nel Serapeum (tempio di Iside e Serapide) ad Alessandria d’Egitto.

In età ellenistica, la Iside venne assimilata a varie divinità del pantheon greco, diffondendosi poi in tutto il Mediterraneo, fino a Roma, dove il Senato tuttavia ne osteggiò il culto già a partire dal 59 a.C., ben prima della conquista dell’Egitto da parte di Augusto.

Dopo la riduzione dell’Egitto a provincia romana, tracce di culti isiaci si riscontrano anche nelle regioni estreme dell’Occidente romano (Gallia, Germania, Britannia).
Particolare rilevanza hanno i culti misterici legati ad Iside, praticati soprattutto dalle donne. A Roma, nel 38 d.C., l’imperatore Caligola fece erigere un tempio alla dea – al contrario di Augusto, che tentò invece di abbattere le porte di un altro tempio isiaco a colpi d’ascia.

Un particolare centro del culto isiaco nel mondo romano era sicuramente Aquileia. Leggi L’enigmatica “Tomba delle mosche d’oro” da Beligna (Aquileia) per approfondire

La particolarità di Iside sta nel fatto di incarnare in sé varie caratteristiche, che nella mentalità greco-romana ne permettevano anche l’associazione con altre divinità femminili già esistenti, in particolare Diana, Artemide, e Venere.

Un’iscrizione, del resto, ricorda Iside come la “dea dai molti nomi” (myrionymos).

Iside ricordava la dea Diana/Artemide, come ben testimoniato da opere di pregio dell’arte greca e romana, come le rappresentazioni dell’“Artemide di Efeso” (uno degli esemplari più belli è conservato presso Villa Albani a Roma). La divinità è raffigurata con molti seni, avente in capo un faro e a volte una falce di Luna crescente, attorniata da vari animali tra cui gatti, capre, e leoni. In queste sculture si nota il sincretismo e l’utilizzo di più simboli associati sia all’una che all’altra dea.

Artemide di Efeso conservata al MAN di Napoli

Altro esempio illuminante sul sincretismo tra Diana e Iside è una patera di I secolo a.C. da Boscoreale.
Qui troviamo la falce di luna crescente e l’arco, simboli di Diana, e il sistro di Iside. Si vedono inoltre la lira, associata solitamente a Cibele, un cane (forse un riferimento alla divinità egizia di Anubi), e una cornucopia, simbolo di abbondanza.

Iside era anche vista in relazione a Venere per via della sua natura di sorella, moglie, e madre amorevole del fratello.

I Romani ponevano Iside anche in relazione alla dea Fortuna, come ben si nota nel tempio del I secolo a.C. di Fortuna
Primigenia.

Inoltre, Iside era la protettrice dei marinai. Molte navi commerciali romani prendevano il nome ben augurante di “Isis”, e il quinto giorno di Marzo, in occasione della ripresa della navigazione, che andava dalla primavera fino ad ottobre, si celebrava una festa in suo onore, il Navigium Isidis.

Un’altra festività importante dedicata a Iside si svolgeva invece il 12 di agosto.

Iside era anche la dea dell’intelletto, della saggezza, e della medicina.

Leggi anche Le donne romane e la religione

Statua di Iside, oggi ai Musei Capitolini

Autori latini come Lucio Apuleio ci hanno lasciato descrizioni di Iside.

Nel suo “Asino d’oro” (metà II sec. d.C.), Apuleio ci dipinge un’immagine dettagliata della divinità, che emerge dalle acque marine.

Iside è di nero vestita, a ricordare il cielo notturno, di cui è dea. L’autore poi descrive anche i riti iniziatici della divinità.

Leggi anche I colori nel mondo antico. (4) Giallo, nero e bianco

Durante il periodo ellenistico la dea Iside, se pur sempre vista in relazione a Osiride, finì col racchiuderne in sé tutto ciò che c’era di buono, diventando la figura principale dei misteri isiaci.

Ella divenne colei che dà ordine all’universo, la protettrice della navigazione, la Dea dai mille nomi, e convogliava in sé tutti gli aspetti delle principali divinità femminili del bacino del Mediterraneo.

L’iniziazione isiaca, di cui abbiamo una dettagliata testimonianza grazie all’autore Apuleio, consisteva in una cerimonia imitativa della morte e resurrezione di Osiride.

Così Apuleio:

“Finalmente sfilarono le schiere degli iniziati ai sacri misteri, uomini e donne di ogni condizione e di tutte le età, sfolgoranti nelle loro vesti immacolate di candido lino, le donne coi capelli profumati e coperti da un velo trasparente, gli uomini con il cranio lustro, completamente rasato, a indicare che erano gli astri terreni di quella grande religione; inoltre dai sistri di bronzo, d’argento e perfino d’oro, traevano un acuto tintinnio. 

Seguivano poi i ministri del culto, i sommi sacerdoti, nelle loro bianche, attillate tuniche di lino, strette alla vita e lunghe fino ai piedi, recanti gli augusti simboli della onnipotente divinità. Il primo di loro reggeva una lucerna che faceva una luce chiarissima, però non di quelle che usiamo noi, la sera, sulle nostre mense, ma a forma di barca, e tutta d’oro, dal cui largo foro si sprigionava una fiamma ben più grande. 

Il secondo era vestito allo stesso modo ma reggeva con tutte e due le mani degli altarini, i cosiddetti ‘soccorsi’, a indicare la provvidenza soccorritrice della grande dea; il terzo portava un ramo di palma finemente lavorato in oro e il caduceo di Mercurio, il quarto mostrava il simbolo della giustizia: una mano sinistra aperta. 

Questa, infatti, lenta per natura, priva di particolari attitudini e di agilità, pareva più adatta della destra a raffigurare l’equità. Costui, inoltre, portava anche un vaso d’oro, rotondo come una mammella, dal quale libava latte, un quinto recava un setaccio d’oro colmo di rametti anch’essi d’oro e un altro un’anfora.”

Letture consigliate

Fonti antiche

Apuleio, Metamorfosi

Studi moderni

F. Cenerini 2013, La donna romana

D. Engels 2001, Classical Cats

J. Malek 2006, The Cat in Ancient Egypt

V. Mazzuca 2014, I santuari isiaci di età repubblicana a Roma, l’Iseo Capitolino, l’Iseo Metellino e l’Iseo della Regio III: rilettura delle fonti scritte e archeologiche in Bullettino della Commissione archeologica comunale di Roma


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