Se vi dicessi di nominare un ex comandante di ausiliari dell’esercito romano, che decide di rivoltarsi contro l’Urbe ed entrando in guerra con esso per molti anni, molti di voi penserebbero forse ad Arminio.
Tuttavia, il famoso capo cherusco non è l’unico comandante che risponde allo scarno identikit che vi ho scritto sopra.
Oggi parliamo infatti del numida Tacfarinas, che per ben sette anni è nemico dei Romani in terra d’Africa, al comando di numerose rivolte berbere.

Le origini di Tacfarinas
Non sappiamo nulla della vita di Tacfarinas prima della sua entrata in scena, nel 17 d.C.
Tutto ciò che Tacito (purtroppo nostra unica fonte sul personaggio e sugli eventi) riesce a dirci di lui è: “Capo dei nemici era Tacfarinas. Costui, originario della Numidia, aveva prestato servizio nell’esercito romano tra gli ausiliari, per poi disertare.”

Non sappiamo nemmeno se Tacfarinas, versione latinizzata forse di Tikfarin o Takfarin, sia il suo vero nome. Si potrebbe infatti tradurre come “il Tacfarinate”, ovvero “uomo di Tacfarin”.
Tacfarinas, specie all’inizio, non ha quasi certamente piani ambiziosi quanto quelli di Arminio.
Non conosciamo i motivi della sua diserzione, ma possiamo al contrario ben immaginare come mai, a un certo punto, Tacfarinas decida di iniziare a radunare una forza di predoni e saccheggiatori: la brama di bottino.
Tacito lo riassume bene: “S’era quindi messo a raccogliere sbandati avvezzi al brigantaggio, dapprima in vista di razzie e saccheggi […]”
Così come riassume non solo il fatto che Tacfarinas dimostri evidentemente delle doti di comando e un carisma non da poco, facendo anche gioco sulla cattiva e pesante amministrazione romana nei confronti delle popolazioni locali.

L’inizio della rivolta contro Roma (17 d.C.)
Così, anche le sue ambizioni ben presto si dilatano: “[…] ma in seguito li aveva riuniti in una specie di esercito per reparti e drappelli [per vexilla et turmas] e ora, per finire, non si spacciava più come capo di bande disordinate, ma come capo dei Musulami”.
I Musulami sono una potente popolazione berbera, non toccata dall’urbanizzazione. A capo di questo popolo, Tacfarinas riesce ad allearsi anche con i Mauri, trascinandoli con sé in guerra. Mentre l’ex ausiliario numida comanda la parte principale e migliore dell’esercito (“armati alla romana, per addestrarli alla disciplina e al comando”, dice Tacito), tenendola sempre di riserva nel suo campo, i Mauri, guidati da Mazippa, si lanciano continui assalti con le loro truppe leggere, quasi certamente di cavalleria, seminando “incendi, massacri, terrore.”
Tacfarinas riesce inoltre a far allargare la rivolta delle popolazioni berbere sottomesse a Roma, facendo unire alla sua alleanza anche i Cinzi.
Nel 17 d.C., ad affrontare Tacfarinas è il proconsole d’Africa Furio Camillo, omonimo e discendente del ben più celebre dittatore e vincitore dei Galli.
I Romani, forti di una legione (per la precisione, la IX) e un numero imprecisato di truppe ausiliarie (alcune coorti di fanteria leggera e due alae di cavalleria), escono in campo aperto contro Tacfarinas piuttosto presto, e non sono affatto intimoriti dalla situazione, anzi: “erano forze modeste […] tuttavia la paura maggiore era che i nemici evitassero lo scontro perché intimoriti.”
Al contrario, Tacfarinas decide di affrontare i Romani in battaglia, ma viene sbaragliato dalle forze di Furio Camillo, che può così far rispolverare un po’ di onore e gloria militare all’antica gens Furia, e venendo celebrato dall’imperatore Tiberio in senato, oltre a ricevere le insegne trionfali.

Di nuovo in rivolta (18 d.C.)
La disfatta del 17 d.C. tuttavia non distoglie Tacfarinas dai suoi intenti. L’anno successivo è di nuovo in armi, pronto a portare devastazione nell’Africa romana, intanto passata nelle mani del proconsole Lucio Apronio.
In questa occasione, Tacfarinas ottiene finalmente la sua prima vittoria, anche se relativamente modesta.
Riesce infatti a circondare una coorte romana (ca. 500 uomini), asserragliata nel forte di Tala (probabilmente, nel testo in realtà non è chiarissimo), presso il fiume Pagyda.
Il comandante della coorte, un certo Decrio, decide di affrontare i Berberi in campo aperto, ma viene circondato e, mentre gran parte delle sue forze fugge, lui muore combattendo, crivellato di dardi nemici.
Appresa della disfatta della coorte e del suo comportamento, Lucio Apronio non ha dubbi su come agire, “rinnovando un gesto raro a quel tempo”, come nota Tacito: alla coorte viene fatta subire la terribile pratica della decimazione.
La decimazione ha un effetto talmente efficace sui soldati che, come riassume Tacito, “un reparto di non oltre cinquecento veterani sterminò quelle stesse bande di Tacfarinas, che avevano assalito il forte di nome Tala.”
Dopo questo contrattacco romano, l’esercito di Tacfarinas è poco incline a tentare nuovi assedi. Il comandante ribelle allora applica su ampia scala la guerriglia, fuggendo davanti al nemico finché questi non decide di ritirarsi, e solo a quel punto lo attacca.

La tattica funziona, sfiancando i Romani per mesi, ma solo finché Tacfarinas è in grado di giocare sulla sua superiore mobilità, senz’altro garantita da un gran numero di truppe di cavalleria, tipica di popolazioni come Numidi e Mauri.
Quando a un certo punto, sempre nel 18 d.C., deve approntare degli accampamenti lungo la costa, appesantito dal bottino, è costretto ad affrontare i Romani, guidati dal figlio di Apronio (Apronio Cesiano) in uno scontro diretto.
L’esito è scontato: “Apronio Cesiano, inviato dal padre con cavalleria e coorti ausiliarie, cui s’erano aggiunti i soldati più veloci delle legioni, affrontò i Numidi in una battaglia coronata da successo e li ricacciò nel deserto.”
Tacfarinas contro Giunio Bleso (21-23 d.C.)
Nonostante la seconda sconfitta subita, Tacfarinas non ha ancora finito con i Romani.
Ricompare alcuni anni dopo, tra 21 e 23 d.C., mentre è proconsole in Africa Quinto Giunio Bleso, zio del famoso prefetto del pretorio Seiano.
Tacfarinas fa giungere messaggeri a Tiberio, domandando terre per sé e i suoi uomini e minacciando, in caso di rifiuto, “guerra interminabile”.
L’imperatore, come riferisce Tacito, non la prende affatto bene: “Raccontano che mai, in altra occasione, Tiberio abbia patito l’offesa recata a sé e al popolo romano come allora che un disertore e un predone si spacciava per nemico.”
Incarica quindi Bleso di spaccare le forze di Tacfarinas (oltre che di catturare quest’ultimo “a qualsiasi costo”), non da subito con le armi ma con l’astuzia e la diplomazia.
Bleso infatti annuncia che, se i predoni arriveranno davanti a lui deponendo le armi, sarà loro concessa la grazia – e molti dei soldati Tacfarinas accettano l’offerta.
Il proconsole nel frattempo organizza una controguerriglia, per contrastare la tattica vincente del suo nemico – che, pur essendo in forte inferiorità numerica, è molto abile nello sfruttarla appieno e su larga scala.
Bleso organizza tre direttrici d’attacco: agli estremi della “linea” difensiva approntata dal proconsole, le truppe romane stazionano presso Leptis e presso Cirta.
La zona centrale, nella quale sono dislocate le truppe migliori, viene munita di numerose piazzeforti e ridotte in postazioni strategiche.
Bleso riesce così a rendere la vita impossibile a Tacfarinas e i suoi, che come provano a entrare i territorio romano si trovano sempre circondati da ogni lato.

Bleso fa avanzare la sua linea e costruisce ulteriori piazzeforti, ricacciando Tacfarinas sempre più indietro e non ritirandosi nemmeno con la fine dell’estate.
Si decide infine a fare dietro front solo una volta catturato il fratello di Tacfarinas – del quale ignoriamo il nome. Tiberio considera la guerra conclusa, e concede a Bleso di farsi acclamare imperator dai suoi uomini, come ai tempi non così lontani della repubblica (sarà l’ultima volta nella storia).
Tacfarinas ha tuttavia un ultimo atto da recitare, nel 24 d.C.
L’ultima guerra di Tacfarinas (24 d.C.)
Tiberio, avendo considerato conclusa la guerra col disertore numida, fa ritirare dall’Africa la IX legione, e il proconsole subentrato a Bleso, Publio Dolabella, “non aveva osato trattenerla, avendo da temere più gli ordini del principe che gli imprevisti della guerra”.
Tacfarinas ha intanto ricostituito le sue forze e ha ripreso le sue abituali attività di saccheggio e guerriglia, aiutato ora anche dal potente popolo dei Garamanti e nuovamente da numerosi guerrieri Mauri, sfuggiti al controllo del giovane re Tolomeo, alleato di Roma e figlio del famoso Giuba II.
Il comandante numida riesce a convincere numerose popolazioni berbere che Roma si sta ritirando dall’Africa, e che sia possibile circondare e annientare le poche forze rimaste.
Nonostante l’insuccesso di qualche anno prima, Tacfarinas assalta l’insediamento di Tubursico, ma solo per venire respinto e sconfitto dalla fanteria radunata da Dolabella – non è reso chiaro se ausiliari o alcuni reparti della IX legione ancora presenti.
Dopo questa vittoria, Dolabella organizza una campagna vera e propria contro Tacfarinas, con l’obiettivo di farla finita una volta per tutte.
Prima di tutto fa decapitare i capi dei Musulami ribelli, dopodiché, facendo forza dell’esperienza maturata negli anni passati dai Romani, chiama in suo aiuto Tolomeo di Mauretania:
“[…] poiché sulla base dell’esperienza di diverse campagne contro Tacfarinas, non c’erano dubbi sull’impossibilità di inseguire un nemico in continuo spostamento con un unico e massiccio attacco, fa intervenire il re Tolomeo coi suoi uomini e organizza quattro colonne, affidate a legati o tribuni; soldati scelti tra i Mauri presero la guida di gruppi impegnati in rapide incursioni. Lo stesso Dolabella vegliava su tutto.”

Tacfarinas, probabilmente ora rimasto con pochi seguaci e consapevole che la resa dei conti è vicina, si è asserragliato con pochi dei suoi nella fortezza diroccata di Auzea, la cui posizione è resa ancora più forte dalla presenza di boschi.
Tuttavia, le forze di Dolabella e Tolomeo riescono a prendere di sorpresa gli uomini di Tacfarinas, assaltando Auzea da ogni lato e cogliendo i nemici disarmati o addirittura nel sonno.
Vale la pena citare di nuovo Tacito:
“Dalla parte dei Romani stavano i fanti in ranghi serrati e gli squadroni spiegati, insomma tutto era preordinato allo scontro; i nemici, invece, sorpresi, senza armi, in disordine e privi di un piano, furono travolti, massacrati, presi, come bestie. I soldati romani, esasperati dal ricordo delle fatiche, si saziavano di vendetta e di sangue su uomini che avevano eluso lo scontro tanto atteso.”
Nello scontro resta catturato anche il figlio di Tacfarinas, sfortunatamente anonimo come il fratello del comandante numida.
I soldati romani sanno anche che la guerra non finirà fino alla morte di Tacfarinas, e infatti hanno l’ordine di dargli la caccia e ucciderlo.
Tacfarinas, ormai circondato, il figlio catturato e i suoi uomini migliori abbattuti, decide quindi che, se deve morire, porterà con sé quanti più nemici possibili: “si lanciò sui nemici, sfuggendo alla cattura con una morte non invendicata. Così fu posto termine alla guerra“.
