Sappiamo bene quanto dare giudizi su personaggi passati e sulle loro azioni sia un’operazione possibile, ma terribilmente rischiosa.
Infatti, per poterlo fare dovremmo cercare di filtrare il nostro giudizio attraverso la lente dei contemporanei a quei personaggi, capendone i loro valori e idee (impresa molto ardua) e capendo se le loro azioni siano state in linea con essi.

Questo spesso non ha impedito di dare giudizi basati piuttosto sui nostri valori, o comunque sui valori contemporanei a chi giudica: questo vale sia per quando si parla di giudizi eccessivamente negativi, che di quelli troppo positivi ed estatici.
Il caso di Giulio Cesare e delle sue campagne militari ne è un esempio eclatante.
Giulio Cesare: i giudizi contrastanti degli storici moderni
A più riprese, storici e correnti di pensiero moderni hanno voluto giudicare il condottiero e statista romano in due maniere totalmente opposte tra loro.
Da una parte, una visione fin troppo “estatica” e indulgente, una quasi esaltata ammirazione senza riserve (come quella per esempio espressa dallo storico Theodor Mommsen negli anni ’50 dell’800).
Dall’altra, la visione di un feroce conquistatore senza scrupoli, che avrebbe prodotto quelli che, senza mezzi termini, già nel XIX secolo sono stati chiamati “genocidio” ed “etnocidio”.
La verità sta nel mezzo? Forse.

In realtà, in questo specifico caso, per sapere come dovremmo giudicare Cesare, possiamo effettivamente dare un’occhiata a cosa ne pensassero almeno i Romani stessi. Anche se, a onor del vero, coloro che vennero dopo di lui.
Ci rendiamo conto che la realtà è tutt’altro che univoca.
Proprio come nell’età contemporanea e come oggi, i giudizi sul personaggio (così come, in realtà, di tante altre figure storiche già ai loro tempi) erano già parzialmente divisi in epoca romana.
I giudizi positivi dei Romani su Giulio Cesare
La maggior parte delle fonti, non c’è dubbio alcuno, trasmettono un giudizio positivo ed entusiastico su Giulio Cesare e sulla conquista della Gallia, questo anche per via della mentalità prettamente imperialista (e questa parola sia detta senza alcun giudizio di sorta) e conquistatrice dei Romani.
Come abbiamo già avuto modo di vedere in passati articoli, particolarmente tra tarda repubblica e per tutto il periodo imperiale i Romani si sentivano investiti della missione di conquistare il mondo conosciuto e portarlo sotto l’egida dell’Urbe.
Uno dei giudizi forse più magniloquenti su Cesare è quello di Plutarco, che nel descrivere le sue vittorie militari dice che, comparate a quelle di altri generali romani, quelle cesariane “sovrastano le loro: una per luoghi impervi dove combatté, un’altra per i territori estesi che conquistò, un’altra per il numero e la forza dei nemici che vinse, oppure per la ferocia e la perfidia delle nazioni che civilizzò […] e tutte insieme per il numero delle battaglie e dei nemici che uccise.”

In questo senso, l’elenco che fa sempre Plutarco relativo alla conquista gallica, fatto senza alcun commento (ma, quasi certamente, pensandone in modo positivo) è impressionante: “In meno di dieci anni, quanto durarono le sue guerre in Gallia, prese d’assalto più di ottocento città, soggiogò trecento nazioni, scese in battaglia, separatamente, con tre milioni di uomini, ne uccise in combattimento un milione e ne fece prigionieri altrettanti.”
Ora, pur con questi spaventosi numeri alla mano, Plutarco non esita ad avere un giudizio positivo su Cesare, come altri autori greci e latini.
Gli stessi numeri, anche se non relativi alle sole guerre in Gallia, come vedremo, fanno dare un giudizio molto diverso anche a un altro grande autore antico, a lui quasi contemporaneo: Plinio il Vecchio.
Il giudizio più equilibrato di Plinio il Vecchio
Plinio, da buon Romano, non esita a essere un grande ammiratore di Cesare, delle sue virtù e capacità.
Quando parla delle sue battaglie, ammira il fatto che sia stato coinvolto in cinquanta scontri (dando un numero più realistico e cauto di quello di Plutarco).
Tuttavia, nel passo in cui parla di Cesare (Naturalis Historia VII, 25), Plinio il Vecchio trova anche una nota amara, alla quale non può non dare il suo commento.
Infatti ci dice che “Oltre alle vittorie da lui ottenute nelle guerre civili, un milione e centonovantaduemila uomini furono uccisi da lui nelle sue battaglie.
Per parte mia, tuttavia, non li ascriverei a sua gloria, poiché ciò è stato davvero un oltraggio commesso contro l’umanità, anche se potrebbe aver agito sotto la forte influenza della necessità; e, in effetti, lo confessa lui stesso, nella sua omissione di dichiarare il numero di persone che perirono di spada nelle guerre civili.”

Pur voce abbastanza isolata nel parlare in questo modo di Cesare, Plinio il Vecchio non esita a condannare i milioni di morti causati dai conflitti di Cesare.
L’autore latino non va però preso come una sorta di pacifista o come qualcuno che non veda di buon occhio le imprese militari di Cesare di per sé stesse.
Del resto, è lo stesso Plinio il Vecchio che per esempio considerava solo come un accidente del fato e della fortuna, il fatto che una popolazione germanica come quella dei Cauci non fosse finita sotto il controllo di Roma e “civilizzata”.
L’oltraggio all’umanità: i morti delle guerre civili
Plinio, come emerge chiaramente dal testo, si sta infatti riferendo soprattutto ai morti delle guerre civili. In alcuni libri moderni e secondo molti storici questo sarebbe un suo giudizio netto sulle guerre galliche, sulle quali tuttavia in realtà non si esprime.
I morti di cui parla Plinio, l'”oltraggio commesso contro l’umanità” (humani generis iniuriam) sembrano essere soprattutto quelli causati da Cesare nel corso delle guerre civili, non delle guerre galliche.

Nel passo in questione (Naturalis Historia VII, 25) si fa infatti una menzione molto chiara, anzi due, delle guerre civili, mentre non vengono minimamente menzionate le guerre galliche (civiles, bellorum civilium stragem).
Plinio insomma, nel giudicare che sia stato un “oltraggio contro l’umanità” il fatto che siano morti prima di tutto così tanti cittadini romani e uomini che hanno combattuto anche per Roma, ci dà un vero spaccato di come in realtà la maggior parte dei Romani probabilmente la pensasse.
