Quando parliamo delle legioni romane, in particolare quelle del Principato (quelle dei soldati romani iconici e a volte stereotipati), è impossibile non pensare, per associazione, a quello che è il loro simbolo, e insegna, per eccellenza: l’aquila.
Prodotta in metallo e portata in cima a un’asta dall’𝘢𝘲𝘶𝘪𝘭𝘪𝘧𝘦𝘳, l’aquila, simbolo di Giove, è l’insegna suprema della legione e diventa il simbolo stesso del potere imperiale.
Tuttavia, non tutti ricordano che da una parte, l’aquila per diversi secoli non è l’insegna principale delle legioni, e dall’altra, che il suo uso perdura per molto più tempo di quanto usualmente non immaginiamo.
Partiamo quindi dall’inizio.

Non sappiamo esattamente quando l’aquila entri a far parte delle insegne delle legioni romane, ma sappiamo da Plinio il Vecchio che non era l’unico simbolo.
Infatti, per gran parte dell’età repubblicana oltre all’aquila esistono altri quattro simboli che fanno da simbolo per le legioni (o forse per ognuno dei corpi che le costituiscono): il cavallo, il cinghiale, il lupo e il minotauro.
Questa varietà ha fine con Gaio Mario, che intorno al 100 a.C. infine stabilisce che l’unico simbolo che rappresenti la legione nella sua interezza sia l’aquila, che così diventa l’insegna, e uno dei simboli, più sacri della legione romana.
Nella tarda età repubblicana, e presumibilmente anche prima, da quanto sappiamo l’aquila era realizzata in argento, per poi diventare forse d’oro o dorata nei secoli successivi – proprio a partire dal periodo del Principato abbiamo i primi reperti di aquile legionarie, usualmente in bronzo.
L’aquila va a simboleggiare la legione a tal punto che nelle fonti antiche a volte è un sinonimo per “legione”.
Anche ai nemici di Roma diviene nota l’importanza fondamentale di quest’insegna, che marcia in testa alle legioni, e del fatto che la presenza di un’aquila simboleggi la presenza di una legione romana – tanto che per esempio Corbulone, comandante romano sotto Nerone, per ingannare i Parti sul reale numero dei suoi uomini, in un’occasione fa schierare due aquile alla testa dell’unica legione di cui dispone.
Perdere l’aquila, forse più che perdere qualunque altra insegna, proprio per la sua sacralità e importanza, è un’onta e un disonore difficilmente riparabile.
Questo spiega molto bene come mai per esempio a volte gli aquiliferi si gettino avanti per incitare i compagni (tenuti a difendere l’insegna a tutti i costi), come nel caso dell’aquilifero della Decima legione durante lo sbarco di Cesare in Britannia, oppure cerchino di proteggere l’insegna a costo della loro vita, come Lucio Petrosidio, altro legionario di Cesare, alla battaglia di Atuatuca.
La perdita delle aquile più celebre di tutte è senz’altro quella delle tre legioni di Teutoburgo. Nel corso della successiva campagna punitiva di Germanico ne vengono recuperate due, mentre la terza è ritrovata sotto l’imperatore Claudio.
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Le tre aquile di Teutoburgo (9-41 d.C.)
Viene inoltre grandemente celebrata la restituzione, durante il regno di Augusto, delle aquile perdute dopo la battaglia di Carre del 53 a.C.: un evento di enorme importanza, tanto da essere rappresentato sulla corazza della famosa statua dell’Augusto di Prima Porta.

Anche se non vengono citate esplicitamente, è certamente possibile che altre aquile siano andate perdute e mai recuperate, o restituite, nel corso dei secoli.
Sappiamo infatti che sia Aureliano, nel III sec. d.C., che Eraclio, dopo la vittoria sui Persiani nel 627, nei palazzi sasanidi trovano e recuperano decine e decine di insegne romane catturate sui campi di battaglia dal nemico – e tra queste, quasi certamente anche delle aquile.
L’aquila continua a rimanere uno dei principali simboli dell’esercito romano, e del potere imperiale romano, per secoli.
Nella tarda antichità l’aquila è menzionata numerose volte come simbolo delle legioni, e si ritrova ancora rappresentata sulle emissioni monetali (per quanto spesso in cima ad aste che comprendono anche altri tipi di insegna) e da almeno un reperto di III-IV secolo dalla fortezza di Babilonia, in Egitto.
In questo periodo, per importanza come simbolo del potere imperiale e diffusione d’uso, all’aquila si affianca anche un’altra insegna in uso già dal II sec., il 𝘥𝘳𝘢𝘤𝘰.
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Le aquile come insegne militari sono ancora menzionate in fonti del VI secolo, come in Corippo (se le sue “aquile” nella Ioannide non sono metaforiche) e nello 𝘚𝘵𝘳𝘢𝘵𝘦𝘨𝘪𝘬𝘰𝘯 dell’imperatore Maurizio – nel quale, tra i portainsegne della fanteria, sono menzionati gli 𝘰𝘳𝘯𝘪𝘵𝘩𝘰𝘣𝘰𝘳𝘢𝘪, letteralmente i “portatori di uccelli”.
Un’ultima testimonianza archeologica è probabilmente testimoniata da un’aquila in argento, con inciso un monogramma, rinvenuta a Voznesenka, in Crimea, datata al tardo VII secolo e che si presume facesse parte del tesoro del khan bulgaro Aspar, quale bottino di guerra.

Da questo momento in avanti, proprio come per il 𝘥𝘳𝘢𝘤𝘰, l’aquila si fa sempre più difficile da trovare tra le insegne dell’esercito romano, pur rimanendo spesso rappresentata come simbolo del potere imperiale.
L’ultima attestazione sicura della rappresentazione di un’aquila come insegna è quella dello stendardo montato sulla nave di Giovanni VIII Paleologo – un’opera del 1445 che rappresenta il viaggio compiuto dall’imperatore verso il concilio di Ferrara nel 1438.
Si tratta però con molta probabilità non di un simbolo dell’impero in sé, quanto di uno dei simboli “araldici” di Giovanni VIII stesso: i Paleologi, tra gli altri simboli, hanno infatti adottato per loro stessi anche l’aquila.
E parlando di aquile, sfatiamo un mito che continuiamo a portarci dietro: l’aquila bicipite non è mai stata un simbolo ufficiale dell’impero romano durante il medioevo.
Certamente è un simbolo che dall’epoca dei Comneni gode di grande popolarità e viene usato spesso, ma di sicuro non è una “bandiera” ufficiale dell’impero, e si tratta del resto di un simbolo già in ampio uso, e che resterà usato, anche tra vari potentati del coevo mondo islamico.
Sappiamo inoltre che sia l’aquila bicipite che la normale aquila con una sola testa compaiono entrambe rappresentate su bandiere imperiali o di coloro che aspirano al potere imperiale (es. impero di Trebisonda) ancora del XV secolo – facendoci quindi capire che forse è l’aquila in sé stessa, e non certo quella bicipite, ad aver mantenuto il suo ruolo.
Letture consigliate
A. Babuin 2001, Standards and insignia of Byzantium, in Byzantion, 1, LXXI, pp. 5-59
G. Cascarino 2007, “L’esercito romano. Armamento e organizzazione. Vol I.”
G. Cascarino 2008, “L’esercito romano. Armamento e organizzazione. Vol II.”
G. Cascarino 2009, “L’esercito romano. Armamento e organizzazione. Vol III.”
G. Cascarino 2012, “L’esercito romano. Armamento e organizzazione. Vol IV.”

Per ringraziare del bell’excursus eccoti una fascinosa aquilotta raffigurata su uno sciamito del VII-VIII secolo, conservato a Nonantola (abbazia peraltro di fondazione e area longobarda), v. anche la loro pagina FB:
https://www.facebook.com/abbaziadinonantola/photos/a.471604742986613/1318485261631886/?type=3&locale=hi_IN&paipv=0&eav=AfY9wJTI78JOq_BSr0gQVMV_nGpkDGY_qe2qkGYR7N-va8Lx2X9_9x2zF-3BMgrhFME&_rdr
Buona serata AP
Complimenti Mattia per gli articoli che scrivi!
Una curiosità: esiste al giorno d’oggi l’originale di una di queste aquile?
Grazie mille!
Quanto alle aquile: sì, esistono diversi pezzi che sono stati identificati come insegne legionarie originali. Due sono proprio la prima e la terza foto dentro l’articolo, altre sono rintracciabili in diversi musei, collezioni etc.
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