La vita nelle campagne nel periodo tardo antico

Quando pensiamo al mondo antico, dobbiamo immaginare poche e affollate città, circondate dalle campagne. La maggior parte della popolazione risiedeva proprio nelle zone rurali, ed era composta principalmente da contadini.

I contadini costituivano, inoltre, i contribuenti principali.

La parola greca più comune per definire il contadino era georgos, ossia “colui che lavora la terra”, ma il lessico era molto variegato e ricco. Altro termine usato per indicare i contadini era oikodespotai, letteralmente “padroni di casa”; oppure choritai, campagnoli.
In altri documenti possiamo leggere parole come paroikoi per far riferimento agli abitanti dei villaggi.

Vi erano inoltre tutta una serie di termini specifici applicati a determinate categorie della popolazione rurale: demosiarioi (tenuti al pagamento del tributo fiscale), xenoi, eleutheroi (esenti da tasse), zeugaratoi (proprietari di una coppia di buoi), kalybitai (proprietari di una capanna), ecc…

La parola agroikos, al contrario, era sempre usata con una connotazione dispregiativa, nel senso di rozzo, zotico, rustico.

Gli insediamenti rurali

I contadini abitavano usualmente in villaggi.

Spesso nelle fonti scritte la differenza tra città e villaggio non è molto netta, tanto che le parole si scambiano e susseguono di continuo. Altre volte, si può trovare il bizzarro costrutto komopolis, ossia “città-villaggio”.
La cosa che di sicuro potrebbe stupire noi contemporanei è che spesso questi insediamenti rurali erano ben difesi da mura e fortificazioni.

Non possediamo dati certi sulla grandezza ed estensione di questi villaggi per il periodo tardo antico. Sicuramente la loro vastità variava in base alla regione. Da fonti successive (XI secolo), sappiamo ad esempio che i villaggi dell’Asia Minore erano in media più grandi rispetto a quelli dei Balcani, e arrivavano a contare 450-500 abitanti, ma si hanno anche casi di toponimi come Monospita, ossia letteralmente “di una sola casa”.

Questi insediamenti comprendevano una kathedra, ossia un centro strutturale, il punto di inizio della descrizione fiscale del villaggio.

Fuori da questi insediamenti si potevano trovare dei casali, detti agridion. Nel caso in cui vi fossero solo schiavi lasciati a lavorare la terra, questi prendevano il nome di proasteion. In età tarda, la distinzione si fa via via più labile, fino a scomparire del tutto.

Il villaggio aveva anche delle terre in comune, come colline, boschi, pascoli, rive marine, torrenti, e così via. Il resto era diviso tra i membri dei nuclei abitativi.

La produzione agricola

La varietà e diversità delle regioni che comprendevano l’Impero Romano d’Oriente, permise di avere un’agricoltura molto diversificata.

Al centro della produzione agricola e della dieta vi era il grano.

Il pane era un alimento fondamentale, con un consumo pro capite giornaliero di 325/600 grammi.

La farina, a partire dal VII secolo, si ricavava dal tricinum durum (il grano duro), più facile da trebbiare rispetto al triticum aestivum (grano tenero) d’età precedente. In Asia Minore, al contrario, si coltivava il frumento, mentre nei Balcani l’orzo.

Era anche conosciuta la segale.

Il riso era, invece, già noto da tempo ma non era coltivato. Ciononostante ebbe un grande diffusione, specie sotto forma di dolce.

Sappiamo, infatti, che l’imperatore Costantino VII era goloso del budino di riso.

Si coltivavano anche l’avena e il miglio, ma su questo il dietologo Simeone Seth, vissuto nell’XI secolo, ne sconsigliava l’uso alimentare perché poteva causare dei dolori allo stomaco.

Nella dieta romana i legumi seguivano il grano, e una gran varietà di frutta e verdura arricchiva la dieta. La frutta cotta con miele e spezie accompagnava i piatti a base di carne.

Era anche molto apprezzata la frutta secca.

Negli orti non mancavano poi carote, aglio, cavolo, melone, cocomero, e alberi da frutto (pera, mela, ciliegia, fico, limone, pesca).
Si piantavano anche melograni, mandorli, noci, e castagni.

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Oltre a piante di uso alimentare, vi erano anche quelle a scopo “industriale”: lino, cotone, sesamo.

Il lino veniva prodotto soprattutto in Egitto, lungo le sponde di fiumi o laghi, dato che la lavorazione prevedeva un grosso impiego d’acqua. Dopo la conquista araba del VII secolo, la produzione si spostò nei territori a nord dell’Asia Minore e in Bulgaria.

Di grande rilevanza erano gli oliveti (l’olio era usato non solo a scopo alimentare, ma anche per cucinare e illuminare gli ambienti) e vigneti. Il vino era un alimento importantissimo, ed era addirittura previsto nella razione per gli schiavi. Anche a colazione e cena si beveva vino allungato con acqua.

Sappiamo da una fonte tarda (X secolo) che il vino prodotto a Oriente, non era molto amato dagli Occidentali, che lo giudicavano “imbevibile”, poiché sapeva di “pece, resina, e gesso”. Questo sapore così forte forse poteva esser dato dall’aggiunta di aghi di pino, che producevano un vino simile alla retsina, facilitando così la conservazione.

Il problema dell’acqua

Il clima caldo e secco della regione di Costantinopoli causava spesso problemi di siccità.

Nella tarda antichità, erano soprattutto le province occidentali e l’Egitto a disporre di un sistema di irrigazione, con macchinari per l’estrazione dell’acqua.

In Asia Minore e in Grecia l’acqua veniva invece convogliata e raccolta in cisterne, oppure fatta portare in dei secchi da schiavi.

Animali e bestiame

Stando alle fonti scritte giunte fino a noi, sembrerebbe che nel periodo tardo antico vi fosse una particolare carenza di animali da allevamento.

Si allevavano soprattutto bovini, cavalli, asini, muli, pecore, maiali, e capre.

Ph. Amok

I cammelli erano tipici della zona della Siria e dell’Egitto, nonché del Nord Africa.
I cavalli non erano diffusi in tutto l’impero, dove le principali bestie da soma erano muli e buoi, e dove l’esercito era principalmente composto dalla fanteria (anche se la cavalleria crebbe d’importanza già dal IV al VI secolo, raggiungendo il suo apogeo nel secolo successivo).
Il cavallo era raramente impiegato nei campi.

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Molto più diffusi erano gli ovini. Si stima che un solo nucleo familiare poteva possederne circa trecento esemplari.

Da questi animali non si ricavano solo latte, latticini o carne, ma anche lana e cuoio.

La concia e la lavorazione del cuoio divennero tra le prime attività artigianali nell’impero, dato che questo materiale trovava numerosi impieghi nella vita civile e militare.

Sia in città che nelle campagne erano molto praticata la pesca.

Il miele costituiva, infine, una delle maggiori risorse di carboidrati, ma si assistette ad uno sviluppo dell’apicoltura solo a partire dal VII secolo, in concomitanza dell’apparizione delle candele.

I contadini e il servizio militare

Nel IV-V secolo il servizio militare era obbligatorio, a parte casi eccezionali di prestazione volontaria.

La fornitura delle reclute ricadeva sulla popolazione rurale, e venivano richieste annualmente.

I proprietari terrieri fornivano uomini, oppure avevano l’obbligo di versare una somma di denaro, che avrebbe dovuto compensare la mancata consegna della recluta. Questo processo prendeva il nome di aurum tironicum.

Ovviamente, le reclute sottraevano forza lavoro dai campi.

Inoltre spesso accadeva che le reclute, per non esser arruolate, disertavano o si automutilavano.

Ciò ben si evince da alcune leggi dell’epoca, come quella di Costantino nel 326, o quella di Valentiniano del 368 che prevedeva di bruciare vivi i colpevoli.

La sconfitta subita ad Adrianopoli e la distruzione dell’esercito d’Oriente non fecero altro che aggravare la crisi questa situazione (come si evince dalla legge del 381, che prevedeva di fornire due reclute mutilate al posto di una).

Teodosio, per ricostruire l’esercito, fu costretto ad arruolare migliaia di Goti, tanto negli auxilia palatina sia come foederati.

Alcune delle problematiche di questo periodo, si possono rintracciare anche nel testo di Vegezio, l’Epitoma Rei Militaris.

Mentre nel IV-V secolo, l’arruolamento di milites dell’esercito regolare avveniva principalmente per base fiscale o per coscrizione obbligatoria di determinate categorie (es. figli di veterani e militari, barbari già stanziati nell’impero, e vagabondi), tra il VI ed il VII secolo si istituì nuovamente la leva volontaria, anche se in casi di emergenza era comunque previsto l’arruolamento forzato straordinario.

Che gran parte delle reclute provenisse ancora dalle campagne si evince bene da un passo di Procopio di Cesarea. Il magister militum Germano, cugino dell’imperatore Giustiniano, nel suo discorso ai soldati prima della battaglia di Scalae Veteres, ai suoi dice anche:

“Egli [Giustiniano] vi ha accolti quando con la bisaccia e una tunichetta venivate dalla campagna a Bisanzio […]”
[Guerra Vandalica, II, 16, 13]

Che la carriera militare fosse particolarmente ambita dalla popolazione del VI secolo non deve stupire.

Era l’opportunità per una vita diversa, più ricca, e soprattutto con importanti possibilità di carriera, fino ai vertici.

Basti pensare alla storia di Giustino, il contadino che divenne prima excubitor e poi addirittura imperatore. Così Procopio di Cesarea:

“Quando a Bisanzio era imperatore Leone [ca. anno 470], tre giovani contadini di stirpe illirica, Zimarco, Ditivisto e Giustino di Bederiana [vicino all’attuale Skopje, in Macedonia], che a casa loro conducevano una lotta senza quartiere contro la miseria, decisero di arruolarsi per liberarsene. Si recarono a Bisanzio a piedi con un sacco in spalla dentro al quale era soltanto del pane biscottato che avevano portato da casa. Quando furono iscritti nei ruoli dell’esercito, l’imperatore li scelse per la guardia del Palazzo. Avevano tutti, infatti, corpi bellissimi.”
[Storia Segreta, VI, 2-3]

Da qui, Giustino fece una brillante carriera, scalando i gradi dell’esercito e divenendo comes excubitorum. In quella posizione, alla morte dell’imperatore Anastasio nel luglio del 518, il passo alla porpora fu breve.

Bibliografia

N. G. Baynes 2007, Byzantium: An Introduction to East Roman Civilization

G. Cavallo (a cura di) 1992, L’uomo bizantino

G. Ravegnani 1998, Soldati di Bisanzio in età giustinianea

G. Ravegnani 2015, La vita quotidiana alla fine del mondo antico

T. Talbot Rice 1988, Everyday life in Byzantium


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