Guida alle acconciature femminili romane. Dalla tarda Repubblica alla tarda antichità

La ricostruzione delle tecniche dell’acconciare i capelli nella Roma antica è decisamente un’impresa.
Sono infatti poche le fonti a nostra disposizione che illustrino o spieghino in maniera dettagliata i passaggi dell’atto di pettinare i capelli.

Sappiamo che l’addetta a tale lavoro era l’ornatrix, ossia la parrucchiera. Queste erano d’estrazione sociale molto bassa, spesso schiave o liberte. Solo in rarissimi casi è documentata l’attività di parrucchieri indipendenti.

Stele di P. Ferrarius Hermes

Le fonti ci riportano anche casi in cui più ancelle erano all’opera sulla stessa domina, intente nel difficile compito di acconciarle i capelli.

Difficile e pericoloso, se si era una delle ancelle di Giulia, figlia di Augusto.

Stando al resoconto di Giovenale, Giulia era una donna molto irascibile e capricciosa.
Per un nonnulla poteva colpire la malcapitata ornatrix a colpi di forcine, piantandogliele nelle mani, nel caso non fosse rimasta soddisfatta della sua pettinatura.

Per quanto riguarda gli attrezzi del mestiere, alcuni autori antichi, come Varrone, ad esempio, ci descrivono gli oggetti usati e la loro funzione, ricercandone anche l’etimologia.
Ma come spesso capita per le lingue antiche, i termini usati risultano ambigui o polisemantici, come nel caso di acus, parola che sta ad indicare tanto l’ago crinale, quanto il ferro per i capelli e l’ago da cucito.

Varrone elenca anche gli accessori della toeletta della matrona (un insieme definito mundus): il calamistrum, il ferro per i capelli; il pecten, il pettine; lo speculum, lo specchio; il discerniculum, gli aghi crinali; e il discerniculum quo discernitur capillos.

Anche l’autore Marco Verro Flacco, nel suo De verbarum significatu, testo andato perduto ma ripreso in parte nel II secolo d.C. da Sesto Pompeo Festo nel Glossaria Latina, parla di questi strumenti, ma ne cambia l’etimologia.

Alcuni di questi strumenti vengono anche nominati da Cassio Dione, quando ci narra l’episodio d’ira che vede come protagonista Fulvia, moglie di Marco Antonio.

Secondo l’autore, nel 43 a.C., dopo la morte di Cicerone, la donna dissacrò la testa mozzata del celebre oratore, esposta nel Foro.
Tenendola sulle ginocchia, Fulvia ne aprì la bocca e trafisse la lingua con i suoi spilloni per capelli, allo scopo di vendicarsi delle cattiverie pronunciate da Cicerone contro di lei e il marito.

La pettinatura era un mezzo di ostentazione di gusto, eleganza, ricchezza e rango sociale. Più le acconciature erano elaborate, più la domina era agiata e di condizione sociale elevata.

Apuleio, nel II sec. d.C., ricorda come la pettinatura fosse un elemento indispensabile per l’apparenza della donna, ancora più importante dei vestiti o dei gioielli (capillamenti dignitas). Solo una donna ben pettinata poteva definirsi “ornata”.

Portare i capelli sciolti (sine lege) era sinonimo di barbarie. Solo le bambine potevano lasciarli scendere sulle spalle.

Anche nell’atto sessuale la donna non scioglieva mai i capelli, anche perché per l’uomo romano la vista della nuca era probabilmente qualcosa di molto sensuale ed eccitante.

Leggi anche A letto con i Romani. Uno sguardo alla sessualità nell’antica Roma.

Alcune acconciature si potevano ottenere anche con l’utilizzo di capelli finti o parrucche, oltre all’impiego di ago, filo e fermagli.

Le donne romane amavano molto i capelli biondi (soprattutto se tendenti all’oro o alle sfumature del miele), così come il nero corvino. Tali tinte si potevano ottenere con appositi preparati, alcuni citati da Plinio il Vecchio e Ovidio, oppure con l’applicazione di ciocche finte.

La tarda Repubblica e la dinastia Giulio-Claudia

A partire dal Secondo Triumvirato, alcune donne dell’aristocrazia romana, molto vicine agli uomini di potere, iniziarono ad avere un’iconografia ben definita, una sorta di “immagine ufficiale”: un onore fino a quel momento mai concesso a una donna.

Queste raffigurazioni sono dei veri e propri ritratti, giunti fino a noi grazie alle monete ed alla statuaria.

Le prime donne a godere di tale privilegio furono Ottavia Minore, sorella del futuro imperatore Augusto, e Livia, la sua futura moglie.

Ottavia Minore

I loro ritratti avevano lo scopo di mostrare le virtù tradizionali del mos maiorum da loro incarnate, e quindi fungevano anche da esempio morale per tutte le donne romane.

Anche la scelta dell’acconciatura non era solo una semplice espressione della moda o del gusto dell’epoca, ma in questo caso era funzionale a veicolare un messaggio ideologico.

Fino alla prima metà del I secolo a.C., le donne si pettinavano con grande semplicità.
A partire dalla fine della Repubblica, si affermò una grande varietà di acconciature. La moda femminile era solitamente dettata delle imperatrici o da altre donne della corte imperiale.

Sul finire del I secolo a.C. si affermò l’acconciatura di Ottavia.
I capelli sono raccolti in uno chignon sulla nuca, eccezione fatta per un ciuffo anteriore centrale che veniva adagiato sulla fronte in forma di nodus rigonfio e aggettante, che infine si raccordava con una treccia sottile alla croccia posteriore.

Questa pettinatura è nota come Nodusfrisur, dicitura tedesca che trae la propria denominazione da un passo di Ovidio.

Livia Drusilla

Esistevano anche innumerevoli variazioni sul tema, che manifestavano da una parte la volontà di imitare le donne della gens Iulia, dall’altra di dare un tocco personale alla pettinatura.

Alcuni studiosi, sono propensi a credere che siano state le imperatrici ad adottare, al contrario, acconciature già in voga, assecondando quindi la moda del tempo, in una dinamica di reciproca dipendenza tra la sfera pubblica e quella privata.
Per esempio, sono stati rintracciati dei possibili precedenti del Nodusfrisur in acconciature in voga nella metà del I secolo a.C., caratterizzate da una fascia appiattita ornamentale sulla fronte lungo tutta la sommità del capo, che in seguito sarebbe stata rielaborata in una versione più sobria.

Il meccanismo di emulazione, non coinvolgeva solo le matrone, ma anche donne dei ceti inferiori: le virtù veicolate dalle donne della gens Iulia costituivano degli ideali pienamente condivisibili da tutte le famiglie romane.

Anche durante il regno di Tiberio le acconciature rimasero semplici ed austere, come ben si nota dai ritratti di Antonia Minore, figlia di Ottavia Minore e Marco Antonio, sposa di Druso.
Queste immagini ci restituiscono una pettinatura semplice e ordinata, con i capelli divisi al centro della fronte e disposti lateralmente in ciocche ondulate, cinte da un nastro sopra la fronte e raccolte sulla nuca in una coda, che scende fino a metà delle spalle.

Solo dopo l’ascesa al trono di Claudio, figlio di Antonia Minore, l’acconciatura perdette in parte la sua severità, forse ormai considerata fuori moda, con l’aggiunta di fitti ricci posti ai lati del volto, quasi come a volerlo incorniciare, e a volte lasciando ciocche di capelli libere sul collo.

Questa capigliatura si sviluppò a partire dai ritratti di Agrippina Maggiore, la quale sfruttò la bellezza dei suoi capelli, di natura mossi, per ravvivare l’immagine femminile.

Agrippina Maggiore

Spesso la folta chioma appare coronata da un diadema, che dall’epoca di Claudio diventa un accessorio distintivo del rango di imperatrice, e non più solo un attributo delle divinità.

L’età Flavia

Il gusto per i folti ricci che contraddistinse i regni di Claudio e di Nerone tornò in forma più aggressiva sotto la dinastia Flavia, nel cosiddetto orbis, ossia una pioggia di ricci posti a coronamento della fronte, e riaccordati sulla nuca da un delicatissimo chignon, composto da fittissime trecce.

Busto Fonseca

Questo tipo di pettinatura andava a svilupparsi in altezza.

Non si sa bene da cosa abbia avuto origine questa acconciatura, anche se alcuni vedono una corrispondenza tra la montagna di ricci e le maschere teatrali.

Il teatro, specie quello di genere, era molto amato sia dagli uomini che dalle donne.

Qualunque sia l’origine, questa acconciatura divenne il segno distintivo dell’età Flavia, e conobbe una notevole diffusione già dal 80 – 90 d.C.

Le fonti forniscono dei resoconti vivaci sulla complessità d’esecuzione di questa massa di ricci.

L’epoca traianea e adrianea

Senza rinunciare alla verticalità, le donne del II sec. d.C. sostituirono la montagna di ricci con registri sovrapposti di ciocche di varia forma, in una soluzione di maggior eleganza.

Ciò si può notare nei ritratti di Plotina, moglie di Traiano.
La sua capigliatura è caratterizzata da un diadema di capelli di forma semilunata, alto e voluminoso, incorniciato da ciocche ondulate disposte a ventaglio a partire da un nodo posto sopra il centro della fronte.
Sul retro, i capelli sono intrecciati in sottilissime trecce parallele, e raccolti in una coda che scende sulla nuca.

Plotina

L’immagine che si vuole trasmette è quella di una donna dallo stile di vita modesto e dignitoso, e la sua adesione alle virtù tradizionali della matrona romana, che dedica la giusta attenzione alla cura del corpo e del proprio aspetto.

L’età traianea e adrianea ci fornisce anche numerosi ritratti privati di donne con pettinature che esulano dal modello imperiale, con ampie onde sulla parte frontale, mentre sulla sommità della testa la chioma è intrecciata quasi a formare un copricapo.

Vibia Sabina

Questo modo di portare i capelli sembrerebbe già attestato in epoca giulio-claudia, per cui potrebbe trattarsi di una ripresa di un modello precedente, o più semplicemente di un modo di pettinare i capelli che godeva di particolare favore, tanto da non essere mai stato abbandonato del tutto.

Inoltre, numerosi ritratti attestano la sopravvivenza dell’acconciatura ad orbis, tipica dell’età Flavia, che però ora appare più appuntita e triangolare.

L’età dei Severi

Acconciatura distintiva di questo periodo è la Melonenfrisur, contraddistinta dalla spartizione della calotta in ciocche longitudinali a forma di fette di melone (da qui il nome moderno), e dalla crocchia di trecce avvolte e posta in basso.

Non mancavano comunque acconciature più sobrie con onde regolari, e sul retro i capelli avvolti in un morbido e voluminoso chignon.

Nell’età tardoantoniniana, i ritratti femminili mostrano un processo evolutivo della pettinatura, tendente ad una maggiore compattezza della chioma, con una crocchia sempre più voluminosa. Questo modello prende il nome di acconciature “a calotta”.

Faustina Minore

Fra il tardo II secolo e gli inizi del III secolo d.C., queste tendenze trovarono un’ulteriore evoluzione nella pettinatura di Giulia Domna, moglie di Settimio Severo.

La sua figura è caratterizzata da una chioma compatta, articolata ai lati del viso da numerose ondulazioni, perfettamente simmetriche, detta Helmfrisur. Sul retro vi è uno chignon schiacciato, che occupa tutta la parte posteriore del capo.

Ritratto della famiglia imperiale di Settimio Severo, affiancato da Giulia Domna

In un altro ritratto dell’imperatrice, la pettinatura è impreziosita da due trecce, che incorniciano il volto a partire dalla fronte, e sparendo poi nella massa di capelli. Sul retro vi è ancora lo chignon di forma un po’ più allungata, costituito da trecce ed aderente alla nuca.

Questo tipo di chignon caratterizza tutte le acconciature del III secolo d.C.

Le fonti di questo periodo testimoniano inoltre una grande predilezione per l’utilizzo di parrucche.

L’autore cristiano Tertulliano, nel suo trattato in cui critica le donne per la loro eccessiva attenzione e cura per la bellezza e l’aspetto fisico, fa riferimento alle “enormi masse di capelli finti ed intrecciati, ora costruiti a forma di parrucca, in cui la testa rimane imprigionata come in un fodero o in un coperchio, ora raccolti tutti indietro sulla nuca”, e agli chignon di grandi dimensioni “a forma di focaccia o di umbone”.

Aggiunge anche che le donne vanitose sfoggiano le loro capigliature senza coprirsi!

La tarda antichità

L’acconciatura sfoggiata da Giulia Domna, nel corso della seconda metà del III secolo d.C., sfociò in un tipo di acconciatura “a turbante”, costituita da una spessa treccia che va a fasciare la testa (Haarkranzfrisur).

Le attestazioni ci sono fornite dai ritratti di Galeria Valeria, figlia di Diocleziano e moglie di Galerio, e di Elena, madre dell’imperatore Costantino.

Elena

Pur rimanendo un’acconciatura molto in voga, la ritrattista del IV secolo d.C., ci mostra un gran numero di varianti, e in generale una scarsa omogeneità.

Questa differenziazione potrebbe essere scaturita da una scarsa diffusione di effigi delle imperatrici, che avrebbe portato ad una conseguente rarefazione di modelli ufficiali disponibili.

Dettaglio del mosaico di Villa Noheda, Spagna

Bibliografia

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A. Angela 2016, Amore e sesso nell’antica Roma

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E. Cantarella 2010, L’ambiguo malanno

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M. Lagogianni-Georgakarakos 2018, The Countless Aspects of Beauty in Ancient Art, in “Ancient Art. Exhibition Cataloque. National Archaeological Museum – Athens.”

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