I gatti nell’antico Egitto

Presso gli antichi Egizi, il gatto racchiudeva in sé una forte componente sacrale, mistica e religiosa, che ben si esplica anche nella loro arte.

Il gatto noto agli Egizi era probabilmente il Felis Sylvestris Lybica, un antenato dell’odierno gatto domestico.
Questo felino poteva raggiungere anche i 75 cm di lunghezza, esclusa la coda, e forse cacciava in gruppo.

Le prime raffigurazioni artistiche di gatti nell’arte egizia risalgono al 1900 a.C., tempo in cui il Lybica era già stato addomesticato da tempo.

Gli Egizi chiamavano il gatto “miu” (al femminile “miit“).

All’inizio del loro rapporto con l’uomo, i gatti erano usati come protettori della casa e per la loro abilità di predatori nel cacciare piccoli animali che potevano causare danni, rubare cibo, o causare la morte (topi, serpenti, scorpioni). Solo successivamente divennero veri e propri animali da compagnia.

Il gatto nell’arte egizia

Il gatto è soggetto di numerose raffigurazioni parietali e di bronzetti, riferibili a un lunghissimo lasso di tempo, tra il 1570 e il 332 a.C. (dall’epoca del Nuovo Regno al periodo tardo, prima di quello ellenistico).
Un segno molto evidente della continuità forte della considerazione che gli Egizi avevano per questo felino.

Negli affreschi tombali, il gatto è spesso rappresentato sotto una sedia, mentre due coniugi, seduti, sono mostrati nell’atto di ricevere doni e offerte dai propri figli e servitori.

Il gatto, quando presente, è sempre posto sotto la sedia della donna, ad esaltarne le virtù domestiche e la fertilità. Spesso questo animale era visto in relazione alla dea Hathor, ma non è da escludere che il gatto potesse anche ricordare la vita dopo la morte.

Sotto la sedia dell’uomo, invece, si può solitamente ammirare l’immagine di un cane o di una scimmia: forse rimandi alla virilità e alla forza generatrice dell’uomo.

Altre pitture parietali ci mostrano il gatto, assieme ai padroni, intento nella caccia agli uccelli. Un chiaro esempio di come questo felino fosse amato e partecipasse alla vita quotidiana.

I bronzetti raffigurano spesso deità che hanno sembianze feline, come la dea Bastet, protettrice della casa e della vita domestica.

Al 2000 – 1500 a.C. risalgono anche alcuni oggetti in avorio a forma di gatto, per lo più coltelli e ciondoli. Questi oggetti avevano una funzione apotropaica e, quando rinvenuti in contesti sepolcrali, come portafortuna per donne e bambini.

Dei ciondoli analoghi, di probabile derivazione egizia ma estremamente più tardi, sono stati rinvenuti anche a Roma, datati in un lungo lasso di tempo tra il 30 ed il 330 d.C.

Il gatto come animale sacro

Il gatto per gli Egizi incarnava tutta una serie di forze spirituali, anche a causa di alcune sue abilità come il prevedere il maltempo, i terremoti e la morte.

Queste capacità, unite a quelle delle caccia (specie contro esseri dannosi per l’uomo), facevano del gatto il protettore della casa per eccellenza dal male e dalla sfortuna, nonché portatore di fertilità.

Anche nell’Antico Egitto, come del resto in molte culture del bacino del Mediterraneo, vigeva una concezione magico-simpatetica della natura, indicata da noi col termine greco “polidaimonia”.
Per la polidaimonia, si credeva che la natura e le creature che la abitavano ospitassero spiriti e deità.

Di conseguenza, gli dèi si manifestavano all’uomo anche sotto forma di animali, i quali diventavano essi stessi delle tangibili epifanie o incarnazioni di Dei.
Questo spiega l’associazione del gatto dapprima con la dea Hathor e, in seguito (a partire dal V sec. a.C.), con Bastet.

L’associazione del gatto non si limitava ai soli dèi, ma si estendeva a volte anche agli astri – ai quali del resto anche le divinità erano collegate. Ciò spiega la relazione stretta tra il gatto e la luna.

Oltre al gatto, come è noto, molti altri animali erano considerati sacri nel mondo egizio.

Gli animali considerati sacri erano suddivisi dagli Egizi in tre categorie:

-tutti quegli esseri, come il gatto, che erano la diretta incarnazione del dio;

quegli animali i quali ricevevano dei trattamenti speciali e venivano nutriti, ma che non erano visti come la diretta manifestazione di un dio;

alla terza, infine, appartenevano tutti gli altri animali (rispettati ma non considerati sacri).

Già dal 1500 a.C., prima della sua associazione con la Luna, il gatto era tuttavia visto in stretta relazione con un altro astro: il Sole.

I primi culti egizi legati al gatto vedevano il felino in stretta connessione con Ra. Il dio, ogni notte, avrebbe infatti assunto le sembianze di un gatto gigante per scendere negli Inferi e uccidere Apophis, un demone serpentiforme.

Proprio da questo mito potrebbe nascere la famosa leggenda delle nove vite dei gatti. Il dio Ra appartiene infatti a una stirpe di nove dei, o meglio: è un solo Dio che ne incarna nove, ergo rappresenta nove vite in un unico essere.

La relazione tra il gatto e il Sole per gli Egizi era palese. Le pupille del gatto, che mutano in base alla fonte di luce e spesso brillano nell’oscurità, erano infatti chiari segnali della presenza del dio e dell’astro nel suo corpo.

Questa relazione si ritrova ben esplicitata a Eliopoli, dove il dio del disco solare, On, è a forma di gatto, così come in raffigurazioni di gatti con disco solare e scarabeo, attributi di Ra.

Come accennato, il gatto venne associato solo in seguito con la Luna e il sistro, attributi rispettivamente di Hathor (che durante il periodo romano assunse le sembianze di una mucca) e Iside.

Il sistro era uno strumento musicale in bronzo idiofono, avente un manico, con una parte a forma di ferro di cavallo, attraversata da asticelle con dei dischetti (in numero variabile da uno a quattro).
Il suono, associato alla rigenerazione e alla fertilità, veniva prodotto scuotendo lo strumento. Il numero e la grandezza delle asticelle ne determinava l’intensità.

Il sistro, del quale Iside era considerata l’inventrice, era associato spesso anche alla stessa Hathor. Spesso si trovano infatti raffigurazioni della testa della divinità sul manico dello strumento, mentre sulla parte curva esterna vi sono raffigurati dei gatti.

La relazione tra il gatto e la Luna si spiega con la somiglianza che gli Egizi ravvisavano tra le pupille del felino e le fasi lunari.

Altre analogie tra la Luna ed il gatto furono osservate, molto più tardi, anche da Plutarco. Lo storico affermava che le gatte partorissero nel corso della loro vita tanti cuccioli quante sono le fasi lunari, ovvero ventotto (correlazione, naturalmente, non verificata).

Tra il 945 ed il 715 a.C., durante il regno della XXII dinastia, il gatto venne infine associato alla dea Bastet.

I faraoni erano talmente devoti a questa dea, che trasferirono la capitale a Per-Bastet, ossia “La casa della Dea Bastet”, meglio nota col nome greco di “Bubastis”.

Perfino uno dei sovrani, che regnò dal 773 al 767 a.C., aveva il nome di Pamiu (“il gatto”).

Bastet era la forma pacata e mansueta della dea Sekhmet, dea della guerra e protettrice del regno, dalla testa di leonessa.
Bastet assunse così i connotati della divinità protettrice dell’ambiente domestico.
Come i gatti, era considerata un’abile cacciatrice e una madre amorevole, dea della maternità, fertilità, protettrice delle partorienti e dell’educazione della prole.

Una divinità molto amata nel pantheon egizio, se consideriamo anche l’elevata mortalità infantile dell’Antico Egitto. Le aspettative di vita erano molto basse, specie per il sesso femminile.

La relazione tra il gatto e il bambino era inoltre data dalla loro somiglianza: giocosi e dormiglioni.

Dal V sec. a.C. aumentarono i contatti tra gli Egizi e la Grecia.
A metà del secolo il celebre autore greco Erodoto fece un viaggio in Egitto. Il secondo libro delle sue Storie è quasi interamente dedicato alla cultura e alla religione di questo regno, attraverso la narrazione di cerimonie e sacrifici…i cui protagonisti sono spesso proprio i gatti.

Questi animali, nonostante fossero considerati sacri, venivano anche sacrificati (letteralmente, “resi sacri”). Attraverso la loro morte, divenivano parte della forza spirituale della divinità.

Erodoto è anche il primo ad assimilare la dea Bastet (Bubastis) alla dea greca Artemide.

Nel periodo ellenistico (323-30 a.C.) si assistette a una vera e propria esportazione del culto del gatto.
In questo periodo Bastet, e di conseguenza il gatto, venne associata alla dea Iside, come anche ben testimoniato da un’iscrizione del Tempio di Hanus presso Edfu, in cui si può leggere: “Iside è l’anima di Bastet”.

I gatti che protessero l’Egitto…e quelli che lo persero

Erodoto riporta anche due curiosi episodi bellici della storia egizia dei quali i gatti erano stati i protagonisti.

Nel primo, durante la guerra tra gli Assiri e gli Egizi del 701 a.C., questi ultimi prevalsero grazie ai gatti. I felini presenti nel loro accampamento tennero infatti lontani i ratti dalle scorte di cibo. Al contrario, i roditori si rivelarono la rovina del nemico.

Il secondo episodio, la battaglia di Pelusio del 525 a.C. contro i Persiani di Cambise, fu invece una pesante sconfitta degli Egizi, causata proprio dai gatti.
O meglio, dalla venerazione che gli Egizi avevano anche per questi felini.

Secondo la tradizione, gli Egizi si rifiutarono di attaccare gli avversari poiché questi avevano posto davanti alle loro schiere (o addirittura, li avrebbero legati ai propri scudi) dei gatti, nonché cani e ibis.

Tutti e tre, sfortunatamente per gli Egizi, animali sacri.

Leggi anche

I gatti nell’antica Grecia

I gatti nell’antica Roma. (1) Il periodo repubblicano

I gatti nell’antica Roma. (2) Il periodo alto imperiale

Bibliografia

D. Engels 2001, Classical Cats

P. Li Causi 2018, Gli animali nel mondo antico

J. Malek 2006, The Cat in Ancient Egypt


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