I gatti nell’antica Roma. (2) Il periodo alto imperiale

Durante l’epoca imperiale, al contrario del precedente periodo, la figura del gatto venne molto rivalutata dai Romani.

Qualche studioso sostiene che tra la fine del periodo repubblicano e l’inizio del periodo imperiale, a causa della grande diffusione del felino, il gatto sarebbe arrivato in Cina, grazie alle rotte commerciali.

Si tratta di una notizia tuttavia infondata, considerato che si hanno prove della presenza del gatto in Cina ben precedente a questo periodo (addirittura dal IV millennio a.C.).

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Il gatto nell’arte imperiale

Il mutato rapporto tra Romani e gatti nel periodo imperiale è ben esplicitato nell’arte di questo periodo, particolarmente nelle province occidentali dell’impero.

Come già nell’antico Egitto, il gatto sembra legato in modo molto stretto ai bambini.

Solo dalla Gallia abbiamo ben cinque steli funerarie che rappresentano bambini (due maschi e tre femmine) che tengono in braccio un gatto.

Sempre dalla Gallia, da Bordeaux (antica Burdigala), un’altra stele funeraria datata al II sec. d.C. mostra una giovane donna, stante e con lo sguardo rivolto allo spettatore, che tiene in braccio un gatto…il quale, poverino, viene infastidito da un gallo che gli becca la coda.

Il gatto viene anche rappresentato da solo, ma spesso è difficile interpretare tali opere.

Sempre dalla Gallia, da Auxerre (in Borgogna), viene un “ritratto” di un gatto con un pesante collare.

Un altro esempio, un po’ enigmatico, datato fra il II ed il III secolo d.C., proviene da Alesia. Si tratta del piedistallo di un altare, eretto in un’abitazione privata per il culto della divinità domestiche. Questo splendido manufatto ci mostra un gatto che indossa un collarino con un campanellino.

Lo stesso collarino, di colore rosso, lo troviamo anche in una raffigurazione da Volubilis, nell’attuale Marocco.
Qui troviamo rappresentato un gatto di nome Vincentius (“il vincitore”), in atto di affrontare un topo di nome Luxurius.

Sempre dal Nord Africa, dal sito di Chercell in Algeria, viene un’epigrafe nella quale leggiamo le parole “Catta” (torneremo su cattus più avanti) e “Felix“, divise tra loro dalla rappresentazione di un gatto.
Non è ben chiaro se “Felix” sia il nome del micio, o se piuttosto indichi che il gatto fosse fortunato o portatore di fortuna.

Proprio su questo tema abbiamo un probabile parallelo da Arausio, l’attuale Orange. Si tratta del frammento di un mosaico nel quale, forse per la prima volta, è raffigurato un gatto dal pelo nero. Il felino è accovacciato e stringe nelle fauci un topolino. Lo sguardo del felino è rivolto all’osservatore.
Si suppone che questa particolare composizione possa aver avuto una funzione apotropaica, con l’intento di scacciare la sfortuna.
Questa sarebbe la prima volta in cui un gatto nero è associato alla buona sorte.

Ma d’altronde si deve anche ricordare come il colore nero, per diverse culture mediterranee, avesse primariamente significati benefici, associati alla fertilità della terra – anche se già nel mondo romano inizia a essere associato alla morte.

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La rappresentazione da Orange testimonia bene anche come il gatto, nella mentalità romana, non abbia mai perso il suo abituale attributo di cacciatore, in particolare di volatili.
Numerose sono le opere d’arte del periodo che raffigurano il gatto proprio intento nella caccia.

Uno degli esempi più celebri è un mosaico rinvenuto a Pompei, raffigurante un gatto dai grandi occhi verdi in atto di mordere un volatile.
Lo sguardo del vorace felino, più che rivolto alla sua preda, sembra guardare agli animali del registro inferiore.
Il fondale del mosaico è composto da preziose tessere blu scuro, forse a simulare un notturno. Ciò rimanderebbe alla formidabile capacità dei gatti di vedere anche con scarsa luminosità.

Sempre da Pompei proviene un’altra splendida opera musiva, raffigurante un gatto che tenta di arrampicarsi su una piccola fonte, per aggredire gli uccelli ivi posatisi (due pappagalli e una colomba).

Il medesimo soggetto del gatto cacciatore di uccelli è presente in tutta l’Italia imperiale

Queste raffigurazioni non possono che rimandare alla memoria gli affreschi egizi, con gatti intenti a cacciare uccelli. Come in questi affreschi, anche nelle opere romane di questo periodo siamo probabilmente di fronte a gatti di tipo lybica.

Possiamo segnalare un ultimo esempio, molto particolare.
Si tratta di un piccolo rilievo di età adrianea, attualmente custodito ai Musei Capitolini di Roma. Vi è raffigurata una fanciulla seduta, sulla sinistra, intenta a suonare la lira.
Al centro c’è un gatto, in piedi sulle zampe posteriori, che tenta di afferrare dei volatili…o, chissà, forse di ballare.

I gatti vengono raffigurati anche su lucerne e ceramiche.
Per esempio, al I secolo d.C. risale la raffigurazione di un gatto su una ceramica dall’attuale Galles, raffigurato con il sinuoso stile curvilineo tipico della zona del ritrovamento.

Gatti e cognomina

Nell’età imperiale troviamo i primi cognomina (sarebbe a dire, il “soprannome” dei Romani, terzo elemento del nome) che fanno riferimento al gatto. Questi cognomina legati ai felini sembrano usati soprattutto dalle donne.

Tra l’altro, la cosa curiosa è che l’uso di questi cognomina sarebbe da ascrivere soprattutto, almeno inizialmente, alle classi sociali medio-basse. Come spiegato nella prima parte, dedicata alla Roma Repubblicana, i gatti per molto tempo non godettero infatti dell’amore dei Romani.

I cognomina più diffusi, inizialmente, sembrano essere stati “felicla” e “felicula” (“gattina”), specie nelle province occidentali, da dove provengono più di 250 epigrafi con questi cognomina – dove del resto, come abbiamo visto, ormai la presenza del gatto era massiccia.

Una bella testimonianza di II secolo d.C., direttamente dall’Urbe, è la stele eretta da Calpurnia Felicla per sé stessa e il defunto marito, Germullus.
Sotto l’iscrizione funeraria, spicca la rappresentazione di un gatto stante, in riferimento proprio al nome della donna.

Altri cognomina diffusi legati al gatto erano “Catta“, “Cattula” e “Cattulus“, frequenti soprattutto in nord Africa e nel Norico.

Si presume che “cattus“, da cui poi deriverebbero l’italiano “gatto”, l’inglese “cat” e il tedesco “Katze”, origini dalla parola berbera “kaddiska“, che a sua volta affonderebbe le proprie radici nel numidico “qadis“.

Ben presto il termine cattus/catta va del tutto a rimpiazzare il più antico feles, tipicamente latino.

Cattus e i cognomina derivati non sono da confondere con Cattius, Catus e Catulus.
Il primo, che sarebbe comunque legato al gatto, è infatti il nomen molto comune di una gens. Il secondo non ha nulla a che vedere con il gatto, essendo un aggettivo che significa “acuto”, “ingegnoso”.
Quanto a Catulus, vuol dire semplicemente “cucciolo”.

Questi cognomina, come quelli legati a feles, sono molto più comuni nelle donne. I casi maschili esistenti sono una quantità minima, per una proporzione di uno a cinquanta.

Come accennato, abbiamo anche esempi dell’impiego di Cattus/Cattius e Catta/Cattia come nomen (ovvero, il nome gentilizio). Si suppone sia legato tanto al gatto quanto alla fortuna.

Dalla Pannonia, abbiamo una certa Aelia Catta e Sempronia Catta, oltre al cavaliere Priscus Cattus; dalla Dalmazia, Ulpia Catta; da Milano, Sextilia Catta.

Dalla città francese di Vienne giungono fino ai nostri giorni i nomi molto particolari di due donne: Catia Bubate, e sua figlia Titia Catia.
Entrambi i nomi fanno riferimento al gatto, ma il primo addirittura trae origine da Bubastis, il nome greco della dea egizia Bastet.

I casi maschili del nomen Cattius sembrano curiosamente tutti legati al mondo militare. Alcuni esempi sono il vigile romano S. Cattius Felix, il legionario Gaius Cattius Aniemus Lucilianus, il pretoriano Gaius Julius Cattius Hasta e, dal Belgio, il centurione Quintus Cattus Libo Nepos.

Sempre a sottolineare la relazione tra il gatto e la fortuna, di nuovo dall’Urbe abbiamo il nome di Cattia Fortunata.

Che il gatto fosse ormai legato alla fortuna è confermato anche da alcune testimonianze scritte. Tanto nel mondo ellenistico che nel periodo imperiale romano, si credeva che i gatti avessero particolari caratteristiche in grado di proteggere l’uomo da sventure e malattie.

Ciò ci viene descritto da alcuni riti magici greci, rinvenuti in Egitto su alcuni papiri e databili al II secolo a.C., nonché da Plinio il Vecchio, che non solo riporta questi testi, ma ci parla anche di amuleti a forma di gatto.

Leggi anche

I gatti nell’antico Egitto

I gatti nell’antica Grecia

Bibliografia

D. Engels 2001, Classical Cats

P. Li Causi 2018, Gli animali nel mondo antico

J. Malek 2006, The Cat in Ancient Egypt


3 thoughts on “I gatti nell’antica Roma. (2) Il periodo alto imperiale

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