Droctulfo, il Longobardo che diventò Romano

È a tutti noto che dal 568, anno della venuta dei Longobardi in Italia (a prescindere che si sia trattata di un’invasione vera e propria o, come pare più probabile, di un patto di foedus non rispettato), questo popolo e i Romani siano stati pressoché perennemente in guerra, nonostante il rapporto collaborativo che alcuni gruppi di Longobardi ebbero nei confronti dell’impero. Dalle fonti sappiamo, per esempio, di un gran numero di guerrieri longobardi reclutati e impiegati in Siria, durante le campagne del cesare e futuro imperatore Tiberio Costantino tra 574 e 576 contro i Sasanidi.

A causa della guerra in Persia, era estremamente complicato inviare rinforzi in Italia, il cui territorio veniva giorno per giorno eroso dai nuovi conquistatori. Ma, terminata la guerra in Oriente, Tiberio Costantino reputò che il momento per la riscossa a danno dei Longobardi fosse favorevole, poiché questi stavano attraversando un periodo senza alcun re, conosciuto come “Periodo dei duchi” o “Interregno longobardo”. Il territorio del regno era diviso in 35 ducati, che in questo periodo, che durò dal 574 al 584, agivano come entità pressoché autonome.

Così nel 576 venne inviato in Italia l’ultimo contingente da Costantinopoli destinato alla lotta contro i Longobardi, guidato dal curopalates Baduario. Quest’ultimo è assai probabile che avesse con sé molti dei Longobardi che avevano combattuto con i Romani contro i Sasanidi nei due anni precedenti.

Non sappiamo nulla di questa campagna, se non il suo disastroso esito: l’esercito romano venne sconfitto, e Baduario perse la vita in modo a noi completamente ignoto. Forse proprio in seguito alla sconfitta di Baduario, il duca longobardo Faroaldo, futuro duca di Spoleto, saccheggiò e conquistò il porto di Classe, poco distante da Ravenna: i Longobardi tenevano così in scacco anche il principale centro amministrativo imperiale in Italia. La situazione dei Romani era drasticamente peggiorata.

È in questo clima caotico che fa la sua comparsa uno dei personaggi più affascinanti di questo periodo: Droctulfo.

ducati
Mappa approssimativa della situazione del Nord Italia al tempo di Droctulfo. In grassetto, le sedi ducali longobarde menzionate come tali da Paolo Diacono; le altre seguono l’elenco ipotetico di Hodgkin.

Vastator gentis suae

Non sappiamo praticamente nulla delle origini di Droctulfo, se non quanto riporta Paolo Diacono. Lo storico longobardo riporta l’epitaffio di Droctulfo a Ravenna, ora perduto, e vi aggiunge alcuni particolari.

Come veniamo a sapere dall’epitaffio, l’aspetto di Droctulfo è quello che ci aspetteremmo per un barbaro dell’epoca, in quanto “il volto era tremendo all’aspetto […] la sua barba fu lunga sul petto robusto”. Una descrizione che però contrasta con quello che doveva essere il suo carattere, almeno agli occhi dei Romani, poiché aveva “l’animo buono”.

Nelle fonti di lingua latina e greca, è curioso notare come Droctulfo sia noto come “Drocton”. Non è del resto difficile immaginare che per i Romani il nome di Droctulfo risultasse decisamente estraneo, a tal punto forse da adattarlo alle loro lingue.

L’epitaffio ci dice che Droctulfo non era in realtà di origine longobarda, ma sveva, ed era cresciuto tra i Longobardi. Da qui, Paolo Diacono ci fornisce alcune informazioni in più che, però, sono piuttosto oscure e che sono state oggetto di interpretazioni a dir poco contrastanti.

Così Paolo Diacono: “Questo duca era originario del popolo degli Svevi e precisamente della gente alemanna, ma era stato allevato in mezzo ai Longobardi e poiché ne aveva tutte le qualità era giunto fino alla dignità di duca; ma come trovò l’occasione di vendicarsi della prigionia subita, si sollevò contro i Longobardi”.

L’interpretazione più ovvia di tale passo sarebbe immaginare un giovane Droctulfo quale prigioniero di guerra dei Longobardi (la parola usata da Paolo Diacono per “prigionia” è captivitas, che spesso ha proprio tale connotazione) che, grazie ad azioni a noi ignote, si sia guadagnato la libertà, assurgendo addirittura al rango di duca. Hodgkin, nel suo imponente “Italy and her invaders”, propone un’interpretazione di captivitas sempre legata all’ambito bellico, ma completamente diversa. Secondo l’autore, infatti, Droctulfo sarebbe stato piuttosto catturato dai Romani, e durante la sua prigionia, forse a Ravenna, avrebbe covato un forte risentimento verso gli altri capi longobardi, considerandoli la causa della sua cattura. A Ravenna avrebbe anche scoperto, però, la civiltà romana e la religione cristiana secondo il credo niceno, legandosi in modo particolare a San Vitale, rimanendo affascinato a tal punto dal mondo romano da decidere di voler far parte di quel mondo e di sposare totalmente la causa imperiale.

Naturalmente è impossibile stabilire quale sia la verità, o quale delle due versioni sia quella più vicina al vero.

Ciò che sappiamo per certo è che Droctulfo, oltre a considerare Ravenna sua nuova patria, divenne uno dei maggiori combattenti dell’Esarcato in Italia, nonché un ferocissimo nemico dei Longobardi, tanto da meritarsi l’appellativo di vastator gentis suae: distruttore del suo popolo.

La prima impresa di Droctulfo, come riportato nel suo epitaffio, fu la presa di Brescello, un insediamento sul Po attualmente in provincia di Reggio Emilia, che tra gli anni ’70 e gli anni ’80 del VI secolo costituiva una punta avanzata del territorio dell’Esarcato in mezzo ai nuovi domini dei Longobardi. Brescello costituiva un importante nodo strategico, poco distante da città come Parma, Piacenza e Modena, nonché vicino all’antica Via Aemilia. Non è noto quando il duca svevo prese Brescello, le interpretazioni variano dal 575-576 ai primi anni ’80 del VI secolo.

Da qui Droctulfo, del quale non è del tutto chiaro se comandasse solo truppe romane o anche altri Longobardi unitisi alla sua causa oppure già sotto il suo comando, divenne una vera e propria spina nel fianco per i Duchi longobardi, che non riuscirono a scalzarlo dalla sua posizione fino al 584, quando finalmente fu eletto un nuovo re, Autari.

Contro Faroaldo: l’impresa di Classe

Nel 585, come riporta Paolo Diacono, Autari diede l’assalto a Brescello. Droctulfo dovette trovarsi in una situazione decisamente disperata, senza poter ricevere aiuti dal pur energico esarca di quel momento, Smaragdo, poiché come riportano altre fonti del periodo Ravenna scarseggiava cronicamente di soldati.

Non conosciamo purtroppo i dettagli di quell’assedio, se non che “alla fine [i Longobardi] ebbero ragione di lui e dei suoi alleati e li ricacciarono su Ravenna; Brescello fu presa e le sue mura rase al suolo”.

Nonostante la perdita di Brescello, Droctulfo non aveva certo finito di fare guerra al suo antico popolo. L’azione per la quale è maggiormente celebrato nel suo epitaffio è la riconquista del porto di Classe, ancora tenuto dal duca Faroaldo.

Sappiamo dall’epitaffio che vi fu una battaglia navale tra Droctulfo e Faroaldo sul Badrino, oggi conosciuto come Padoreno, un ramo scomparso del delta del Po a nord di Ravenna. Difficile stabilire cosa vi facessero esattamente lì le forze di Droctulfo, e ancora meno semplice è spiegare perché i Longobardi stessero risalendo con delle navi il Badrino.

Droctulfo radunò una piccola flotta per l’impresa, quasi certamente composta da dromoni, le principali navi da guerra del periodo, ideali per la guerra fluviale. È possibile che il duca avesse già a disposizione parte delle sue imbarcazioni da quando aveva dovuto lasciare Brescello, considerando che quest’ultima doveva essersi rivelata anche un’ottima base per la navigazione lungo il Po.

La flotta di Faroaldo doveva essere quasi sicuramente composta da quelle navi delle quali era riuscito a impadronirsi occupando Classe. Dall’epitaffio di Droctulfo possiamo probabilmente immaginare le forze di Faroaldo più grandi di quella del duca svevo.

Non conosciamo l’andamento esatto della battaglia, ma dall’epitaffio sappiamo che non solo Droctulfo ottenne un’importante vittoria, ma probabilmente dal Badrino uscì sull’Adriatico e, sorpassando Ravenna, si diresse poco più a sud, rendendo nuovamente Classe all’impero.

Così l’epitaffio: “Mentre Faroaldo occupava Classe con la frode / per vendicarla prepara armi per la flotta / e con pochi navigli combatte sul fiume Badrino, / e vince contro le ben più numerose navi dei Longobardi.”

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Piazzetta degli Ariani a Ravenna. Il muro sullo sfondo è noto come “casa di Drocton” o “di Drogdone”, e la tradizione vuole che sia quanto resta della residenza di Droctulfo a Ravenna.

Contro gli Àvari: la vittoria di Adrianopoli

Con la riconquista di Classe, Droctulfo probabilmente acquisì un enorme prestigio presso i Romani, che ora sicuramente ne riconoscevano le indubbie doti militari e l’assoluta fedeltà alla causa imperiale, come testimoniata anche dalle eloquenti parole dell’epitaffio: ” Amò sempre le insegne del popolo romano […] / Per amor nostro, sprezzò gli amati genitori, / reputando che qui, Ravenna, fosse sua patria […] / Poi sostenne con forza le sorti delle insegne romane, / Cristo gli diè da tenere il primo vessillo […]”.

Grazie alla sua fama e alle sue imprese a favore dell’impero, nel 586 i Romani decisero di inviare Droctulfo in un teatro bellico del tutto diverso dall’Italia, per sfruttare le sue abilità contro gli Àvari, che in quel momento imperversavano a sud del Danubio, fino alla città di Adrianopoli.

La situazione era davvero di emergenza. Gli Àvari, nonostante avessero fallito nel prendere d’assalto le città di Dioclezianopoli, Filippopoli e Adrianopoli, avevano messo le mani su alcuni ufficiali dell’esercito romano, Casto e Ansimuth. Questo fatto aveva attirato sull’imperatore Maurizio Tiberio (582-602) l’ira e gli insulti del popolo, che attribuivano a lui la colpa. Così l’imperatore diede l’incarico di ricacciare gli Àvari una volta per tutte al suo generale Giovanni Mystacon (un soprannome traducibile come “il baffuto”) e fu posto come ipostratego, ovvero niente meno che il secondo in comando, proprio Droctulfo.

Delle sue gesta in Tracia, solo accennate nel suo epitaffio, ci racconta in modo più esteso lo storico Teofilatto Simocatta, che così lo descrive: “Drocton […] era Longobardo di stirpe, un combattente molto coraggioso e una poderosa forza in guerra”.

Droctulfo e Giovanni Mystacon guidarono l’esercito, del quale non abbiamo assolutamente alcuna informazione, fino ad Adrianopoli, assediata dagli Àvari. Questi ultimi abbandonarono l’assedio, preparandosi a combattere il giorno dopo.

Tra i dettagli scarni della battaglia tra Romani e Àvari, sappiamo per certo che non solo i Romani furono vittoriosi sul campo, ma che fu proprio grazie a Droctulfo, che guidava una delle ali dello schieramento imperiale, che la battaglia venne vinta (utilizzando, tra l’altro, una tattica che nello Strategikon dell’imperatore Maurizio è indicata come tipica degli Àvari).

Così Teofilatto Simocatta: “Quindi nello scontro con i barbari, i Romani furono vittoriosi e rivoltarono il combattimento a loro favore, quando l’ipostratego Drocton superò in strategia il nemico. Infatti, con una finta fuga, la sua ala diede l’impressione al nemico di star fuggendo, come se i Romani avessero avuto paura di combattere il nemico; ma successivamente egli si voltò [con la sua ala] all’inseguimento, raggiunse la retroguardia dei barbari e massacrò quelli che incontrava.”

La vittoria fu totale: a metà giornata gli Àvari erano in fuga in tutte le direzioni, senza nemmeno tentare una ritirata ordinata ma pensando solo a mettersi in salvo.

Gli ultimi anni

Così come della giovinezza e delle origini di Droctulfo non sappiamo quasi nulla di certo, altrettanto poco si conosce degli ultimi anni del comandante longobardo.

Una possibile tardiva testimonianza di Droctulfo emergerebbe da una lettera del papa Gregorio Magno, datata al 598. Questa missiva è a tutti gli effetti una lettera di raccomandazione indirizzata a Gennadio patricius Africae (l’esarca di Cartagine), al quale viene raccomandato il latore della lettera: Droctulfo (in questo caso scritto come “Droctulfus” e non come “Drocton”), descritto come “proveniente dai nemici all’impero” (de hostibus ad rempublicam veniens). Quest’ultima notazione forse non indica tanto il cambio di schieramento avvenuto ormai circa vent’anni prima, ma forse un’altra tappa, a noi ignota, della carriera militare di Droctulfo. Chiaramente non siamo certi che si tratti dello stesso Droctulfo, ma il fatto che l’unico personaggio con tale nome che si conosca sia proprio lui, fa propendere per tale ipotesi.

Questa è l’ultima informazione più o meno sicura che si ricava dalle fonti: non sappiamo poi esattamente quando sia morto, né per quali motivi.

Dal suo epitaffio pare evincersi solamente che sia infine morto lontano dalla sua Ravenna, ma che vi sia stato poi tumulato a cura di un “sacerdote Giovanni”, del quale probabilmente Droctulfo doveva essere amico. Paolo Diacono ci informa, infine, del luogo dove Droctulfo fu sepolto, che ai suoi giorni era ancora visibile insieme al suo epitaffio: davanti alla chiesa di San Vitale, il martire che forse Droctulfo, dalla sua “romanizzazione”, aveva sempre considerato il suo santo protettore, e che gli aveva dato la forza di combattere i nemici di quella che era divenuta, infine, la sua nuova patria.

Bibliografia

Fonti

Paolo Diacono, “Storia dei Longobardi”.

The History of Theopylact Symocatta: an English Translation with Introduction

Studi moderni

Hodgkin T., “Italy and her invaders. Volume V, Book VI: The Lombard Invasion (553-600)”, Oxford 1916.


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