Paradromès. La guerra di frontiera contro gli Arabi (VIII-X sec.)

Dopo lo scossone dell’invasione araba nel VII secolo, e dopo aver superato con successo l’assedio di Costantinopoli del 717-718, la guerra contro “la stirpe di Ismaele” o “Agareni” (due epiteti di origine biblica con cui i Romani chiamano gli Arabi) si trasforma e, in un certo senso, si stabilizza per un paio di secoli.

Nella nuova prassi militare dell’impero romano dei primi secoli dell’alto medioevo, si tende a evitare per il possibile battaglie campali (che metterebbero a rischio le vite di migliaia di soldati), che pure non mancano, e a combattere il nemico “per strade secondarie”, particolarmente gli Arabi della frontiera orientale.

[Leggi anche La battaglia di Akroinon (740). L’inizio della riscossa contro gli Arabi]

Questo tipo di nuova guerra di frontiera, cristallizzato in un anonimo trattato della metà del X secolo (uno dei massimi momenti di potenza dell’impero nei secoli medievali) ma già usato dall’VIII secolo, è chiamato 𝘱𝘢𝘳𝘢𝘥𝘳𝘰𝘮𝘦̀𝘴 – traducibile, come ha proposto il prof. Gastone Breccia, in “correre accanto al nemico”.

Si tratta di un tipo di guerra favorito e concepito anche grazie alla conformazione geografica del territorio alla frontiera orientale dell’impero in questo periodo, ovvero la catena montuosa del Tauro: poche strade obbligate, strettoie attraverso le quali gli Arabi sono costretti a passare e ben sorvegliate.

Ma il nemico non viene fermato qui: infatti usualmente questi riesce a raggiungere le pianura e a compiere le sue opere di rapina e saccheggio.
L’obiettivo è piuttosto quello di bloccarlo e causargli più danni possibile lungo la via del ritorno, seguendolo usando le strade secondare (𝘱𝘢𝘳𝘢𝘥𝘳𝘰𝘮𝘰𝘪). Questo è il momento in cui inizia la 𝘱𝘢𝘳𝘢𝘥𝘳𝘰𝘮𝘦̀𝘴 vera e propria.

Immagine di Angus McBride

Ora, in realtà i passi non sono del tutto sguarniti: una volta raccolte informazioni sul nemico, lo 𝘴𝘵𝘳𝘢𝘵𝘦𝘨𝘰̀𝘴 del thema deve preoccuparsi infatti di presidiare i passaggi e i punti chiave con la fanteria, se possibile anche architettando imboscate e rallentamenti. Ma nella prima fase di un’incursione nemico, di solito è realistico aspettarsi di non riuscire a fermarlo, nonché preferibile farlo in un secondo momento.

L’anonimo trattatista lo sintetizza bene: “[…] in ogni caso, piuttosto che affrontare i nemici mentre avanzano […] è per molti aspetti più vantaggioso e conveniente attaccarli quando tornano alle proprie basi. A quel punto saranno logorati per aver trascorso molto tempo in territorio romano, e probabilmente saranno appesantiti dal bottino, dai prigionieri e dagli animali. Uomini e cavalli saranno così stanchi da accasciarsi durante il combattimento; in più saranno anche ansiosi e avranno fretta di tornare in patria.”

Inoltre, sempre il trattatista è chiaro nel dire che tardare un po’ l’inizio del contrattacco può essere utile a raccogliere forze anche da regioni più lontane.

Il comandante delle truppe imperiali ci si aspetta poi che, quando la 𝘱𝘢𝘳𝘢𝘥𝘳𝘰𝘮𝘦̀𝘴 inizia, sia disposto anche a tenere una condotta aggressiva, approfittando di ogni possibile occasione per attaccare il nemico, possibilmente di sorpresa.

Coerentemente con le nuove prassi della guerra romane, che tendono a voler ottenere il massimo danno per il nemico mettendo al minimo rischio le proprie truppe (un metodo di guerra dettato dalla ragione e considerato “civilizzato”), lo scopo ultimo della 𝘱𝘢𝘳𝘢𝘥𝘳𝘰𝘮𝘦̀𝘴 è infatti attirare il nemico in un qualche tipo di trappola o imboscata, per poterlo facilmente annichilire.

Questo nuovo tipo di guerra, relegato però alla frontiera orientale (sul fronte europeo le cose sono piuttosto diverse), permetterà all’impero di sopravvivere e mantenere i suoi territori anatolici per duecento anni e, nel X secolo, di lanciarsi finalmente in nuove conquiste.

[Leggi anche Le campagne di Costantino V contro i Bulgari (759-773)]

[Leggi anche La battaglia di Bathys Ryax (872). La vittoria sui Pauliciani]

Lettura consigliata

G. Breccia 2018, Lo scudo di Cristo. Le guerre dell’impero romano d’Oriente


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