L’eroismo di Belisario. La battaglia di Roma (537)

Febbraio 537.

Belisario è da poco entrato a Roma con circa cinquemila uomini. L’esercito ostrogoto, stimato a trentamila soldati, è atteso da lì a pochi giorni.

C’è bisogno di far entrare la maggior quantità possibile di derrate alimentari a Roma prima che inizi l’assedio, e di rallentare l’avanzata dei Goti da nord.

Belisario decide di porre una guarnigione presso un ponte lungo il Tevere (il ponte esatto non è noto; a mio avviso non è da escludere Ponte Milvio).

Appena l’esercito dei Goti si avvicina, la guarnigione si scioglie come neve al sole e fugge verso la Campania (e non a Roma, dove avrebbe ricevuto la punizione di Belisario).
I Goti iniziano ad attraversare il Tevere indisturbati.

Il condottiero, del tutto all’oscuro della fuga del presidio, una mattina esce da Roma con appena mille dei suoi bucellari per controllare il ponte e l’area.

Non ha nemmeno il tempo di accorgersene, quando la cavalleria all’avanguardia dell’esercito gotico gli piomba addosso.

Si accende uno scontro violentissimo, nel quale i Romani sono in forte inferiorità numerica. Belisario combatte in prima fila, ed è il principale bersaglio dei Goti.

E’ stato infatti riconosciuto per via del suo cavallo da guerra, facilmente riconoscibile per via del muso completamente bianco (oggi diremmo “bella faccia”, in greco “phalion” e in goto “balan”).

Ogni lancia e dardo è diretta contro il cavallo di Belisario. Ogni guerriero goto pregusta il premio per aver ucciso il comandante nemico – che non si sta risparmiando nel combattere in prima linea.

I bucellari di Belisario fanno prodezze per tenere il loro comandante al sicuro. Tra questi, si segnala Massenzio, che è tra coloro che cadono in combattimento.
Molti bucellari infatti perdono la vita, ma più di mille Goti cadono sotto i colpi degli uomini di Belisario.

I Romani riescono addirittura a respingere i Goti fino al loro accampamento, ma lì altri barbari freschi e riposati li attaccano, costringendoli alla fuga.

Valentino, bucellario al servizio di Fozio, figlio di Antonina, riesce a respingere da solo i Goti quel tanto che basta perché i Romani si riorganizzino e si ritirino in fretta verso Roma.

Belisario e i suoi, inseguiti dai Goti, giungono al galoppo sotto le mura di Roma (Procopio dice presso Porta Salaria, ma tradizionalmente la vicina Porta Pinciana è nota anche come “Porta Belisaria”).

La guarnigione dell’Urbe, tuttavia, non apre le porte. Non riconosce Belisario, lordo di sangue, e ha troppa paura che, aprendo le porte, i Goti entrino.

I Goti si avvicinano in fretta. Belisario e i suoi bucellari stanno per restare schiacciati tra la massa di barbari a cavallo che si avvicina e le mura di Roma, che avrebbero dovuto proteggerli.

A questo punto, Belisario ordina ai suoi di fare l’unica cosa possibile.

Caricare.

In inferiorità numerica, contro ogni buon senso e sapendo che dalla sua vita dipende l’esito dell’intera guerra e il destino di Roma, Belisario carica.

Disordinati nell’inseguimento, e con il giorno che volge ormai al crepuscolo, i Goti credono che la guarnigione di Roma abbia fatto una sortita in soccorso del comandante, che invece li sta attaccando con meno di mille uomini.

I Goti non resistono a un simile attacco, e volgono in fuga.

Finalmente convintisi che sia Belisario, i soldati a guardia delle porte fanno entrare i sopravvissuti in città.

Di lì a pochi giorni, sarebbe cominciato l’assedio di Roma.

Immagine di Igor Dzis, ricerca di Raffaele D’Amato, per Ancient Warfare.

Fonti

Procopio di Cesarea, Guerra Gotica


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