Nonostante siamo abituati ad associare il regno di Augusto al concetto di 𝘱𝘢𝘹 𝘳𝘰𝘮𝘢𝘯𝘢, in realtà proprio sotto il suo comando furono combattute numerose guerre – del resto la 𝘱𝘢𝘹 era intesa soprattutto come interna.
Non tutte queste guerre, volte soprattutto all’espansione, furono vittoriose, e vi furono numerose battute di arresto, che ebbero un impatto inimmaginabile a lungo termine.

In questo senso, il pensiero va naturalmente a quanto accade sui fronti occidentali e settentrionali dello Stato romano: le tensioni sul Reno, la conquista delle Alpi, le lunghe e numerose guerre in Germania.
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Tuttavia, ancora prima vi furono non poche guerre in Oriente.
Molto meno ricordata, infatti, è un’altra spedizione militare, clamorosamente fallita, il cui esito avrebbe potenzialmente potuto cambiare, e di molto, il corso della Storia: la campagna militare per la conquista dell’Arabia.
La campagna è celebrata in toni abbastanza trionfali nelle Res Gestae di Augusto.
Tuttavia, la nostra fonte principale su questa campagna è Strabone, che fu contemporaneo agli eventi narrati e che racconta una versione piuttosto diversa.
Come dice lo stesso Strabone nella sua “Geografia”, le informazioni principali e più aggiornate che sta scrivendo sull’Arabia sono proprio il frutto delle conoscenze acquisite dai Romani nel corso di questa campagna militare.
Anche se possiamo supporre che Augusto volesse mettere maggiormente al sicuro i confini della nuova provincia d’Egitto, Strabone non nasconde che le motivazioni principali del 𝘱𝘳𝘪𝘯𝘤𝘦𝘱𝘴 dietro a una campagna militare in Arabia fossero di carattere squisitamente economico.
La missione militare immaginata da Augusto non doveva infatti sottomettere o almeno portare dalla sua parte solo l’Arabia, ma anche tutta la costa orientale di quello che allora era l’Egitto, fino alle terre dei Trogloditi – oggi corrispondenti alla punta meridionale dell’Eritrea e al Gibuti -, ovvero fino all’odierno stretto di Bab al-Mandab.
Questa era infatti la porta della via, insieme al Golfo Persico, dei principali traffici commerciali verso l’India e la Cina, e controllarla avrebbe significato entrate molto consistenti per lo Stato.

Inoltre, era la parte meridionale stessa dell’Arabia a essere ricchissima. Non a caso, era nota come 𝘈𝘳𝘢𝘣𝘪𝘢 𝘍𝘦𝘭𝘪𝘹, in contrapposizione all’entroterra arido, poco popolato e povero di risorse dell’𝘈𝘳𝘢𝘣𝘪𝘢 𝘋𝘦𝘴𝘦𝘳𝘵𝘢. I Romani avevano (e continuarono ad avere per i secoli successivi) rapporti diretti invece con la propaggine settentrionale della penisola, l’𝘈𝘳𝘢𝘣𝘪𝘢 𝘗𝘦𝘵𝘳𝘢𝘦𝘢 – che sarà poi in parte incorporata nell’impero come provincia, e sede della famosa città di Petra.
Della ricca 𝘈𝘳𝘢𝘣𝘪𝘢 𝘍𝘦𝘭𝘪𝘹, divisa all’epoca in quattro o cinque regni diversi, i Romani sapevano che lì si commerciavano spezie e aromi, scambiati per oro e argento.
Tanto bastava ad Augusto, che si aspettava così, nelle parole di Strabone, di “avere a che fare con ricchi amici, o di conquistare ricchi nemici”.
La missione di sottomettere o conquistare l’Arabia fu affidata al secondo prefetto d’Egitto, Gaio Elio Gallo. Della sua vita non sappiamo nulla, se non quanto legato alla sua campagna militare.
Secondo Strabone, gran parte dei problemi che Gallo si trovò ad affrontare furono da imputare a Silleo, leader dei Nabatei, dal quale ci si aspettava aiuto ma dal quale, a quanto pare, ricevettero solo grane – ci torneremo verso la fine. Sempre a detta di Strabone, Silleo avrebbe sabotato la spedizione per sfruttare le forze romane nella conquista di città e territori, per poi approfittarne lui stesso.
Secondo Strabone infatti, Silleo avrebbe deliberatamente sconsigliato un viaggio via terra per raggiungere la prima tappa della spedizione, lo scalo portuale di Leuke Kome, oggi presso la moderna Aynuna o, in alternativa, al-Wahj – sulla costa nord orientale del Mar Rosso.
Leuke Kome era tuttavia raggiunta in continuazione, via terra, proprio dalle carovane che giungevano da Petra.
Elio Gallo si sarebbe fidato, iniziando così addirittura la costruzione di una flotta militare (Strabone parla di “navi lunghe”, uno dei nomi per le navi da guerra) nel Mediterraneo, prevedendo di trasportarla nel Mar Rosso via terra, sfruttando l’antico ma in parziale disuso Canale dei Faraoni – un canale di epoca faraonica che collegava il Mar Rosso a uno dei rami del Delta del Nilo, e da lì al Mediterraneo.
Tuttavia, ben presto Elio Gallo si rese conto dell’errore – non esisteva alcuna minaccia navale da parte delle popolazioni arabe, che non avevano flotte militari – e puntò alla costruzione di navi onerarie per il trasporto delle vettovaglie.
Alla fine si ritrovò con ottanta navi da guerra e centrotrenta legni da trasporto.

Nel frattempo, Elio Gallo mise insieme anche l’esercito per la campagna militare, in gran parte, forse per non sguarnire la provincia, composto da nuove leve – sia Romani in Egitto che ausiliari e alleati, tra cui cinquecento Ebrei e un migliaio di Nabatei, guidati da Silleo stesso.
L’esercito di Elio Gallo, quando fu pronto a partire, contava infine diecimila uomini.
Leuke Kome venne raggiunta via mare, con enorme fatica, solo dopo due settimane di navigazione: i venti erano avversi, la presenza di scogli e banchi fece affondare numerose navi con tutto il loro equipaggio, e gli uomini a bordo erano ora affetti da scorbuto e avevano difficoltà a camminare.
Gallo fu costretto a restare a Leuke Kome per mesi, facendo passare l’estate e tutto l’inverno.
Una volta che le sue truppe recuperarono le forze, Elio Gallo si diresse quindi a sud, incontrando alcuni re locali amichevoli, che gli offrirono il loro aiuto.
Sempre per colpa di Silleo, a quanto pare, il viaggio fu però infernale: “[Elio Gallo] marciò attraverso regioni tali che l’acqua andava portata a dorso di cammello, a causa dell’infamia delle guide.”
Dopo probabilmente almeno tre mesi di difficile marcia nel deserto, l’esercito romano arrivò infine davanti alla città di Negrana (odierna Najran), “in una terra che era sia pacifica che fertile”.
Elio Gallo aveva finalmente raggiunto l’𝘈𝘳𝘢𝘣𝘪𝘢 𝘍𝘦𝘭𝘪𝘹.
Il re locale era fuggito, e Negrana venne presa al primo assalto.
Dopo avervi lasciato probabilmente una guarnigione, Elio Gallo proseguì nella sua marcia verso sud e incontrò la prima vera resistenza: gli Arabi, che ormai da mesi sapevano della presenza romana e dei suoi intenti, avevano radunato un esercito.
La battaglia che ne seguì, per la quale non abbiamo dettagli, è un trionfo per i Romani, che secondo Strabone uccisero diecimila nemici (molto più inesperti e poco avvezzi alla battaglia) e lasciarono sul campo solo due uomini.
Dopo questa vittoria, la campagna sembrava finalmente proseguire bene, con la conquista della non meglio identificata Asca e di Athrula (oggi Baraqish, nello Yemen).
Tuttavia, alla fine la spedizione si incagliò nel breve assedio (sei giorni) di Marsiaba, oggi Ma’rib – l’antica capitale del regno di Saba.
Nonostante avesse predisposto delle linee di rifornimento, Elio Gallo si sarebbe ritrovato senz’acqua, e fu costretto infine a ritirarsi, e a mettersi sulla strada del ritorno.

Sarebbe stato qui, secondo Strabone, che Elio Gallo avrebbe scoperto l’inganno di Silleo, poiché i prigionieri arabi che aveva fatto gli rivelarono che aveva perso mesi sulle strade sbagliate.
Per il rientro in Egitto e fino ad Alessandria, computo sia via terra che via mare, con l’esercito decimato dalla fame, dalla sete e dal caldo, furono necessari infatti solo due mesi, contro i sei dell’andata.
Silleo pagò il suo boicottaggio con la vita: portato a Roma, fu condannato e decapitato.
Leggendo il resoconto di Strabone, tuttavia, è in realtà facile immaginare che Silleo non abbia davvero avuto colpe, o queste fossero poi state ingigantite Elio Gallo per non addossarsi la responsabilità dell’insuccesso e delle perdite dei soldati.
Del resto, per esempio, l’errata ed inutile costruzione di una flotta militare fu del tutto frutto della decisione di Elio Gallo, mentre la partecipazione attiva di Silleo alla campagna, condividendo tutti i rischi con l’alleato romano, andrebbe a favore di un’innocenza, totale o parziale, di quest’ultimo.
Sia come sia, la fallita conquista e occupazione dell’Arabia occidentale e meridionale non porterà a nuovi tentativi.

Viene da chiedersi, se le cose fossero andate anche solo in modo leggermente diverso, come sarebbe potuta cambiare la Storia futura dell’impero – forse addirittura senza la nascita dell’Islam e di Maometto nel VII secolo, con conseguenza per noi inimmaginabili.
Come per l’abbandono della Germania, un altro dei grandi bivi inesplorati della Storia.
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Fonti
Augusto, Res gestae divi Augusti
Strabone, Geografia
