Tra gli appassionati di Storia romana e coloro che la studiano, uno degli aspetti forse più straordinari della Roma repubblicana è il fatto di aver magari perso una lunga serie di battaglie, ma di fatto di non essere praticamente mai uscita sconfitta dalle guerre del IV e III sec. a.C.
Come è stato possibile?
Consideriamo infatti che Roma, in quei secoli, non ha ancora un esercito particolarmente più sviluppato o forte di altri (non è ancora la “macchina bellica” alla quale magari associamo il periodo alto imperiale), né un grande Stato.
Anche se potrà stupire, tra i fattori che si possono annoverare per spiegare le vittorie romane nelle guerre nei secoli tra IV e III vi è un curioso aspetto culturale.
Utilizzando un termine volutamente provocatorio, possiamo che dire che Roma, rispetto alle regole e alle aspettative della guerra vigenti nel periodo repubblicano ha…”barato.”
Il mondo antico e le regole della guerra
Fino al IV sec. a.C., tutto sommato possiamo dire che Roma, in guerra, “giochi” ancora secondo le regole.
Si tratta di una guerra tradizionale, spesso combattuta contro città latine che le assomigliano per usi, costumi e ordinamenti militari, come ricorda per esempio Livio.
In questo tipo di guerre, vincitori e sconfitti sono evidenti in modo chiaro, e nessuno mette in discussione il risultato, quando questo arriva.
Tuttavia, nel IV sec. a.C., qualcosa evidentemente cambia nella mentalità romana, che inizia ad approcciare la guerra in modo del tutto inedito…e, agli occhi degli altri “giocatori”, in modo, per così dire, sleale (questo è detto senza alcuna accezione negativa, ma è per far passare il concetto dello stravolgimento culturale in atto).

Per citare la prof.ssa Florence Dupont nel suo libro “La vita quotidiana nella Roma repubblicana”:
“A partire dalla metà del IV secolo, i Romani diventano giocatori sleali, rifiutano di riconoscersi sconfitti e continuano la guerra fino a quando non la vincono loro.”
Non sappiamo cosa scateni effettivamente questo cambiamento, che tra l’altro è ben evidente che riguardi solo i Romani, il cui comportamento è, infatti, giudicato incomprensibile dai loro avversari.
Forse la calata gallica su Roma del 390 a.C. e quello che lo storico Andrea Frediani chiama “complesso dell’Allia“? Ovvero ciò che, dopo quel celebre disastro che porta i nemici addirittura nell’Urbe, “indusse i Romani a conquistare il mondo e a non darsi mai per vinti, neanche nelle situazioni più drammatiche.”

Quale che sia il motivo, dal IV sec. a.C., i Romani semplicemente rifiutano di riconoscere la sconfitta.
In una situazione normale, per esempio, quando una fazione, durante una guerra, subisce una o più sconfitte devastanti, chiede la resa o accetta di trattare col nemico, per porre fine alle ostilità.
I Romani non più.
I Romani e le guerre che hanno rifiutato di perdere
Gli esempi che si potrebbero menzionare per esplicare meglio il concetto sarebbero innumerevoli.
Alle Forche Caudine, nel 321 a.C., i Romani subiscono una sconfitta devastante, anche dal punto di vista morale e nello spirito: i Sanniti la considerano una vittoria “clamorosa e duratura”, nelle parole di Tito Livio.
Ma i Romani sono cambiati: pieni di furore, non si arrenderanno e proseguiranno la guerra, fino a vincerla.
Qualche decennio dopo, Pirro sconfigge duramente (pur con perdite pesanti) i Romani alla battaglia di Eraclea, nel 280 a.C.
Quando gli emissari del re epirota si presentano in Senato, si aspettano, come sarebbe normale, la resa dei Romani e l’inizio delle trattative.
Non se ne parla: gli emissari vengono rispediti al mittente, si rifiuta di riscattare i prigionieri romani (che anzi, vengono considerati degli infami e vigliacchi), e la guerra proseguirà fino alla vittoria romana.
L’esempio più eclatante è però senz’altro quello della Seconda Guerra Punica.
Anche solo citando gli esempi della Trebbia, del Trasimeno e soprattutto di Canne, nella mentalità tipica dell’epoca ci si sarebbe aspettati che Roma chiedesse la resa.

Ma ormai questa possibilità è totalmente fuori dagli schemi mentali romani, nonostante tutto, nonostante tutti i morti: Annibale non può fare altro che proseguire la guerra (non sapendo di fatto bene cosa fare, preso in contropiede) e nonostante rimanga lunghi anni in Italia, continuando a ottenere innumerevoli vittorie, alla fine viene sconfitto anche lui.
I Romani del periodo repubblicano, insomma, si sono resi invincibili non tanto per il fatto di non poter essere sconfitti (anzi, spesso lo dimentichiamo ma subiscono numerosissime sconfitte), ma per la circostanza unica, e ancora inspiegabile, di essere stati incapaci di arrendersi.
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Bibliografia
Tito Livio, Ab Urbe Condita
F. Dupont 2000, La vita quotidiana nella Roma repubblicana
A. Frediani 2012, Le grandi battaglie di Roma antica

Interessantissima questa visione, ma ci sta eccome!