Non capita troppo di frequente che, dalle fonti romane, emergano nomi di guerrieri valorosi (tanto Romani che non) già noti e famosi ai loro contemporanei.
Abbiamo uno di questi fortuiti casi da Tito Livio, nella sua narrazione della Seconda Guerra Punica – e, in particolare, del lungo assedio romano di Capua del 212-211 a.C., passata dalla parte di Annibale.
Si tratta di un nobile cavaliere campano della città di Capua, un valoroso guerriero già molto noto ai tempi della guerra annibalica.
Il suo nome è Cerrino Vibellio Taurea.

La prima occasione in cui incontriamo Vibellio Taurea è nel 216 a.C., subito dopo che Annibale ha vinto la battaglia di Canne.
Annibale sta partecipando a un banchetto privato con il 𝘮𝘦𝘥𝘥𝘪𝘤𝘶𝘴 𝘵𝘶𝘵𝘪𝘤𝘶𝘴 (il massimo magistrato) dei Capuani per l’anno precedente; un banchetto “al quale nessuno era stato ammesso oltre agli anfitrioni e a Vibellio Taurea, un celebre soldato”.
Veniamo a sapere qualcosa di più su questo “celebre soldato” – ed evidentemente tanto famoso da essersi guadagnato un invito per un banchetto così esclusivo come quello che abbiamo visto -, nel racconto di Tito Livio, soltanto nella narrazione dell’assedio di Capua del 212-211 a.C.
Vibellio Taurea è un nobile della città campana, ed è un abile cavaliere – e del resto, di questo non c’è da stupirsi, poiché gli stessi Romani avevano proprio nei cavalieri dei 𝘴𝘰𝘤𝘪𝘪 campani alcuni degli elementi migliori delle loro forze montate.
Anzi, più nello specifico ci viene detto che Vibellio Taurea è “di gran lunga il miglior soldato della cavalleria campana.”
Lo stesso Quinto Fabio Massimo, il Temporeggiatore, ha a definire Vibellio Taurea “il migliore dei cavalieri Campani”.
Durante il corso dell’assedio, Taurea esce da Capua e si fa contro uno degli accampamenti romani.
I legionari iniziano probabilmente a rumoreggiare, ma Taurea impone il silenzio e domanda dove sia un Romano in particolare: Claudio Asello.
Taurea vuole un duello con colui che è considerato il miglior cavaliere dei Romani, e con il quale, come si evince dalle sue parole, deve aver militato in passato, prima che Capua si schierasse con Annibale.
[Leggi anche La cavalleria romana. La forza montata delle legioni]
” ‘Egli [Claudio Asello] ha spesso’, disse ‘discusso con me sui nostri rispettivi meriti. Sistemiamo la faccenda con la spada, e se viene sconfitto mi consegni le spolia opima o, se è vincitore, le prenda da me’.”
Anche Claudio Asello non è un personaggio qualunque.
Appartenente alla nobile 𝘨𝘦𝘯𝘴 Claudia, è anche lui un aristocratico e, come tale, combatte infatti nei ranghi della cavalleria romana.
Sappiamo anche chi è più nel dettaglio: si tratta infatti di Tiberio Claudio Asello, che sarà poi pretore nel 206 a.C. ed edile nel 204 a.C.
Asello chiede permesso a uno dei due consoli (probabilmente Appio Claudio Pulcro) di poter accettare la sfida, dopodiché si arma ed esce al galoppo dall’accampamento.
Sia i soldati campani che quelli romani si sono intanto radunati a frotte alle rispettive palizzate (e i Campani anche sulle mura di Capua) per assistere al duello.

“[Asello] cavalcando oltre le sentinelle, chiamò Taurea per nome e gli disse di incontrarlo ovunque a lui piacesse.”
Il duello comincia con scambi di parole di sfida, purtroppo non riportati da Livio.
C’è da chiedersi se Taurea e Asello si siano confrontati riguardo al loro passato, speso almeno in parte a combattere per lo stesso fronte ed essendosi già conosciuti.
Infine, i due abbassano le lance e spronano i cavalli l’uno contro l’altro.
Tuttavia, complice anche il grande spazio che permette ampie manovre, “continuarono ad evitare i colpi l’uno dell’altro e il combattimento continuò senza che nessuno dei due fosse ferito.”
Asello ne ha evidentemente abbastanza, e grida a Taurea che a continuare così “sarà una prova di abilità tra cavalli e non tra cavalieri”.
Propone così di andare a combattere lungo una strada infossata nel terreno, dove non sarà possibile sfuggirsi con ampie manovre ed evoluzioni – secondo un’altra tradizione e interpretazione del testo liviano, è però Taurea a fare la proposta.
Come che sia, Asello si lancia subito sulla via indicata, ma Taurea non lo segue.
Si limita infatti a uscirsene, secondo Livio “più valoroso a parole che con i fatti”, con una frase la cui interpretazione non è chiarissima.
Il guerriero capuano infatti grida: “𝘔𝘪𝘯𝘪𝘮𝘦 𝘴𝘪𝘴 𝘤𝘢𝘯𝘵𝘩𝘦𝘳𝘪𝘶𝘮 𝘪𝘯 𝘧𝘰𝘴𝘴𝘢𝘮!”, che più o meno letteralmente sarebbe a dire “Ti prego, non con il ronzino in un fosso!”.
Un’espressione per noi un po’ sibillina, che secondo Livio diventerà un’espressione proverbiale da contadini.
Il significato della frase sarebbe “Niente sciocchezze!”.
Insomma, Taurea sta dicendo ad Asello che la sua è tutta una scusa.
Claudio Asello attende Taurea, che però si rifiuta di andare a concludere il combattimento in questo modo, e così esce dalla via infossata e ritorna all’accampamento romano, tra il giubilo dei commilitoni e accusando a gran voce Taurea di viltà.
La vicenda di Vibellio Taurea si conclude, secondo Tito Livio, in modo molto tragico.
Dopo la resa di Capua, il console collega di Appio Claudio Pulcro, Fulvio Flacco, decide di infliggere ai campani una punizione esemplare, senza attendere il parere del senato romano – e del resto ignorandone la lettera, quando questa arriva.
Mette a morte, facendoli uccidere a bastonate e decapitare, numerosi prigionieri e senatori campani (tra coloro che non si erano suicidati per evitare una sorte terribile), tenuti prigionieri a 𝘛𝘦𝘢𝘯𝘶𝘮.
Una volta concluso il macabro compito, Fulvio Flacco fa per andarsene, quando dalla folla di Campani emerge un uomo, che lo chiama per nome.
È Vibellio Taurea.
” ‘Comanda – disse – che sia messo a morte anche io, affinché tu possa vantarti che un uomo di gran lunga più intrepido di quanto sia tu stesso, è stato trucidato da te!’ “
Flacco lo considera uscito di senno, ma Taurea continua:
” ‘Ora che la mia città natale è stata presa, che i miei amici e parenti sono perduti, mia moglie e i miei figli li ho uccisi di mia propria mano per salvarli dall’insulto e dall’oltraggio, e siccome mi viene rifiutata anche l’opportunità di morire come i miei compatrioti qui, che io trovi nel coraggio la liberazione dalla vita che mi è diventata odiosa.’ “
A questo punto Vibellio Taurea estrae una spada che tiene celata sotto il mantello e si trafigge al petto, stramazzando a terra.
Una fine tragica, ma certamente degna del personaggio senz’altro fuori dal comune, per il più valoroso dei guerrieri campani.

Fonti
Tito Livio, Ab Urbe Condita
