La battaglia di Luceria (294 a.C.). Battaglia non voluta tra Romani e Sanniti

Delle tre guerre sannitiche, la terza è forse la più feroce e spietata, specie per quanto riguarda le battaglie successive a quella di Sentino del 295 a.C.

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Una particolare menzione, in questo senso, va sicuramente alla battaglia di Luceria del 294 a.C., nella quale i Romani rischiano di essere sconfitti.

Mentre il collega Postumio Megello sta portando guerra ai Sanniti in Abruzzo, il console Marco Atilio Regolo (padre del ben più famoso omonimo) marcia verso Luceria.

Lungo la strada, trova a sbarrargli il passo un esercito sannita pronto a combattere, anche se col morale basso per le recenti e ripetute sconfitte.

I Romani probabilmente schierano il classico esercito consolare di circa 20.000 uomini, mentre i Sanniti hanno solo circa 13.000 guerrieri.

Tuttavia Tito Livio, nostra fonte sullo scontro, ci dice che “Fu la rabbia a rendere pari le forze in campo”.
La battaglia infuria subito e, nonostante i Sanniti abbiano il morale più basso e meno uomini, infliggono ai Romani perdite pesantissime, riuscendo a respingerli.

I Romani, tornati al campo, cadono nello sconforto, tanto per l’inaspettata vittoria nemica (“non erano abituati alla sconfitta”, dice Livio) che per l’altissimo numero di caduti. La notte passa nella paura che i Sanniti attacchino il campo.

I Romani non sanno però che in realtà questi ultimi vogliono andarsene: pur avendo subito meno perdite, i Sanniti non vorrebbero proseguire la lotta.
L’unica via però passa proprio di fianco all’accampamento romano. Così, quando all’alba i Sanniti si mettono in marcia, i Romani credono di essere sotto attacco.

Atilio Regolo esorta i suoi uomini a prendere le armi e a seguirlo fuori dall’accampamento. Ma se i comandanti e i centurioni, tanto Romani che dei 𝘴𝘰𝘤𝘪𝘪, sono pronti a scendere in battaglia, i soldati esitano.

Nemmeno i rimproveri e le esortazioni di Regolo riescono a smuoverli. Le perdite del giorno precedente li hanno troppo demoralizzati, e sono senza energie.

Atilio Regolo sbotta: “Dunque ci lasceremo assediare anche all’interno dell’accampamento, e moriremo di fame con ignominia, piuttosto che valorosamente – se sarà necessario – a colpi di spada?”

Il console ne ha abbastanza. Che ciascuno si regoli come meglio preferisce, lui andrà a combattere anche da solo, se necessario.
Toccati nell’orgoglio, i soldati così finalmente si armano e, poco convintamente e contro voglia, escono dal campo.

I Sanniti, che hanno anche meno desiderio di combattere dei Romani, devono per forza prepararsi a combattere. “[…] era inevitabile cadere lì o uscire vivi passando sui corpi dei nemici stesi a terra”, sintetizza Livio.
Depongono i bagagli in mezzo alla loro schiera e si preparano allo scontro.

Entrambi gli eserciti si schierano, a poco distanza l’uno dall’altro…ma la scena è surreale.
Né i legionari romani né i guerrieri sanniti hanno intenzione di combattere, e restano fermi – trattenuti dall’andarsene solo dalla paura che l’avversario possa colpirli.

La battaglia, quando finalmente inizia, vede pochi e fiacchi scontri, nel silenzio generale.

Inaccettabile, per Atilio Regolo e i suoi ufficiali. Il console invia così la cavalleria all’attacco, accendendo finalmente la battaglia.

La cavalleria romana viene però sbaragliata e messa in fuga, portandosi dietro il resto dell’esercito, che fugge verso l’accampamento. I Sanniti, sperando di aver conquistato la via di fuga, non li inseguono.

Regolo vi ha però lasciato un contingente di cavalieri, “cui diede il compito di trattare da nemici chiunque – romano o sannita”.

Il console stesso, mentre i cavalieri minacciano con le armi i loro commilitoni a piedi, arringa i suoi soldati: “Dove andate, soldati? Anche lì vi troverete di fronte armi e uomini, e finché il vostro console sarà vivo, non entrerete nell’accampamento se non da vincitori: scegliete se preferite scontrarvi con dei concittadini o con dei nemici.”

Presi dalla vergogna e dalla paura, i soldati tornano così sui loro passi, iniziando a incitarsi gli uni con gli altri.
Addirittura i centurioni strappano di mano le insegne agli alfieri, portandole avanti per incitare i soldati.

La carica romana è travolgente, e i Sanniti non possono che chiudersi a cerchio intorno al loro bagaglio, per impedire che i Romani ne facciano razzia.
Ma schiacciato tra fanti davanti e cavalieri alle spalle, lo schieramento Sannita finalmente crolla.

Dell’esercito nemico, i Romani catturano quasi 8000 guerrieri, che spogliano delle armi e fanno passare sotto il giogo.

Ma se l’esercito sannita è annientato, anche i Romani non possono festeggiare.
Dopo due giorni di battaglia contro un nemico in inferiorità numerica e col morale a pezzi, i Romani hanno infatti perso 7800 uomini. Più di un’intera legione.

Un segno chiaro di come i Sanniti, nonostante il morale ormai costantemente a terra, siano ancora un avversario temibile e durissimo.

I Romani impiegheranno ancora quattro anni per piegare (ma non sottomettere) i Sanniti e ottenere finalmente l’egemonia sull’Italia centrale.

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Fonti

Tito Livio, Ab Urbe Condita


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