Quanto guadagnavano i soldati romani?

Essere un soldato, per i Romani, non è sempre stato un mestiere per il quale viene corrisposta una paga.

Per lungo tempo, fare il soldato non fu un impegno a tempo pieno, e anche quando ciò avviene, le prospettive di accumulare denaro sono molto basse, legate specialmente al buon successo delle campagne militari.

Nel corso dei secoli questa situazione cambia parecchio, particolarmente verso la fine della tarda antichità, quando la volontà degli imperatori di tagliare lo stipendio dei soldati (nel frattempo fattosi piuttosto alto rispetto al passato) è causa di ammutinamenti e ribellioni.

Sia l’ammontare della paga dei soldati, che la sola concezione che si ha di essa, muta moltissimo nel corso dei secoli, anche se non esattamente di pari passo con i mutamenti della macchina bellica romana.

Ph. Martina Cammerata Photography
Materiale Colonia Iulia Fanestris

L’età repubblicana

In età monarchica e per gran parte del periodo repubblicano, l’esercito romano non è composto da professionisti, ma da privati cittadini abili alle armi che ogni anno, in vista dell’apertura della stagione militare, vengono arruolati e suddivisi in varie legioni, con la pratica del dilectus.

Finita la campagna militare o la stagione, i soldati vengono usualmente congedati e tornano a essere semplici cives.

Stare lontani da casa, specie se la campagna militare si prolunga più del previsto, diventa un serio problema e una possibile fonte di danno economico per il cittadino romano.

Nel 406 a.C., in occasione della lunga e prolungata guerra contro Veio, è istituito così il primo stipendium.
In virtù del fatto che la guerra a Roma non è una professione, lo stipendium è concepito come un indennizzo statale per gli eventuali danni economici che il prolungamento della campagna avrebbe portato.

Nei due secoli successivi, la concezione della paga dei legionari cambia molto poco. Da indennizzo, passa a essere un mezzo di sostentamento per il soldato, quando le campagne militari si svolgono lontano da Roma (o dalle altre città di provenienza) per periodi prolungati.

Poco sappiamo sulla paga dei legionari nei primi secoli dell’istituzione dello stipendium.

Uno dei primi a darci informazioni è Polibio, grazie al quale abbiamo preziosi riferimenti per il III e per la prima metà del II sec. a.C.

L’autore greco ci informa che i legionari a lui contemporanei percepiscono due oboli al giorno (cinque assi, o mezzo denario), i centurioni quattro (dieci assi, o un denario), e che i cavalieri, in quanto hanno il compito di mantenere il cavallo, una dracma (quindici assi, o un denario e mezzo).
Almeno per i legionari, sappiamo che ciò corrisponde all’incirca a 120 denari all’anno.

Questo stipendium si mantiene pressoché stabile fino all’epoca di Cesare, il quale intorno al 50 a.C. quasi raddoppia la paga dei legionari da cinque a dieci assi al giorno (corrispondenti però a 225 denari l’anno) e porta a 450 denari annui quella dei centurioni.

A ben guardare, nonostante sia molto complicato calcolare il costo della vita e il valore del denaro nel periodo della repubblica, lo stipendium del legionario anche come aumentato da Cesare è effettivamente ben poca cosa.
Basti sapere infatti che nella tarda repubblica, come riporta Cicerone, il salario medio di un lavoratore è di dodici assi al giorno.

A questo salario già molto basso, va anche aggiunta la svalutazione dell’asse che si verifica nel 118 a.C. e un sistema di trattenute sul vettovagliamento e sull’equipaggiamento militare, nelle rare occasioni in cui quest’ultimo sia fornito dallo Stato (in età repubblicana e gran parte di quella imperiale, il soldato doveva provvedere da solo al proprio armamento).

Uno dei pochi modi di spiegare il basso valore della paga dei legionari nel periodo repubblicano è che, a livello concettuale, la paga venga ancora considerata solo come un indennizzo, come alle origini dello stipendium.
Un’altra motivazione, parimenti importante, è data dal fatto che tanto i comandanti quanto soprattutto i soldati sono ben consapevoli che le vere occasioni di fare fortuna sono in realtà connesse alla possibilità di fare bottino durante le campagne vittoriose.

Il periodo alto e medio imperiale (I-III sec. d.C.)

Con il periodo imperiale, che vede ormai la costituzione stabile di un esercito di professionisti (eredità delle riforme mariane della fine del II sec. a.C.), viene inizialmente istituzionalizzato lo stipendium cesariano, che diviene un vero e proprio salario.

Da Augusto a Domiziano, la paga annuale di un legionario resta di 225 denari, equivalenti a 900 sesterzi, elargiti in tre rate annuali da 300 sesterzi. Quanto agli ausiliari, ora stabilmente integrati in loro specifiche unità nell’esercito, questi venivano pagati 187,5 denari l’anno, ovvero 750 sesterzi.
In entrambi i casi, i cavalieri ricevevano annualmente 150 sesterzi in più.

Una paga che, esattamente come nel periodo repubblicano, rimane piuttosto misera, considerate tutte le trattenute già valide anche nei periodi precedenti (ancora in questo periodo, anche per l’armamento è il soldato in massima parte a dover provvedere a sé stesso).

Lo testimonia bene un papiro rinvenuto a Masada, relativamente alle spese sostenute dal legionario Gaio Messio.
Da uno stipendium di 300 sesterzi, ovvero 75 denari, Messio deve detrarre ben 50 denari (200 sesterzi) corrispondenti a una fornitura d’orzo (sedici denari), una tunica in lino (sette denari), un paio di scarpe (cinque denari) e lacci in cuoio (due denari).
Dallo stipendium successivo, del quale non sappiamo tutto per via della frammentarietà del papiro, sappiamo che vengono dedotti venti denari in cibo e nuovamente sedici denari per l’orzo.

Il papiro di Gaio Messio, rinvenuto nel campo militare di Masada.

Che queste condizioni di paga rendessero durissima la vita del legionario lo esprime bene anche il più tardo Tacito. Alla morte di Augusto nel 14 d.C., i legionari del Reno e della Pannonia si sarebbero così espressi:

“Il servizio militare è di per sé stesso faticoso e non rende nulla: l’anima e il corpo si valutano dieci assi al giorno. Con questi bisogna pagarsi i vestiti, le armi, le tende, oltre a quanto serve per evitare le sevizie dei centurioni e per farsi esentare dai servizi. In compenso, per Ercole, percosse e ferite, inverni duri, estati faticose, guerra atroce o pace sterile, sempre […]”

Anche le prospettive di bottino, con sempre meno campagne di conquista in grande stile nei confronti di province ricche come quelle orientali, si vanno riducendo drasticamente. Come compensazione, i soldati devono ormai sperare più che altro sugli altrettanto rari donativa elargiti dagli imperatori al momento dell’ascensione al trono.

Con Domiziano (84 d.C.), i legionari vedono finalmente aumentata la paga di un terzo, da 900 a 1200 sesterzi annui (300 denari), anche se in questo modo resta comunque di poco superiore a quella di un lavoratore stipendiato.

Anche se non lo sappiamo con certezza, sotto Settimio Severo (197 d.C.) lo stipendium viene probabilmente raddoppiato a 2400 sesterzi, ovvero 600 denari. Caracalla (212 d.C.) aggiunge un ulteriore 50%, raggiungendo così i 3600 sesterzi annui (900 denari).

Considerata l’inflazione del III secolo, è assai probabile che, da Alessandro Severo a Diocleziano, lo stipendium sia salito fino a 1800 denari – una somma che, considerando il periodo, non doveva essere particolarmente elevata.

La tarda antichità (III-VII sec.)

Dalla fine del III al VII secolo, tracciare l’esatto ammontare della paga dei soldati romani diventa molto complicato.

Questo non solo per una certa confusione nelle fonti, ma anche per l’ulteriore diversificazione dei tipi di entrata corrisposti ai soldati.

Per la tarda antichità, è inoltre più utile iniziare a tracciare lo stipendio anche in solidi aurei, o nomismata (un solidus equivale a 1000 denari), un tipo di moneta introdotto da Costantino.

I donativa imperiali in questo periodo diventano una parte sempre più importante e costante delle fonti di entrata dei soldati. Vengono elargiti non solo all’ascensione alla porpora dell’imperatore ma anche, con cadenze ormai regolari, in occasione di particolari anniversari (compleanni, anniversario dell’ascesa al trono, etc.). Di particolare importanza i donativa quinquiennali, corrispondenti a circa un nomisma.

Durante il IV e particolarmente con la più forte crisi del V secolo, lo stipendium sembra divenire la forma di pagamento in moneta sempre meno stabile e sicura (nonché maggiormente irrisoria), a fronte proprio dei donativa.

Alla fine del III secolo, allo stipendium in moneta si affianca anche il pagamento in beni in natura (annona), vestiario e armi.
L’annona, distribuita su base annuale, è talvolta versata in denaro (pretium annonae), che deve essere utilizzato dal soldato per acquistare i beni corrispondenti. Durante il regno di Valentiniano III (425-455), sappiamo che il controvalore dell’annona annuale è di quattro solidi.
Tra IV e V secolo, l’annona diventa il principale mezzo regolare di retribuzione dei soldati.

Come accennato, pur tenendo presenti i dati presentati sopra, è molto complicato stabilire l’ammontare della paga che i soldati romani percepivano tra IV e V sec.
Considerando poi le forti oscillazioni e la continua svalutazione, è praticamente impossibile stabilirne tanto l’esatto ammontare, quanto il valore.

Stime moderne propongono che, sotto Diocleziano, i soldati ricevessero almeno nominalmente (tra stipendium e donativa vari, ma esclusi annona e forniture di armi) una somma annuale paragonabile a 12 nomismata. Ovvero, circa 12.000 denari, dei quali però solo 1800 sarebbero derivati dallo stipendium.

Questa somma sarebbe precipitata a 9 nomisma per i soldati dell’esercito campale e 5 per i limitanei nel tardo V secolo (rispettivamente 14 e 10 nomisma includendo anche armi e annona).
Nel 438, addirittura in una legge è testimoniato come i soldati a malapena sopravvivano del loro stipendium, tanto che lo Stato si prodiga per fornire loro, in compensazione, terra da coltivare.

A cavallo tra V e VI secolo, la situazione cambia radicalmente, con le riforme e le attente politiche economiche dell’imperatore Anastasio (491-518).

Con le sue riforme, l’imperatore Anastasio riesce a riempire nuovamente le casse dello Stato, investendo parte dei nuovi introiti proprio nelle paghe dell’esercito.
Anastasio (anche se alcuni attribuiscono la riforma a Giustiniano) abolisce i donativa quinquiennali. Inoltre, converte stabilmente l’annona nel suo corrispettivo monetario, aumentandola da quattro a cinque nomismata proprio con l’abolizione del donativum quinquiennale.

Il prezzo dell’armamento venne inoltre fissato a 5 nomismata, per l’acquisto del quale veniva fornita un’indennità da ripagare allo Stato, fornitore unico dell’equipaggiamento militare sin dal tempo di Diocleziano e Costantino.

Le stime moderne indicano quindi che, considerando anche l’indennità per l’armamento, i soldati romani dell’esercito campale del VI secolo avrebbero ricevuto, nominalmente, 20 nomismata – dei quali 15 restano in tasca al soldato per mantenere sé stesso e la sua famiglia. In qualche caso probabilmente ai soldati restava anche di più, se consideriamo valida l’ipotesi che, specie tra i fanti, l’indennità per l’acquisto di armi non venga spesa totalmente.
La paga monetaria dei soldati di frontiera invece resta invariata, e sotto Giustiniano è definitivamente abolita. Questo anche in considerazione del fatto che, in buona parte dei casi (almeno sulle frontiere orientali e in Egitto), i limitanei svolgevano anche altri lavori e riuscivano a sostentarsi da sé.

La riforma di Anastasio cambia radicalmente l’approccio degli ultimi due secoli dei Romani all’arruolamento, che intanto era stato ristabilito su base volontaria.
Invece di darsi alla macchia o di automutilarsi pur di non venire arruolati, come spesso accadeva nel IV e V secolo, ora fare il soldato diviene un mestiere remunerativo, un ruolo privilegiato. Persino l’obbligo del signum, un probabile tatuaggio identificativo, utile strumento identificativo in caso di diserzione, è abolito, probabilmente perché ormai considerato inutile.

Tale posizione privilegiata, tuttavia, in momenti di crisi economica diviene un’arma a doppio taglio per gli stessi imperatori.
In particolare, l’imperatore Maurizio tenta per ben due volte, nel 588 e nel 594, di attuare modifiche al ribasso alla paga dei soldati, ma ottenendo solo l’ammutinamento delle truppe (scongiurato decidendo di ritirare i provvedimenti). I soldati non erano disposti a rinunciare all’aumento di paga degli ultimi decenni.
Nel 588, Maurizio tenta di decurtare la paga da 20 a 15 nomismata, mentre nel 594 cerca di sostituire la paga in una fornitura diretta di armi e vestiario, e il residuo valore in moneta.

Solo nel 616 l’imperatore Eraclio riuscirà ad addirittura dimezzare la paga dei soldati a 10 nomismata senza provocare sedizioni, con una fornitura interamente a carico statale di armi e vestiario.

L’alto medioevo (VII-XI sec.)

L’introduzione del sistema tematico e la relativa distribuzione di terre militari ai soldati, probabilmente introdotti da Costante II (641-668), porta ulteriori elementi di novità alla paga dei soldati.

La paga passa dai 10 nomismata di Eraclio a 5. I soldati devono inoltre provvedere loro stessi all’equipaggiamento e ai cavalli.
Tale taglio apparentemente drastico è ampiamente compensato proprio dalla distribuzione delle terre militari, che per i cavalieri sono probabilmente molto più estese di quelle destinate ai fanti, e che provvedono in maggior proporzione della paga al sostentamento dei soldati.

Ben diverso il trattamento riservato ai soldati dei tagmata imperiali, introdotti da Costantino V nel 743, ai quali vengono forniti, oltre ai terreni militari, anche le armi e razioni alimentari, queste ultime per il valore di 5 nomismata. In questo modo, la paga base di 5 nomismata non deve essere spesa per le armi, restando completamente in tasca ai soldati dei tagma.

Una delle più dettagliate fonti riguardante la paga dei soldati romani del periodo alto medievale risale al regno dell’imperatore Teofilo (829-842). Si tratta di un resoconto in arabo dell’840 circa, composto da al-Jarmi, probabilmente basato su documentazione imperiale.

Almeno per quanto concerne i soldati di truppa, notiamo una disposizione curiosa. Secondo al-Jarmi, il primo anno di servizio sarebbe corrisposto un nomisma, il secondo due, il terzo tre, e così via fino al dodicesimo anno, dal quale la paga si sarebbe stabilizzata a dodici nomismata per tutti gli anni successivi di servizio.

Secondo calcoli moderni, ciò porterebbe a una media di circa 9 nomismata l’anno. Questo denaro è inoltre integrato dalla paga specifica data ai soldati durante le campagne militari, a volte piuttosto generosa.
In un documento di Costantino VII relativo a una campagna militare del 911 contro Creta, i soldati semplici hanno ricevuto 9 nomismata solo per la partecipazione alla spedizione – una somma ragguardevole, se si considera la media di 9 nomismata l’anno della paga regolare.

Il complesso sistema dell’imperatore Teofilo viene probabilmente abbandonato già prima della fine del IX secolo, per tornare a una paga regolare di circa 9 nomismata che si mantiene almeno fino a Niceforo II (963-969).

Tra X e il primo quarto dell’XI secolo, l’instaurazione di molti nuovi themi nati dalle campagne militari vittoriose di imperatori come Niceforo II, Giovanni Tzimisce e Basilio II, impongono un risparmio sulle finanze pubbliche, anche per quanto concerne il pagamento dei soldati.

Anche dal dato archeologico, sappiamo che i soldati dei themi più vecchi e di quelli maggiormente inattivi, invece di essere pagati in nomismata, vengono pagati nel corrispettivo monetario in tetartera, una moneta che in realtà ha un valore inferiore rispetto al nomisma di circa un dodicesimo.

Gli ultimi dati utili, relativi all’XI secolo, ci fanno capire come anche il nomisma abbia perso infine molto del suo valore. Costantino IX Monomaco, nello smobilitare i soldati del thema d’Armenia, li priva della paga di 7 nomismata e li solleva delle spese militari (quelle relative all’equipaggiamento militare), equivalenti a circa la stessa somma.

Bibliografia

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F. Dupont 2000, La vita quotidiana nella Roma repubblicana

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