Donne romane in piazza

Nel 215 a.C., durante la Seconda Guerra Punica, venne emanata una legge piuttosto severa nei confronti dei costumi delle donne.

Si tratta della Lex Oppia (dal nome del tribuno Gaio Oppio), una legge che tentava di contrastare il decadimento e vistoso rilassamento dei costumi tradizionali, causato dalla vittoria durante il precedente conflitto, la Prima Guerra Punica.

La Lex Oppia imponeva alle donne di non indossare vesti con colori troppo sgargianti, di non possedere più di mezza oncia d’oro, di non spostarsi in città su carri se non in occasione di cerimonie religiose.

La legge rimase in vigore per circa un ventennio. E fu proprio l’intervento delle donne a farla abolire.

Nel 195 a.C., le donne scesero in piazza e chiesero con forza ai senatori di approvare la proposta di abrogazione della legge, che stava venendo discussa proprio in quel momento.

Nonostante in Senato vi fosse chi appoggiava l’abrogazione, non era affatto scontato che questa venisse approvata.

Lo esemplifica bene la difesa della legge che ne fa Marco Porcio Catone:
“Questo non è che uno, e dei minori, tra i freni che le donne mal sopportano di vedersi imporre dalle usanze o dalle leggi. Ciò che desiderano è la libertà o, se vogliamo chiamare le cose con il loro nome, la licenza in tutti i campi. Che cosa non tenteranno, se otterranno questo?”

Il giorno seguente, il numero delle donne aumentò. Queste si recarono in massa al Foro, e finalmente la loro richiesta ebbe successo.

Da quanto ne sappiamo, questa fu la prima manifestazione in piazza delle donne nella storia dell’umanità.

Quella del 195 a.C. non fu l’unica occasione in cui le donne fecero sentire la loro voce.

Circa due secoli dopo, l’imperatore Augusto, uomo molto rigido nei confronti dei costumi e della morale, promulgò la Lex Iulia de adulteriis coercendis, contro l’adulterio (in particolare, condannava l’adultera all’esilio): questa legge, pur venendo apprezzata da alcuni intellettuali del periodo, scatenò un putiferio generale.

Questo non ovviamente per l’approvazione dell’adulterio in sé, ma perché l’adulterio usciva dall’ambito familiare, e diventava un reato pubblico – per il reato di adulterio, infatti, sarebbe dovuto essere istituito un processo.

La legge, inoltre, non puniva le prostitute.

Ciò fece infuriare le donne, le quali si recarono in massa ad iscriversi ai registri nelle liste delle meretrici, sbeffeggiando il poter maschile.

Andò avanti così anche dopo la morte del princeps.

Letture consigliate:

A. Angela 2016, Amore e sesso nell’antica Roma

F. Cenerini 2013, La donna romana


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