Ortensia, la prima “avvocatessa”

Nel 42 a.C., i triumviri Ottaviano, Marco Antonio e Lepido emanarono un provvedimento fiscale straordinario.

Secondo tale provvedimento, le donne romane appartenenti a ceti elevati della società sarebbero state obbligate a fare una stima dei loro beni e possedimenti, allo scopo di fornire un contributo per le spese militari.
Omissioni o false dichiarazioni sarebbero state perseguite dalla legge. Al contrario, schiavi e liberti che avessero fornito tali informazioni sarebbero stati premiati.

Per le matrone sarebbe stata un’impresa difendersi: in quanto donne, non avevano infatti facoltà di parlare pubblicamente.
In un primo momento si rivolsero alle donne più vicine ai triumviri, come Ottavia, sorella del futuro imperatore Augusto, e Giulia, madre di Marco Antonio.

Questo tentativo di mediazione non andò tuttavia a buon fine. Le matrone si fecero coraggio e si recarono al foro, per appellarsi direttamente ai triumviri.

Ortensia, figlia del celebre oratore Ortensio Ortalo, era stata scelta come portavoce dalle altre donne.
Contro ogni norma, iniziò un’orazione contro il provvedimento dei triumviri, fungendo da vera e propria avvocatessa delle matrone.

Nel suo discorso, la donna espose il tentativo fallito della mediazione familiare, e di conseguenza come fossero state le circostanze a spingerla a parlare pubblicamente nel foro.

La parola femminile in un luogo pubblico era contraria ai principi del Mos Maiorum (come stabilito, pare, addirittura da re Numa), e in quanto tale comportamento ingiustificabile. Sarebbe stato un sovvertimento dell’ordine naturale della società, con conseguente ira degli dèi.

Ortensia era ben conscia di questo, così come del fatto che le donne non avrebbero dovuto occuparsi della vita pubblica.
Ciò costituiva infatti la parte fondante del suo discorso.

Allo stesso tempo, Ortensia ricordò che le guerre civili avevano privato numerose donne di padri, mariti, fratelli, e figli. Ciò l’aveva rese sui iuris, ossia nella condizione in cui non c’era più nessun uomo in grado di rappresentarle legalmente – altro motivo che aveva spinto Ortensia a parlare nel foro.

Anonimo busto funerario femminile da Palazzo Massimo alle Terme, Roma, I sec. a.C.

Da ultimo, Ortensia aggiunse che se i triumviri si fossero ostinati a depredarle dei loro averi, le matrone non avrebbero nemmeno potuto continuare a vivere in maniera conforme a quello stile di vita, sociale ed economico, al quale gli stessi padri le avevano destinate.

Ortensia domandò poi perché mai una donna avrebbe dovuto pagare le tasse, essendo esclusa dal potere e dell’esercizio delle magistrature.
La donna ricordò anche che già altre volte le donne erano venute in soccorso della Repubblica con donazioni spontanee e volontarie di gioielli: beni che non avrebbero intaccato proprietà terriere e doti, ossia quei beni senza i quali una donna libera non avrebbe potuto vivere.

Infine, Ortensia aggiunse che quanto descritto non era mai accaduto durante una guerra civile, ma solo quando si erano combattuti popoli stranieri.

Lungi dall’essere un discorso rivoluzionario, le parole di Ortensia mostrano come lei e le altre matrone fossero pienamente immerse nella cultura romana del periodo e la rispettassero.

Sicuramente straordinario è il fatto che per la prima volta una donna abbia parlato in un’orazione pubblica – ma la stessa Ortensia riconosce che si tratta di una situazione fuori dal normale, alla quale è stata costretta dalle circostanze.

Il discorso di Ortensia, pur non ottenendo del tutto il successo sperato, ebbe un parziale effetto.
Il giorno seguente, infatti, i triumviri diminuirono drasticamente il numero delle donne soggette alla tassazione, coprendo il resto del denaro che sarebbe loro servito con un’altra tassa, sui patrimoni.

Dopo Ortensia, non si hanno più notizie di arringhe femminili.

O meglio: Valerio Massimo, una delle nostre fonti principali su Ortensia insieme ad Appiano, nel suo Mulieres quae apud magistratus pro se aut pro aliis causas egerunt, fa menzione di altri due casi…ma parlandone in modo completamente differente.

Ortensia in una certa misura sarebbe stata giustificata poiché, secondo l’autore, le sue parole erano state ispirate dal defunto padre.

Totalmente diversi sono per lui i casi di Mesia Sentinate (detta l’Androgina) e di Carfania.

Mesia, vissuta nella prima metà del I secolo a.C., viene considerata quasi alla stregua di un uomo.

Quanto a Carfania, moglie del senatore Licinio Buccone, viene ricordata come una donna sempre pronta a difendersi da sé, nonostante le schiere d’avvocati che si sarebbe potuta permettere.
Valerio Massimo non esita per questo a definirla come una donna impudente e che “abbaia come un cane”.

Proprio Carfania venne presa come scusa esemplare per impedire al genere femminile di esercitare l’avvocatura.

Letture consigliate:

F. Cenerini 2013, La donna romana


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