Le imperatrici nel periodo tardo antico e altomedievale

Per una donna, le nozze con l’imperatore non comportavano necessariamente la promozione ad imperatrice.
Per questo secondo passaggio era prevista una cerimonia apposita distinta dalle nozze, anche se spesso i due riti tendevano a coincidere.

L’incoronazione dell’imperatrice doveva aver luogo separatamente da quella del consorte.

L’imperatore aveva anche il diritto di incoronare imperatrice una donna che non fosse sua moglie. È il caso di Leone VI che incoronò, ormai vedovo, la figlia Anna.

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L’imperatrice portava lo stesso identico titolo del marito, ma al femminile: nel tardo antico augusta (in greco sebasté), che si mantenne molto più a lungo rispetto al corrispettivo maschile, traslitterato come augousta, e in seguito anche con altri termini greci come basilis, basilissa, autokratorissa.

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Già dai tempi di Costantino, la sovrana portava il diadema. In seguito, la sua cerimonia d’incoronazione avveniva nel Palazzo, con la partecipazione del patriarca e dei dignitari.

Avorio conservato al museo del Bargello (Firenze), raffigurante l’imperatrice Ariadne.

All’imperatrice venivano tributati onori ufficiali, anche se non godeva in linea generale di molto libertà: per via dei costumi orientali che man mano andavano diffondendosi nella corte costantinopolitana, affiancandosi a quelli romani, ella viveva nei ginecei, attorniata da ancelle ed eunuchi.
Questo tipo di vita non va tuttavia immaginata come una vera e propria segregazione.

La sovrana di norma non prendeva parte alle cerimonie pubbliche, ma presso la corte godeva di una certa libertà e aveva una propria vita pubblica, sia pure limitata.

Talvolta, svolgeva una funzione nella politica, sia nel suo ruolo istituzionale, sia anche influenzandone direttamente i meccanismi.

La scelta della moglie del basileus era considerata come un’importante atto della vita cortigiana.
Una corte senza un’imperatrice era considerata un’anomalia, poiché sarebbe stato impossibile dar luogo a cerimonie in cui partecipavano le donne.

Le usanze matrimoniali variarono nel tempo: fino al X secolo i sovrani di Costantinopoli si unirono alle loro suddite senza particolari preclusioni sociali, generalmente in base alle caratteristiche fisiche e morali, o anche per motivazioni politiche.

Alcuni imperatori giunsero al trono già sposati: per esempio, al principio del VI secolo, Giustino I era già sposo di Lupicina, una ex schiava di origine barbarica, che da sovrana mutò il nome in Eufemia.

Medaglione dell’augusta d’Occidente Licinia Eudossia.

I matrimoni con donne straniere, almeno fino al XIII secolo furono invece molto limitati. Si ricordano i casi di Giustiniano II e Costantino V, che sposarono principesse cazare.
Queste unioni erano infatti considerate assai inusuali. Ancora all’epoca di Costantino VII Porfirogenito si diceva che esistesse un divieto addirittura di Costantino I, secondo il quale a tutti i membri della famiglia imperiale era proibito contrarre matrimonio con stranieri, specie se non cristiani, eccezion fatta per i Franchi.

Questo divieto era legato essenzialmente a motivi politici, ma ovviamente non mancarono eccezioni.
Nel 989, Basilio II diede in sposa sua sorella, Anna, al principe di Kiev Vladimiro I, che l’aveva aiutato a riconquistare il trono.

Ciò portò anche alla conversione al cristianesimo ortodosso dei Rus’ di Kiev in cambio del privilegio ottenuto.

L’importanza connessa alla scelta della sposa imperiale era messa in luce in modo significativo dalla pratica del “concorso di bellezza”, attestata tra VIII e IX secolo, ma che doveva aver origini molto più antiche, dato che venne menzionato anche in occasione delle nozze di Teodosio II.

La prima testimonianza dettagliata ci viene dalla “Vita di san Filareto il Misericordioso”, biografia di un proprietario terriero la cui nipote sposò nel 788 l’imperatore Costantino VI.

La pratica consisteva nell’inviare alcuni emissari di corte nelle provincie imperiali, scegliendo le fanciulle più belle.
Dopo essersi assicurati della loro estrazione sociale , nonché della rispondenza delle loro forme al canone imperiale, gli emissari le portavano a corte per la selezione definitiva.

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Imperatrici e potere

La maggioranza delle imperatrici tardo antiche non sembra siano state figure di rilievo nella vita politica, ma alcune imperatrici andarono spesso ben oltre il loro semplice ruolo istituzionale.

Casi celebri sono quello di Eudossia, moglie di Arcadio, nei primi anni del V secolo, ma soprattutto quello di Teodora, moglie di Giustiniano.
Della sua vita sappiamo molto da Procopio di Cesarea, specie dalla sua celeberrima “Storia segreta”: un testo che sferra un feroce attacco alla figura dell’imperatrice sia a causa del suo passato dissoluto, e in seguito per via della sua sfrenata crudeltà – anche se ciò in parte in contraddizione con altre fonti, e del resto la “Storia Segreta” è un testo da leggere con molta cautela.

Teodora ruppe notevolmente con la tradizione romana, partecipando attivamente alla vita politica, anche ricevendo ambasciatori stranieri, cosa che non si era mai vista in precedenza.

Celebre ritratto di Teodora e la sua corte in un mosaico da San Vitale (Ravenna).

Il suo ruolo negli affari statali si nota anche nell’opera legislativa del consorte. Basti guardare, ad esempio, la legge del 535 con la quale si aboliva il lenocinio.

Giustiniano e Teodora (questa sempre dalla parte delle donne) si prodigarono molto per estirpare la pratica della prostituzione nella capitale.

Nel 539, l’imperatrice Teodora fece arrestare tutti i lenoni di Costantinopoli, mentre le loro vittime avrebbero dovuto identificarli e dichiarare quanto denaro questi uomini avessero dato alle loro famiglie per comprarle.
Per tutto il territorio dell’impero si aggiravano sfruttatori alla ricerca di fanciulle povere, dai dieci anni in su, che per un’esigua somma di denaro (o con la promessa di donare calzari e abiti) le strappavano alle famiglie.
Solitamente, il prezzo concordato era di cinque monete d’oro a persona.

Queste fanciulle venivano quindi portate nella Capitale e tenute prigioniere nei postriboli per farle prostituire nelle case dei lenoni o direttamente in strada.
Venivano costrette a firmare contratti dai quali era impossibile liberarsi. Erano malnutrite e non ricevevano nulla dei loro profitti.

L’imperatrice le riscattò tutte quante.

Più di cinquecento donne, ci racconta Procopio di Cesarea, lasciarono la professione, e furono sistemate in un palazzo imperiale convertito in monastero. Tragicamente, molte di queste fanciulle non riuscendo ad adattarsi alla loro nuova vita si suicidarono nel cuore della notte, gettandosi dalle finestre.
Una versione più verosimile dello stesso episodio, che non narra del tragico epilogo (forse un’esagerazione maligna di Procopio?), ci viene raccontata da Giovanni Malala.

Egli scrive: “In quell’anno la pia Teodora aggiunse questa alle sue buone azioni. I così detti lenoni raggiungevano ogni luogo alla ricerca di poveri che avessero figlie e, si dice, dando loro garanzie e poche monete le portavano via.”
Le costringevano quindi a prostituirsi, finché la sovrana ordinò che “questi lenoni fossero arrestati e, messili a confronto con le fanciulle, impose a ognuno di loro di dichiarare sotto giuramento quanto avevano dato ai loro genitori ed essi risposero d’aver dato cinque monete d’oro ciascuna. E avendolo tutti affermato sotto giuramento, la pia imperatrice restituì il denaro e le liberò dal giogo della squallida servitù ed ordinò che in seguito non vi fossero lenoni”.

Lo stesso Giustiniano affermò che, per l’elaborazione della legge del 535 con cui si abolì la venalità delle cariche, ricorse all’aiuto della consorte.

In materia religiosa, invece, Teodora ebbe idee discordanti da quelle dell’imperatore, restando sempre legata al monofisismo, mentre Giustiniano puntava a un’ortodossia come stabilita dal Concilio di Calcedonia del 451.

L’opposizione era tale che la sovrana ospitò e mantenne, presso il Palazzo, una comunità di monaci monofisiti, proprio nel periodo in cui il marito li perseguitava.

Moneta raffigurante Martina, moglie e nipote di Eraclio (a destra) accanto a uno dei suoi figli, Eraclio Costantino, detto anche Costantino III.

Anche la nipote di Teodora, Sofia (figlia di Comitò e del magister militum Sitta), ebbe un ruolo importante nella politica del marito, Giustino II, nipote di Giustiniano.
Quest’ultimo, dopo pochi anni di regno si dice che uscì di senno. Così, tra 574 e 578, fu Sofia a reggere le sorti dell’impero, insieme a Tiberio Costantino, comes excubitorum che aveva suggerito direttamente lei al marito.
Quando Giustino II morì, fu proprio Tiberio ad assurgere al trono, rifiutandosi però di sposare Sofia, poiché già sposato. Sofia cospirò per prendere il potere insieme a un pretendente, ma fu scoperta e finì in rovina.

Qualche decennio più tardi anche un’altra donna, Martina, moglie dell’imperatore Eraclio, ebbe la pretesa d’assumere la guida dello Stato.
Ella era la seconda moglie e nipote del sovrano, col quale ebbe nove figli, di cui quattro morirono in tenera età, mentre altri nacquero deformi.
L’unione aveva scosso la chiesa per via della stretta parentela dei due, ma il fatto di volersi assicurare un ruolo politico nella successione ad Eraclio, assieme al figlio Eracleona, non fece altro che accelerare la sua caduta.

Il senato, per evitare che madre e figlio reclamassero diritti al trono imperiale, li punirono severamente: Eracleona col taglio del naso, mentre alla madre venne tagliata la lingua.
A Costantinopoli erano infatti state introdotte pene corporali molto severe, come strumento sanzionatorio per gli imperatori deposti.

Nei secoli successivi si assiste ad atti analoghi di prese di potere da parte di imperatrici: basti ricordare Irene, Teofano e Teodora, moglie di Michele III, alla quale si deve la restituzione del culto delle icone.

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Bibliografia essenziale

G. Ravegnani 2017, Imperatori di Bisanzio

W. Treadgold 2009, Storia di Bisanzio


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