Il drago del fiume Bagrada

Nel 255 a.C., dopo la vittoriosa battaglia navale di Capo Ecnomo, l’esercito romano guidato da Marco Attilio Regolo sbarca in Africa per portare le operazioni militari della Prima Guerra Punica direttamente sul suolo cartaginese.

Le legioni si spingono fino al fiume Bagrada, l’odierno Medjerda, ma ecco che avviene un evento che ha del surreale.

“Mentre Regolo era accampato accanto al fiume Bagrada, apparve un drago [δράκων] di dimensioni enormi, la cui lunghezza si dice fosse di 120 piedi -poiché la sua pelle venne riportata a Roma per essere esibita-, e il resto del suo corpo aveva dimensioni corrispondenti.
Questo uccise molti dei soldati che vi si avvicinarono e anche alcuni che stavano bevendo presso il fiume.
Regolo ne ebbe ragione con un gran numero di soldati e con catapulte.”
[
Dione Cassio, 11 (frammento 43, 13, riportato da Zonara)]

Inutile dire quanto questo passaggio sia stato accolto con giubilo dai Creazionisti, subito pronti a dipingere improbabili scontri tra legionari e dinosauri, regalando comiche dissertazioni su diverse pubblicazioni (cfr. D.L. Niermann, Dinosaurs and dragons., in “Creation Ex Nihilo Technical Journal”, 8 (1), pp.85-104, 1994 e D. Woetzel, Chronicles of Dinosauria. The History & Mystery of Dinosaurs and Man, 2012).

Per prima cosa, occorre sottolineare che il greco δράκων (drákōn), poi latinizzato in “draco”, nei testi classici non definisce la creatura mitologica propria del folklore medievale, bensì un serpente di grosse dimensioni, occasionalmente fornito di alito velenoso, probabilmente in una trasposizione letteraria del veleno inoculato col morso da alcune specie.

Plinio d’altra parte descriverà minuziosamente il draco, definendolo esplicitamente un tipo di serpens (“serpente”), e attribuendogli tutta una serie di caratteristiche tali da identificarlo col pitone.

Inoltre, il passo specifico relativo al rettile affrontato da Attilio Regolo ricorre in diversi autori latini, i quali impiegano tutti il termine “serpens” per definire l’animale.

Se Dione Cassio scrive a cavallo tra il II e il III secolo d.C., e quindi è incredibilmente distante nel tempo dal fatto narrato, la sua testimonianza affonda su tutta una serie di cronache precedenti, provviste di diversi particolari, alcuni ricorrenti, che potrebbero indicare un fondo di verità relativamente alla vicenda, o perlomeno al fatto che Regolo l’avesse effettivamente riferita, inviando poi a Roma la pelle di un qualche animale.

Andando subito indietro, leggiamo in Floro (70-145 d.C.) che durante la Prima Guerra Punica:

“[…] i Romani dovevano misurarsi non solo con esseri umani, ma anche con mostri, poiché un serpente di dimensioni incredibili, che sembrava quasi essere stato creato per la difesa dell’Africa, devastò il loro accampamento sul Bagrada.”
[Floro, Epitome, I, 18, 20]

E prima ancora Plinio (23-79 d.C.) scrive che:

“E’ cosa nota che durante la Guerra Punica, presso il fiume Bagrada, il generale Attilio Regolo, con balliste e macchine da guerra, come per una città fortificata, abbatté un serpente di 120 piedi di lunghezza, la cui pelle e mandibole rimasero in un tempio a Roma sino alla Guerra Numantina.”
[Plinio, Storia Naturale, VIII, 37]

Ancora precedentemente Seneca (4 a.C. – 65 d.C) utilizzerà la vicenda in chiave allegorica, scrivendo a Lucilio che per affrontare grandi problematiche occorrono mezzi altrettanto imponenti:

“In Africa i soldati cercarono inutilmente di colpire con frecce e proiettili di frombola quel serpente che atterriva le legioni romane più della stessa guerra.
Neppure Apollo avrebbe potuto ferirlo.
Il suo corpo di smisurate dimensioni era massiccio e respingeva il ferro e tutto ciò che veniva scagliato da mani umane.
Infine, fu schiacciato sotto pietre e macigni.”
[Seneca, Epistulae, 82, 24]

Sempre percorrendo la via delle fonti a ritroso, è infine da un dettagliato passo di Valerio Massimo (??? a.C. – 37 d.C.) che si può cominciare ad identificare quella che con tutta probabilità è stata la fonte alla quale tutti i precedenti hanno attinto:

“Dal momento che abbiamo parlato di fenomeni che superano la misura ordinaria, menzioniamo anche il serpente reso da Livio l’oggetto di una narrazione tanto dettagliata quanto elegante.
Secondo questo storico, in Africa, vicino al fiume Bagrada, c’era un serpente di tali dimensioni che impediva all’esercito di Regolo di abbeverarsi.
Aveva preso molti dei soldati nelle sue mascelle enormi e ne aveva stritolato un numero maggiore nelle pieghe della coda.
I dardi lanciati contro di lui non erano in grado di perforarlo, e alla fine fecero piovere su di esso, con delle baliste, proiettili da ogni parte, e venne schiacciato sotto una pioggia di pietre molto pesanti.
Questo mostro aveva ispirato nelle coorti e nelle legioni più terrore che la stessa Cartagine, e quando il suo sangue si mescolò con l’acqua del fiume, le esalazioni pestilenziali del suo corpo infettarono tutta la regione, facendo ritirare all’interno del campo l’esercito romano.
[Livio] aggiunge che la pelle della belva, di 120 piedi di lunghezza, fu mandata a Roma.”
[Valerio Massimo,
Memorabilia, 1.8 ext. 19]

Valerio Massimo indica, e apparentemente riporta, Tito Livio (59 a.C. – 17 d.C.) come fonte per la vicenda, e se la cronaca liviana relativa alla Prima Guerra Punica non è sopravvissuta, la trascrizione dell’episodio di Attilio Regolo e del serpente gigantesco è ricordato nelle Periochae:

“In Africa Attilio Regolo, con grande strage di soldati, uccise un serpente di dimensioni portentose”
[Tito Livio, Periochae, XVIII]

Apparentemente Livio però non è l’unico autore del suo tempo a citare l’avvenimento: Aulo Gellio infatti lo riporta trascrivendo un passaggio dell’opera di Quinto Elio Tuberone, nato nel 74 a.C. e quindi di neanche una generazione precedente a Livio:

“Una storia tratta dai libri di Tuberone, su un serpente di una lunghezza mai vista: Tuberone nelle Storie lasciò scritto che nella Prima Guerra Punica Attilio Regolo, console in Africa, posti gli accampamenti accanto al fiume Bagradas, ingaggiò una grande e aspra lotta con un serpente di indicibile grandezza, e dopo averlo combattuto a lungo con impegno di tutto l’esercito, con baliste e catapulte, avendolo ucciso, ne mandò a Roma la pelle, lunga ben 120 piedi.”
[Aulo Gellio,
Noctes Atticae, VII, 3]

Non possiamo essere certi che Tuberone e Livio si siano serviti di fonti diverse, e non abbiano piuttosto attinto alla medesima, ma la vicinanza temporale tra i due e il fatto che vengano citati distintamente e separatamente da autori successivi diversi, fa presupporre che perlomeno l’uno non sia stato fonte per l’altro.

In Polibio d’altra parte, una delle fonti principali di Livio, l’episodio non è presente, e potrebbe essere stato quindi tratto da uno degli altri svariati cronachisti romani dei quali non è sopravvissuta l’opera, come Gneo Gellio o Lucio Calpurnio Pisone Frugi.

Nella quasi totalità dei diversi passi relativi all’evento vi sono alcuni particolari ricorrenti, quali l’uso di macchine da guerra per abbattere l’animale, l’invio della sua pelle a Roma a riprova della veridicità della vicenda, e la lunghezza della pelle di 120 piedi, indicativamente 35 metri.

Il fatto che l’intera vicenda ruoti intorno a una figura storica nota e ben definita, quale Attilio Regolo, contribuisce in apparenza a fornire al racconto una seppur labile patina di autenticità.

Altrettanto il riferimento di Plinio relativo al fatto che la pelle sarebbe rimasta esposta sino a una data precisa, ovvero il principiare della Guerra Numantina (154 a.C.), lasciando presupporre perlomeno che la pelle di un qualche rettile fosse stata effettivamente visibile per un certo tempo in un tempio a Roma.

Accettare come reale quest’ultimo dato non implica necessariamente dare per affidabile l’intera vicenda, e rimane ragionevole ipotizzare tanto che Regolo abbia inviato una pelle di rettile di notevoli dimensioni a Roma fabbricandovi attorno un’impresa gloriosa, quanto, ancor più probabilmente, che la pelle di un qualche rettile fosse finita per vicende sconosciute in un tempio romano e che attorno ad essa sia stata costruita una mitostoria.

D’altra parte non sarebbe il primo caso nel quale reperti animali di dubbia origine scatenano la fantasia dell’osservatore, diventando essi stessi primo motore delle storie atte a giustificarne la presenza.

Gli esempi nell’Italia medievale e rinascimentale sarebbero molti, il più indicativo fra tutti quello del Drago di Nambino: nel 1673 Michele Angelo Mariani, descrivendo l’interno della chiesa di Madonna di Campiglio, riporta:

“A traverscio del Tempio per rarità pende in aria un’ Ovo di Struzzo, e un certo Pesce in globo mostruoso, che infettava co’l’halito, e fù ucciso in uno de’ Laghi sopra Campei da un Pastore, qual’hebbe perciò à lasciarvi la vita.”
[Trento con il Sacro Concilio et altri Notabili, p.558]

Nella breve descrizione del Mariani, l’uovo e il “pesce in globo mostruoso” non sono in relazione tra loro, anzi: l’uovo viene riconosciuto come un uovo di struzzo.
Ma già nella raccolta del 1880 “Maitinade fiabe e leggende della Rendena” di Nepomuceno Bolognini, si parla di una “pelle di drago e del suo uovo” esposti sulla parete della chiesa, dopo che “due cacciatori della Val di Sole” avrebbero ucciso il mostro.

Tornando alla vicenda di epoca romana, se non si tratta del tutto di una fabbricazione viene lecito chiedersi a quale bestia dovesse appartenere la pelle.

La misura di 120 piedi, ovvero 35 metri, ribadita nelle fonti, non trova riscontro in alcuno dei grandi rettili africani: il serpente africano più grande è il Pitone Seba, o Pitone Africano delle Rocce, il cui esemplare più grande documentato misurava 7,5 metri (L. Luiselli, F.M. Angelici, G.C. Akani, Food habits of Python sebae in suburban and natural habitats, in “African Journal of Ecology” 39, pp. 116–118).

Il pitone Seba è un’animale che favorisce le aree a stretta vicinanza con i corsi d’acqua, e se si volesse dare fede anche alla parte del racconto classico inerente al coinvolgimento diretto dei legionari di Regolo nell’uccisione della bestia, trovata presso le rive del Bagrada, il dato si raccorderebbe perfettamente.

L’insistere iperbolico sull’uso delle macchine d’assedio per abbattere l’animale a causa delle sue scaglie impenetrabili d’altra parte farebbe pensare più che altro a un coccodrillo del deserto (Crocodylus Suchus).

L’utilizzo del termine “serpens” per definire la bestia non dovrebbe escludere a priori l’ipotesi, dato che se i coccodrilli erano noti ai Greci già con Erodoto (Storie, II, 68), parimenti non lo erano all’epoca dei fatti per i Romani, la cui abitudine a ricondurre a specie note gli animali sconosciuti è già testimonianza dall’uso iniziale del termine “Buoi Lucani” per definire gli elefanti (Varrone, De Lingua Latina, VII).

Comunque, anche in questo caso le misure riportate sarebbero assolutamente esagerate, arrivando il coccodrillo del deserto a misurare al massimo 4 metri di lunghezza.

Sorge spontaneo il dubbio che la misura di 120 piedi possa essere stata causata da un errore di trascrizione o semplicemente da un fraintendimento della fonte originaria già in epoca romana, e che la misura corretta fosse di 12 piedi, ovvero 3,5 metri.

In quest’ottica rivista, tanto un pitone delle rocce quanto un coccodrillo del deserto potrebbero essere tranquillamente dei soggetti possibili, rientrando la misura nella media del primo e tra gli esemplari più grandi del secondo.

I dati verificabili non lasciano spazio a ulteriori approfondimenti, e se è perlomeno probabile che una pelle di rettile fosse stata esposta per un certo periodo in un tempio a Roma, risulta impossibile darle un’attribuzione certa, tanto quanto affermare con sicurezza se e come Attilio Regolo fosse stato in qualche modo coinvolto nella vicenda relativa.

Resta solo magari, viaggiando con la fantasia, la triste immagine di uno sfortunato animale, reo di aver spaventato qualche improvvido legionario recatosi a prendere acqua sulle rive del Bagrada, e che dopo aver subito un’inutile quanto fastidiosa sassaiola si sia ritrovato bersaglio per le armi pesanti di un annoiato manipolo di soldati, similmente a quanto è spesso accaduto in scenari analoghi della storia.

Fonti

Aulo Gellio, Noctes Atticae

Cassio Dione, Romaikà.

Plinio il Vecchio, Naturalis Historia

Tito Livio, Ab Urbe condita

Valerio Massimo, Memorabilia


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