“Il Primo Re”, un’enorme occasione mancata

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Il Primo Re di Matteo Rovere, in definitiva, non mi è piaciuto. Quando sono uscito dal cinema, ero amareggiato e, in qualche misura, confuso.

Voglio chiarire subito che, per molti aspetti e scelte, il film in sé sarebbe da elogiare. In particolare per quanto concerne gli aspetti più tecnici, che lo avvicinano (finalmente) a una moderna produzione estera probabilmente più di qualsiasi altro film italiano prodotto fin’ora – per gli aspetti tecnici, dei quali purtroppo mi intendo poco o nulla, vi rimando alla primissima parte della recensione sul sito “L’Intellettuale Dissidente”, https://www.lintellettualedissidente.it/cinema/il-primo-re-matteo-rovere/, che mi sembra una delle recensioni meglio scritte e più oggettive che abbia letto fino ad ora –, e la scelta, oserei dire coraggiosa per una pellicola italiana, dell’utilizzo esclusivo della lingua “originale” (su questo torneremo più avanti), che non necessariamente aumenta l’immersione dello spettatore nel film, specie se non si è abituati ai sottotitoli, ma che di sicuro rende l’ambientazione più organica.

Tuttavia, questi aspetti positivi non eliminano quelle che sono mancanze a mio parere poco giustificabili, sia a livello di trama e storia che di ricostruzione storica. Lamentarsi di quest’ultima nei riguardi di un film può sembrare un mero “cruccio dotto”, ma non è così, e particolarmente nel caso de Il Primo Re è inevitabile, doveroso e necessario, e vedremo più avanti perché.

Quella che segue è un’analisi che sarà necessariamente piena di anticipazioni e rivelazioni sul film, per cui se ancora non lo avete visto e non volete rovinarvi la visione, vi consiglio di non proseguire oltre nella lettura.

Storia, trama, personaggi: cosa non va.

La storia de Il Primo Re, volendola sintentizzare in una frase, è la storia di un uomo (Remo) che, tentando di scavalcare e distruggere il divino e la sua ineluttabile volontà, addirittura per farsi dio egli stesso, finisce schiacciato dalle sue scelte e trova la morte.

La storia (n.b. che si differenzia dalla trama, che è più meramente il susseguirsi e lo svilupparsi degli eventi dall’inizio alla conclusione) tratta temi certo non nuovi, ma comunque di enorme portata, temi che nei secoli sono stati affrontati diverse volte in innumerevoli forme. Per citarne alcuni: il rapporto fraterno, nonché il conflitto fraterno, il rapporto uomo-dio, la volontà di superare e addirittura di distruggere la divinità.

Un divino che, seppur evocato a inizio film e poi identificato più volte con il fuoco (della prima forma, una non meglio identificata “Triplice Dea” forse di tradizione indoeuropea, ci dimenticheremo presto durante la visione), è lasciato volutamente evanescente, poco chiaro, inspiegato. Questo può certamente in parte richiamare i numina romani, che prima di essere identificati nelle divinità del pantheon ellenico erano, tutto sommato, entità poco chiare, dai contorni fumosi. Però del tutto fuori luogo è l’identificazione di queste divinità con il fuoco sacro, che di per sé non rappresenta un dio, ma la vita del focolare domestico e, per estensione, della città – impossibile dimenticare, per esempio, la tradizione che volle Enea portatore in Italia del sacro fuoco, portato via da Ilio.

Tolta questa prima incongruenza di carattere storico, la quota di storia e di trama che aveva a che fare con “l’uccisione” del divino mi ha onestamente lasciato poco convinto, non tanto forse per come è stata trattata (il come trattare e recepire determinati temi credo appartenga a un campo più che altro soggettivo), quanto per il fatto che l’ambientazione scelta sembra infinitamente troppo “piccola” per contenere una storia del genere. Probabilmente questa valutazione è primariamente frutto di una mia impressione, eppure per me è stato troppo “strano” che, in un’ambientazione primitiva e selvaggia (e anche su questo torneremo) come quella mostrata nel film, cioé uno spazio quasi disabitato dove il pensiero preponderante sembra essere quello della sopravvivenza, abbia modo di svilupparsi un concetto così enorme e complesso come quello del superamento e uccisione della divinità.

Mi pare invece abbastanza ben affrontato ed esplicitato il rapporto-scontro fraterno, come scontro tra due visioni completamente diverse del mondo. In questo, si può dire che i personaggi di Romolo e Remo riflettano, almeno in parte, i corrispettivi mitici: un Romolo più pio, osservante nonché creatore delle leggi, rappresentante del mondo civile e civilizzato, opposto a un Remo irrispettoso delle usanze e delle leggi, umane e divine, estremamente legato al mondo selvaggio e silvestre. Una differenza che è ben esplicata dal celebre specchio di Bolsena, che rappresenta i due gemelli allattati dalla lupa: Remo guarda verso Fauno (il mondo della foresta, del selvaggio), mentre Romolo guarda ed è indicato in modo esplicito, quale predestinato alla fondazione di Roma, da Latino.

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Una riproduzione grafica dello specchio di Bolsena, con i vari personaggi indicati in didascalia (fonte: capitolivm.it )

Tolta questa patina, comunque, del mito di Romolo e Remo non rimane altro aggancio (tolto, forse, il fatto di aver reso Remo il più grande dei due fratelli, il che sarebbe corretto: Romolo sarebbe stato infatti anche conosciuto come Altellus, ovvero “Piccolo altro”) , il che contribuisce a rendere la trama anche troppo scarna ed essenziale.

Le vicende mitiche sono, come noto, ben più complesse. Nessuno chiaramente chiede, poiché sarebbe assurdo, che esse vengano ricalcate pedissequamente, ma nemmeno che vengano del tutto azzerate, cosa che invece nel film succede. Sarebbe bastato forse rivisitarle diversamente, o almeno creare più rimandi ad esse.

Sono personalmente rimasto molto stupito che non via sia stato neanche un mezzo riferimento alla figura del lupo, così importante per il mito di Romolo e Remo, e così importante per la romanità e le culture indoeuropee in generale (basti pensare alle figure dei Luperci, che in età storica designerebbero i successori dei compagni dei gemelli). Eppure i fuggiaschi protagonisti del film, si può ben dire che nella foresta si comportino “da lupi”, per cui il riferimento in questo senso sarebbe stato anche molto facile da fare.

La trama del film presenta inoltre, a mio avviso, tutta una serie di episodi che risultano davvero poco credibili, quando non inspiegabili e senza senso.

Per dirne alcuni che mi sorgono in mente: perché gli uomini di Alba raccolgono vittime sacrificali completamente a caso, senza curarsi che eventualmente siano dei loro? Come è possibile che Remo (pur forse legato all’ambiente silvestre) riesca a muoversi e orientarsi perfettamente di notte nella foresta, nella quale per quel che ne sappiamo noi non è mai stato (e se anche ci è mai stato, auguri ad andarci di notte)? A quest’ultimo proposito, in relazione alla caccia, com’è possibile che non sia venuto in mente anche agli altri di mangiare qualcosa (troppa paura di finire accoppati nel bosco? Forse, ma nulla vieta di muoversi in gruppo)? Remo, dopo la caccia fruttuosa, riesce inoltre a portarsi appresso almeno un duecento chili di cervo morto da solo, e visto che sarà sì animato da un qualche fuoco interiore ma non sembra decisamente uno strongman, è un dettaglio che mi ha decisamente fatto storcere il naso. Infine, per quanto Remo esalti tutta la banda dicendo che “saranno loro la paura”, o qualcosa del genere, è troppo strano che dimentichi di essere a capo di un gruppo di fuggitivi. Se ne dimenticano così tanto da decidere (va bene, in un delirio di onnipotenza, quindi forse in uno stato mentale non del tutto equilibrato) di dare fuoco a un intero villaggio. Voglio dire, chi mai vedrà il fumo e la luce del fuoco dell’incendio di non so quante capanne, giusto? Nessuno sembra preoccuparsi degli Albani finché non ci viene ricordato che esistono – perché, ammettiamolo, ce ne eravamo dimenticati pure noi.

E queste sono solo le perplessità che la trama mi suscita se le sleghiamo alla geografia e all’ambientazione, che vedremo tra poco.

Se già la trama di per sé è scarna e presenta alcune vistose incongruenze, i personaggi che dovrebbero trainarla e farla muovere rimangono pressoché immutati, non compiendo di fatto alcun arco narrativo o compiendolo, per così dire, a balzi.

Romolo come era a inizio film lo è alla fine, anche perché è solo verso il finale che lo vediamo davvero in azione (anche se bisogna riconoscere che è lui a dare coraggiosamente il via alla rivolta dei prigionieri). Il che è un peccato, perché si perde a mio avviso la possibilità di sviluppare in modo anche più concreto e complesso il conflitto tra i due fratelli nel corso del film, conflitto che invece si sviluppa e si consuma come una fiammata, dopo che effettivamente nulla avrebbe fatto intuire che ci sarebbe potuto essere. Inoltre, tolta la parziale congruenza col Romolo mitico che si diceva sopra, ci è stato tutto sommato dipinto un Romolo incoerente con la citazione storica a fine pellicola, che meglio si incolla, piuttosto, al Remo ritratto nel film.

Remo, il vero protagonista del racconto, è forse l’unico a compiere, almeno parzialmente, un arco narrativo. Dico parzialmente, perché infatti in realtà non lo compie mai compiutamente. Il personaggio sembra non portare mai davvero a termine le sue scelte fondamentali (e ne esce una sorta di figura “bipolare”, costantemente in contraddizione con se stessa, con la quale diventerà alla fine impossibile entrare in empatia). Quando compie il passo decisivo nel distruggere la divinità, improvvisamente ci ripensa e va a cercare la vestale, pentito del suo delirio di onnipotenza. Salvo poi ripensarci quando decide che il “popolo” del fratello è composto di schiavi suoi, tornando al delirio precedente. Salvo poi ripensarci di nuovo, in punto di morte, quando in realtà sarebbe troppo tardi per potersi redimere da quanto fatto.

Impossibile poi non citare la vestale (che sappiamo si chiama Satnei, ma non veniamo a saperlo dal film), che finisce per avere più che altro il ruolo di catalizzatore del conflitto tra Romolo e Remo e rimane una figura passiva della storia, vittima più che testimone degli eventi. Anche lei, finisce la sua storia come l’ha iniziata, senza che abbia davvero compiuto un arco narrativo.

Ambientazione e geografia: poche idee ma confuse

Se già la trama e i personaggi da soli mi avevano lasciato parecchi dubbi, l’ambientazione e lo stesso spazio geografico nel quale si svolgono gli eventi e nel quale si muovono i protagonisti hanno solo contribuito ad aumentare il senso di perplessità e confusione.

Qui iniziamo ad entrare in modo più approfondito nell’ambito di analisi e critica di tipo storico, e nel caso de Il Primo Re è d’obbligo farla e segnalare tutte le incongruenze. Non tanto perché si tratta di un film storico (e su questo aspetto ci tornerò in conclusione), quanto perché per mesi la campagna pubblicitaria del film ha voluto enfatizzare una presunta grande accuratezza storica, con tanto di dichiarazioni e interviste di studiosi nelle quali si riportava che, addirittura, il film sarebbe potuto diventare uno strumento didattico.

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Eh be’. (fonte: pagina facebook “Il Primo Re”)

Per cui, personalmente mi sento del tutto autorizzato a fare le pulci alla pellicola per quanto riguarda l’aspetto storico e materiale. Un po’ come quando la serie TV Vikings o i documentari della serie Barbarians Rising, a dir poco osceni a livello storico e ricostruttivo, vennero prodotti e trasmessi da un canaluccio qualsiasi, chiamato “History Channel”, io mi sentii del tutto autorizzato a criticarli aspramente.

Partiamo dunque dal principio, nel vero senso del termine: la scena iniziale, con l’esondazione catastrofica del Tevere. Ora, non si può certo mettere in dubbio l’emergenza storica delle esondazioni del fiume laziale, che nei secoli sono state più di una volta un problema per la popolazione che viveva lungo le sue rive. Ma quella che ci mostra il film non è un’esondazione, è un dannato diluvio di proporzioni bibliche, con tanto di enormi onde, roba che pare essersi abbattuta una diga o sembra arrivato lo tsunami.

Dopo  ̶l̶o̶ ̶t̶s̶u̶n̶a̶m̶i̶ l’esondazione, che trascina con sé Romolo e Remo, questi vengono catturati dai malvagi uomini di Alba (la Alba Longa, o Albalonga, delle fonti antiche), per essere offerti in sacrificio alle divinità, in modo tale da frenare i danni creati dal fiume.

Legati e caricati su un carro (in questa sequenza, bisogna ammettere che non sembrano essere affatto fuori luogo le razze animali, specie, bovine, utilizzate per rappresentare la fauna domestica travolta dalla piena), i due fratelli vengono quindi portati nella stessa Alba, che più avanti nel film verrà descritta come potente e forte. Ed eccola, la potentissima Alba:

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quattro case in croce, che decisamente mal riproducono un contesto che dovrebbe essere “protourbano”, usando il termine che usano gli studiosi in materia. Chiariamoci: le case di Alba nel film, sulla base delle urne cinerarie a forma di casetta che ci sono pervenute, sono abbastanza ben riprodotte, nelle loro linee essenziali (ovvero, sono comunque completamente mancanti le decorazioni parietali e dei tetti ben evidenti dai modellini). In parte è corretto anche l’abitato sparso, con case piuttosto separate una dall’altra…separate però da campi coltivati, dei quali nel film non vi è traccia. Questa è una pecca non eclusiva del film di Rovere, comunque: nei film storici, apparentemente nessuno coltiva. Non mi stupisco quindi dell’assenza dell’aratro, sul finale, dove sarebbe stato necessario per tracciare il pomerium – sostituito da un…recinto?…che racchiude i caduti in battaglia (perché?) ed è protetto dal fuoco sacro.

Dopo essere sfuggiti al sacrificio (che non commenterò, per quanto mi sia parso alquanto improbabile almeno in quella forma, e che è un chiaro tributo a Valhalla Rising) insieme a un gruppo di prigionieri poco raccomandabili e alla vestale, rapita per volere di Romolo per, a suo dire, avere “il dio” (quale?) dalla loro parte, i fuggiaschi devono decidere che strada prendere per mettersi in salvo. Visto che per salvarsi vogliono attraversare il fiume, ma non possono farlo nel punto più vicino per via della corrente, i nostri sono costretti a dirigersi verso una zona di guado attraverso la foresta, luogo oscuro e pericoloso, particolarmente perché sarebbe territorio del popolo dei Veliensi. Popolo (“popolo”, sono quattro gatti) che, scopriremo più avanti nel film, vive in una palude.

Ora, qui siamo di fronte a un pazzesco crogiuolo di confusioni geografiche.

Partiamo dalla semplice constatazione che Albalonga, forse mai esistita ma situata dagli antichi a Sud-Est di Roma, il sito della fondazione di Roma e il colle della Velia, per le fonti dimora dei Veliensi, si trovino tutte sulla sponda sinistra del Tevere. Quindi, abbiate pazienza, ma cosa caspita ve ne dovrebbe fregare di attraversare il fiume?

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Una mappa del Latium Vetus, con evidenziata la posizione di Albalonga secondo gli antichi. (fonte: Wikipedia, immagine rielaborata).

Visto che lo abbiamo citato: il colle della Velia nel film è inesistente, trasformatosi in un acquitrino con capanne, o meglio ripari, di fascine (niente a che vedere con le capanne di Alba viste prima). Limitiamoci a dire che, in buona parte, chi abitava sui colli della zona lo faceva anche per non dover abitare in mezzo alle paludi. E lo faceva in case un pelo più solide.

Questo spazio geografico già così confusionario di per sé, presenta in modo molto evidente altre due caratteristiche che mi sono saltate subito all’occhio: è un luogo selvaggio e praticamente disabitato.

Se ovviamente possiamo ben immaginare che il paesaggio antico fosse di gran lunga meno antropizzato e abitato di adesso (non però che il Lazio antico fosse tutto una sterminata distesa di sole foreste e paludi, che invece la fanno da padrone nel film), dipingerlo come uno spazio praticamente non toccato dall’uomo è profondamente sbagliato, e particolarmente proprio la zona intorno al Tevere dove sorgerà Roma.

Basti dire che sappiamo da dati archeologici che l’antico Septimontium, la zona dei colli dove verrà fondata Roma, era già frequentata e abitata qualche secolo prima della fondazione dell’Urbe, e all’VIII sec. a.C. ospitava alcuni insediamenti: realtà protourbane, quale sarebbe dovuta essere anche la Albalonga del film, come si diceva più sopra.

Di questo guazzabuglio geografico e di ambientazione, una nota che mi sento di rilevare decisamente in positivo è la lingua “originale”. Per quanto ci sia stato detto, semplificando molto potremmo dire, che il film sarebbe stato recitato in “protolatino”, in realtà è piuttosto chiaro come quello parlato dai personaggi sia, nei suoi tratti essenziali, un latino in pronuncia cd. restituta (ovvero, per chi non lo sapesse, una pronuncia ricostruita che doveva essere molto più simile al greco antico, in opposizione alla più tarda pronuncia che si insegna ancora oggi almeno in Italia e quella utilizzata dalla Chiesa cattolica, definita appunto ecclesiastica) con alcuni innesti dall’indoeuropeo, lingua ricostruita (o forse meglio, “protolingua”). Chiaramente questo fatto non è da condannare ma era, semplicemente, del tutto inevitabile, considerando che del vero latino arcaico si conservano un numero troppo basso di parole per tirarne fuori una lingua, e di queste parole nemmeno di tutte si conosce il significato.

Quella dell’uso della lingua “originale” è stata a mio avviso una scelta molto coraggiosa, anche se chiaramente non nuova, e in alcuni casi ha sortito risultati di davvero grande effetto: la scena dove la vestale lancia la maledizione, ad esempio, è sicuramente di grande impatto proprio grazie all’uso di questo linguaggio ricostruito.

La ricostruzione materiale: tra eccessivo primitivismo e approssimazione

Mi potrei forse limitare a un “stendiamo un velo pietoso”, ma come scritto in precedenza sarà doveroso far notare e commentare gli eventuali pregi e mancanze (purtroppo numerose) relativi alla cultura materiale del Lazio di VIII sec. a.C. come rappresentata nel film.

Partiamo dai pregi che sono, purtroppo, pochi.

Già abbiamo parlato degli edifici, per cui concentriamoci ora su ciò che le persone adoperano e indossano. Come è stato fatto notare da molti già dai trailer, le spade mostrate nel film (di tipologia “ad antenne” e con impugnatura a T) sono essenzialmente corrette e coerenti con il periodo. Certo, se durante il film si fosse visto almeno un fodero…capisco i fuggiaschi (forse), ma i guerrieri di Alba non hanno giustificazione per non averli.

Più o meno coerenti anche gli scudi tondi metallici, attestati per il periodo (seppure decisamente più decorati), anche se dovremmo notare che tali scudi erano riservati alle élite militari. Gli altri membri delle bande di guerrieri erano probabilmente dotati di scudi lignei, probabilmente sia tondi che precursori nelle forme del più classico scutum che dominerà gran parte dell’epoca repubblicana.

Detto questo, purtroppo i pregi per quanto riguarda la ricostruzione materiale finiscono qui. Il resto è semplicemente un disastro.

Le asce sono per la maggior parte, mi è parso di vedere, con innesto a occhiello, quando l’ascia tipica del periodo ha un innesto a codolo. Sorvoliamo poi sulla bontà delle gigantesche asce a due mani presenti, bipenni e non, roba che neanche Gimli o i nani di Erebor. E sorvoliamo anche sulle improbabili mazze con testa di pietra, che, a meno che non siano armi improvvisate costruite dalla banda di Remo in un momento non mostratoci, non hanno giustificazione alcuna.

Concludendo per il reparto armi (non cito le lance perché mi pare si vedano poco, e anche nel caso sarebbero il meno), si nota un uso non da poco di arco e frecce in ambito bellico. Cosa che, da che si può trarre dalle fonti, non era decisamente un carattere usuale del modo di fare la guerra nell’Italia antica in generale.

Venendo al reparto difensivo, sulle armature forse ci hanno provato, ma sono stati estremamente negligenti per quanto concerne la ricerca storica: se infatti i cardiophylakes erano effettivamente usati, e anche in questo caso precipuamente dalle élite guerriere, bisogna notare che quelli dell’VIII sec. a.C. non sono affatto tondi, come quelli del film (che riprendono esemplari più tardi), ma quadrangolari, eventualmente con due lati leggermente curvi. Anche qui, sorvolerei sulle inguardabili e improbabili protezioni di cuoio rubate dai fuggiaschi ai guerrieri di Alba (addirittura un grembiule? Non ho visto fabbri in giro…). Spero molto che nessuno provi a giustificarle con la spiegazione varroniana per la quale lorica deriverebbe da loris, spiegando che in origine i Romani utilizzavano protezioni di cuoio, poiché sarebbe oltremodo ridicolo, viste anche le forme fantasiose presentate.

Totalmente assenti sono infine gli elmi, cosa che se è giustificabile per la banda dei fuggiaschi, non lo è affatto né per i guerrieri di Alba, né tantomeno per i due capibanda dei Veliensi. Se i primi hanno, rubando una terminologia tecnica utilizzata da un amico, le maschere del Dottor Destino, i due leader tribali hanno, rispettivamente, ̶u̶n̶ ̶t̶o̶p̶o̶ ̶m̶o̶r̶t̶o̶ una pelliccia di, credo, lupo e una strana, quanto inutile e orribile, maschera di legno. Decisamente diversi da quello che ci restituisce l’archeologia, cioé elmi bronzei di varie tipologie che almeno questi guerrieri di élite avrebbero dovuto sicuramente indossare.

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Uguali uguali.  Si ringrazia Res Bellica per la foto di sinistra.

Una nota finale sul vestiario e sui tessuti (sembra una bazzeccola ma non lo è). Tolte le tuniche dei guerrieri di Alba, e uno o due dei fuggiaschi che devono aver rubato qualche abito decente, tutti gli altri sono conciati in modo indecoroso e improbabile. Anche i Veliensi sono letteralmente vestiti con sacchi delle patate. Qui bisogna notare che Il Primo Re rientra perfettamente nel filone di film storici che non hanno assolutamente idea di cosa sia l’abito antico, e che non si rendono conto che la gente non era più nel Paleolitico (nel quale reputo si vestissero comunque molto meglio, ma passatemi il paragone): sapeva filare, sapeva tessere, e anche le descrizioni antiche spesso parlano di panni di magnifica fattura. Qui invece siamo di fronte non solo a vestiti tagliati veramente male, ma anche di fronte a tessuti che sono veramente ridicoli, vestiti e tendaggi compresi, con una trama tale che non sarebbero utili a riparare nemmeno dalla più leggera brezzolina, e che nessuna persona sana di mente userebbe per confezionare un abito. Per il vestiario, sorvoleremo molto volentieri sulla mancanza cronica di cinture, sulla presenza sempiterna dei bracciali, come da ogni film storico dell’evo antico, e sull’uso forse smodato di pellicce (non che non venissero usate in assoluto, su questo bisogna essere chiari, ma Il Gladiatore e Vikings hanno fatto danni irreparabili in questo senso).

Conclusioni: una enorme occasione mancata e la necessità della correttezza storica

Avrete notato che mancano diverse cose in questa analisi (il modo di seppellire, la realtà del sacro nell’VIII sec. a.C., le funzioni delle vestali e il fatto che non dovrebbe conoscere l’arte aruspicina, il non pomerium etc.), ma mancano sia perché non reputavo necessario inserire proprio tutto, sia perché degli argomenti di cui non ho parlato sono decisamente meno ferrato che in altri e dunque preferisco non esprimere pareri a riguardo, e infine perché credo che si sia capito il punto di questa analisi.

Alla parte di analisi più strettamente storica, molti risponderanno “Eh, ma è solo un film, mica un documentario!”
Ebbene, cari miei, avete torto marcio.

Prima di tutto, come già esplicato in precedenza, Il Primo Re ha fatto proclami di correttezza storica a destra e a manca, eppure non è visibile da nessuna parte, se non riflessa o per pura fortuna. Un film che si presenta così e poi si mostra in tutt’altro modo, su questo aspetto non può che essere smontato. Ricordo un discorso simile anche per il film King Arthur del 2004, che si professava “la riproduzione più fedele della vera storia di Artù”, rivelandosi poi un guazzabuglio inenarrabile di inesattezze storiche: un altro caso decisamente da esecrare.

Ma non c’è solo questo. C’è, in effetti, un insieme di motivi più profondo per il quale la correttezza storica è importante e, anzi, fondamentale nei film storici.

Da una parte, come esplicitato nelle parole spese a elogio del film che ho riportato più sopra in un’immagine, siamo di fronte alla trasmissione di idee, storie e immagini completamente sballate, non aderenti alla realtà. Per quanto non dovrebbe esserlo, il film come il romanzo storico involontariamente diventa anche un veicolo indiretto di conoscenza sulla realtà storica. I film storici, ormai penso sia assodato, sono ormai tra i principali veicoli di diffusione di false credenze sul mondo passato.

Dall’altra, si tratta di coerenza e di onestà intellettuale. Il medium è certamente diverso, ma è innegabile che il film storico sia assolutamente assimilabile al romanzo storico (ovvero, una vicenda di fantasia ambientata in un contesto del tutto reale). Ora, nel caso del romanzo storico, se uno scrittore non ha fatto la sua ricerca e scrive castronerie nel suo libro, giustamente viene preso a pesci in faccia. Perché mai per gli autori di un film storico non deve essere lo stesso, e devono anzi sempre venire difesi a spada tratta in nome di qualche supposta “licenza artistica”?

Non è licenza artistica, è poca cura (menefreghismo?) nel fare il proprio lavoro. E nel caso de Il Primo Re abbiamo anche assistito a una pubblicità ingannevole, che ci ha spacciato per vere una ricostruzione e un’ambientazione che di vero non hanno nulla.

Mi chiedo sempre perché non sia possibile unire una buona narrazione a una buona ricostruzione. Dico, se si spende tanto per creare degli abiti sbagliati ex novo, tanto vale crearli giusti, no?

Oltre che per la storia che non mi ha preso (ma qui, oltre ai difetti che mi sembra di avervi trovato, si tratta di un giudizio soggettivo), per questo sono uscito amareggiato dalla sala, come dicevo all’inizio. Perché, a fronte degli aspetti innegabilmente positivi del film citati in apertura, è stata l’ennesima, gigantesca occasione persa per fare un buon lavoro su entrambi i fronti, quello narrativo e quello storico.

Infine, una nota finale sull’espansione dello Stato romano in time lapse durante i titoli di coda: fan service di bassa lega, per quanto mi riguarda. Il film non esaltava la romanità, non era un film sulla fondazione di Roma, ma era un film che aveva tutt’altri temi, con la storia che girava intorno ad altro, come già abbiamo detto. A mio avviso, una scelta decisamente di cattivo gusto e fuori luogo. E lo dico io, che come sapete sono appassionato dell'”avventura storica” dello Stato romano nel corso dei secoli.

E visto che è stata una delle più grandi avventure di sempre, avrebbe meritato, forse, qualcosa di diverso.


2 thoughts on ““Il Primo Re”, un’enorme occasione mancata

  1. Finalmente ho potuto vedere il film e quindi leggere la recensione. Che dire, mi trovo pienamente d’accordo con quasi tutto quello che hai detto. Pur da non esperto ma da semplice appassionato di storia un sacco di cose non mi tornavano (il primitivismo eccessivo su tutto), la geografia.

    Mi sento di dire che la pubblicità è stata ingannevole, in quanto è evidente che molti elementi storici sono stati volutamente ignorati per trasmettere un senso di “violenza” che ormai viene confusa con “realismo”. Dai peplum inamidati di decenni fa si è passati all’opposto, magari fra qualche decennio ancora si centrerà il bersaglio della storicità. Quindi, sì, occasione mancatissima come al solito.

    Tuttavia il film nella visione delle due ore mi ha avvinto, perchè tutto si regge sul contrasto tra i due fratelli, tra le loro due diverse visioni. Penso che abbiano “sacrificato” volutamente tutto il resto del mito (a costo anche di compiere strafalcioni storico-geografici) per concentrarsi solo su questo aspetto. Onestamente non posso dargli torto, da un punto di vista di intenzioni narrative. Ecco, questo è l’unico punto della recensione su cui non sono completamente d’accordo. Se ricordo bene è proprio Romolo a far portare la vestale e il fuoco, quindi dimostra di “vedere oltre” già da subito. Remo è invece legato a quel flashback in cui la madre (di cui non ci viene detto nulla) gli affida il fratello, quindi a un rapporto più “umano”. Concordo tuttavia su certe oscillazioni di comportamento.

    Merito maggiore del film, per me, è aver fatto vedere che gli uomini dell’epoca agli dei ci credevano in modo tremendamente serio. Romolo, da questo punto di vista, è un vero uomo dell’antichità. Considerando che il film è fatto oggi, in un’epoca sostanzialmente laica, l’essere riusciti a restituire questo aspetto, per me è un grossissimo merito.

    A questo punto mi vien voglia di ritrovarmi i post di critica a Vikings e simile che, come questo film, mi avevano sempre lasciato una “certa sensazione.”

    Ottimo articolo comunque e complimenti!

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    1. Ti dirò, a me purtroppo (come si è evinto dalla recensione) non ha avvinto nemmeno dal punto di vista narrativo, perché diverse cose diciamo che “non vanno come dovrebbero”, almeno secondo me.
      E su questo aspetto, non sono una di quelle persone che, se la parte storica non è ben fatta, allora anche il resto è da buttare via (come dire, non ho pregiudizi): dico sempre che tra i miei film preferiti ci sono “L’Ultimo Samurai” e “Il Gladiatore”, il che da questo punto di vista è tutto dire.
      Ma, chiaramente, si tratta di una percezione più soggettiva che altro, per cui che il film susciti certe sensazioni in alcune persone piuttosto che in altre è lecito, e su questo infatti non discuto.

      Comunque vedo che, in generale, il film ha diviso abbastanza, anche se in generale il film è stato oggetto più di elogi che di critiche. La tua osservazione, perlomeno, è ben fatta e decisamente più sensata delle decine che leggo, che spesso difendono il film praticamente per il solo “merito” di essere italiano.
      Che certo cinema italiano possa ripartire da qui: certo, me lo auguro. Da qui a difendere a spada tratta anche gli aspetti meno riusciti del prodotto, quello proprio no.

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