I Romani, oltre che per la storia del loro esercito, sono rimasti famosi anche per le loro grandi doti ingegneristiche e architettoniche, spesso legate proprio al mondo militare.
I Romani sono noti per essere stati grandi costruttori di strade, canali e…ponti.
Tra i ponti più celebri costruiti dai Romani, dei quali oggi non vi è più traccia, vi sono per esempio i grandi ponti lignei fatti costruire da Cesare sul Reno, nel 55 e nel 53 a.C. – se vuoi approfondire ne ho parlato qui: “I ponti di Cesare sul Reno (55-53 a.C.)“
Vi è tuttavia un altro ponte, stranamente meno conosciuto ma molto più imponente, duraturo e costruito parzialmente in muratura: il grande ponte di Traiano, sul Danubio.

Il ponte di Traiano. Il gigantesco ponte di Apollodoro di Damasco
Nel 103, Traiano incarica il suo architetto e ingegnere di fiducia, il grande Apollodoro di Damasco, perché edifichi un ponte sul Danubio, in vista della seconda e definitiva campagna contro i Daci – che avrà luogo dopo la realizzazione dell’opera, nel 105, in tempi brevissimi per gli standard dell’epoca e considerando, come vedremo a breve, le dimensioni del ponte.

Il ponte, posto a est delle Porte di Ferro, presso le attuali Drobeta-Turnu Severin e Kladovo (rispettivamente in Romania e Serbia), ha l’unico scopo di fungere da strada militare per le legioni. Lo ricorda molto bene la nostra principale fonte su quest’opera, Cassio Dione (Storia romana LXVIII, 13):
“Traiano costruì il ponte perché temeva che un giorno, quando l’Istro [il Danubio] fosse ghiacciato, si sarebbe scatenata una guerra contro i Romani dall’altra parte, e voleva facilitare loro [ai Romani] l’accesso [in Dacia] a questo modo.”

Si tratta di un ponte davvero colossale: lungo ben 1135 metri (costruito in un punto in cui il Danubio è largo 800), largo 15 e alto 19 sul pelo dell’acqua.
Cassio Dione ci dice anche che il ponte posa su ben venti pilastri di pietra, malta e mattoni, costruiti nel letto del fiume, alti circa 45-50 metri (escluse le fondamenta, a detta di Dione) e larghi 20, e che ogni pilastro è collegato all’altro tramite un arco – le ricostruzioni più in voga vogliono che questi archi siano stati realizzati in legno, così come la passerella.

Questo, unito alla lunghezza colossale del ponte, rende quest’opera il ponte ad arcate più lungo del mondo per ben un migliaio di anni dalla sua costruzione.
Anche un suo modello in scala 1:100, presente nel museo di Drobeta-Turnu Severin, è lungo addirittura dodici metri.
A completare l’opera, per la sua difesa e a “firma” della sua natura principalmente militare, due 𝘤𝘢𝘴𝘵𝘳𝘢 sono costruiti rispettivamente a entrambe le estremità del ponte.
Proprio come per i ponti di Cesare sul Reno per i Germani, possiamo immaginare l’enorme effetto psicologico che la realizzazione dell’opera può aver avuto sui Daci dall’altra parte del Danubio.

Come è stato costruito il ponte di Traiano?
Come è stato possibile per Apollodoro di Damasco (costantemente presente sul cantiere), realizzare il colossale ponte per Traiano?
Più volte è stato ipotizzato che il Danubio sia stato momentaneamente deviato per permettere la costruzione dei pilastri, ma per lungo tempo non sono state trovate prove a sostegno di questa tesi – e anzi, Cassio Dione scrive chiaramente che deviare il corso del fiume è impossibile e che non è stato fatto, nonostante il ponte sia stato apparentemente costruito proprio in un tratto del Danubio nel quale la corrente è più violenta che altrove.

Tuttavia, da una parte abbiamo una testimonianza favorevole nel ben più tardo Procopio di Cesarea – anche se la deviazione viene collegata alla navigazione, non all’opera di costruzione, e non viene descritta poiché, a quanto pare, al suo tempo era spiegata in un ampio trattato, oggi del tutto perduto, proprio a firma di Apollodoro di Damasco.
Ancora più importante, un’epigrafe rinvenuta non lontana dal ponte e pubblicata nel 1969 fornisce un aggancio molto più concreto all’ipotesi della deviazione. Il testo dell’epigrafe recita:
“IMP CAESAR DIVI NERVAE F / NERVA TRAIANVS AVG GERM / PONT MAX TRIB POT V P P COS III / OB PERICVLVM CATARACTARVM / DERIVATO FLVMINE TVTAM DA / NVVI NAVIGATIONEM FECIT”
ovvero
“L’imperatore Nerva Traiano Augusto Germanico, figlio di Nerva, pontefice massimo, nella sua quinta tribunica potestas, padre della patria, console per la terza volta, deviato il fiume a causa del pericolo delle cateratte rese sicura la navigazione sul Danubio”.
Questa non è l’unica epigrafe a memoria del gigantesco ponte di Traiano e dei lavori “accessori” che questo comporta.
Un’altra, precedente a quella appena riportata, di quasi 4×2 metri, è nota come Tabula Traiana ed è scolpita direttamente nella roccia.
In questo caso, l’iscrizione recita:
“IMP CAESAR DIVI NERVAE F / NERVA TRAIANVS AVG GERM / PONTIF MAXIMUS TRIB POT IIII / PATER PATRIAE COS III / MONTIBUS EXCISI[S] ANCO[NI]BUS / SUBLAT[I]S VIA[M R]E[FECIT]”
ovvero
“[L’imperatore Traiano] scavando montagne e sollevando travi di legno, ricostruì questa strada.”
La strada alla quale si riferisce l’iscrizione, che è posta lungo il suo tracciato, è una grande via militare, scavata nelle gole di Kazan (le celebri Porte di Ferro), che all’epoca di Traiano conduce proprio al ponte.

La fine del ponte di Traiano
Cosa ne è oggi del gigantesco ponte di Traiano e Apollodoro di Damasco?
Purtroppo, non ne resta ormai quasi nulla. Già in età antica si inizia a smantellare la colossale opera architettonica.
Adriano, il successore di Traiano, fa rimuovere la sovrastruttura lignea del ponte, preoccupato che, come l’opera era utile ai Romani per attraversare il fiume, lo sarebbe potuto essere anche per i barbari.
A segnarne la distruzione e l’abbandono definitivo è però Aureliano, in concomitanza con la decisione di abbandonare la ormai indifendibile provincia della Dacia (271-273).

Come riporta Procopio di Cesarea, che deve averne ammirato le imponenti rovine, il tempo e l’erosione fanno il resto.
A metà del XIX secolo, sono ancora visibili (anche se in occasione di particolari periodi secchi del Danubio) ben diciotto degli originari venti pilastri, e al giorno d’oggi è ormai possibile individuarne meno una dozzina.
Sopravvivono inoltre alcune vestigia delle opere murarie su entrambe le sponde del Danubio.
Una fine, per così dire, ingloriosa, per quello che è stato uno dei più grandi, imponenti e straordinari ponti mai costruiti dai Romani nel corso della loro storia.

