A partire soprattutto dal periodo del Principato, i Romani si sentono investiti della missione di portare l’intera umanità sotto l’aquila di Roma.
Non hanno mai avuto veri avversari “ideologici” in questo, reputandosi gli unici e veri depositari di una tale aspirazione di dominio.
Tuttavia, circa dalla metà del III secolo, trovano infine un nuovo e potente avversario che rivendica egualmente il dominio sul mondo, e che glielo contenderà per più di quattrocento anni: l’impero sasanide.

Impero sasanide o “Iran”? Il vero nome del nuovo impero persiano
“Impero sasanide” è in realtà una terminologia moderna, basata su Sasan, capostipite della dinastia regnante di origine iranica che soppianta i Parti Arsacidi e ne prende il posto al comando del grande impero che si estende dalla Siria ai confini con l’India e la Cina.
Il nome originale è in realtà Ērānšahr, che in italiano si potrebbe più correttamente tradurre come “Impero ariano” o “Impero iranico“: Iran, derivando direttamente da Ērān, è insomma un nome tutt’altro che moderno.
Il regnante del “nuovo impero persiano”, tra i vari titoli, è il Šāhān šāh ī Ērān ud Anērān: “Re dei re, dell’Iran e del non Iran” (o “degli Iranici e dei non Iranici”).

Roma e Iran come nemici
Come si consideravano a vicenda le potenze di Roma e dell’Ērān?
La risposta è senz’altro complessa, quando non contraddittoria, e si basa soprattutto sulle testimonianze relative all’ultimo secolo e mezzo di “convivenza” tra i due imperi. Anche i resoconti su questo tema relativi al III o IV secolo sono stati scritti spesso nel VI secolo, usando anche il linguaggio diplomatico e le concezioni di questo ultimo periodo.
Da una parte, il rapporto è senz’altro di completa e totale inimicizia, come c’è da aspettarsi da due potenze rivali di questo calibro, mentre dall’altra si assiste a quello che almeno in apparenza è reciproco rispetto, o quanto meno il riconoscimento all’impero avversario della dignità di esistere.
La prima posizione è espressa in modo chiarissimo in tutti gli autori romani tardo antichi (es. Ammiano Marcellino, Agazia, Procopio), che ben difficilmente trovano parole di ammirazione per il secolare avversario “barbaro” persiano, se non per le sue prodezze militari.
Usualmente i sudditi del Re dei Re sono considerati i peggiori nemici, dei barbari stranieri, ingannatori e pagani.

Secondo Procopio, addirittura la grande statua equestre di Giustiniano che si trova nell’Augustaion di Costantinopoli è un segno tangibile dell’inimicizia dei Romani verso gli Iranici: la statua guarda a Oriente, verso la Persia, e il braccio destro teso indicherebbe il comando dell’imperatore verso i Sasanidi di restare entro i loro confini.

Anche i Persiani, dal canto loro, ricorrono a sottigliezze diplomatiche e simboli.
In una lettera riportata da Giovanni Malalas, il Re dei Re Kawad (o Cabades), dopo essersi presentato come “del sole che sorge”, chiama il destinatario, Giustiniano, “della luna calante”.
Se può sembrare una mera e poetica divisione geografica est-ovest, rappresentata dal sole e dalla luna, la realtà è che gli Iranici non hanno una concezione basata unicamente e nettamente su Oriente-Occidente, a noi così familiare, considerando infatti prima di tutto l’Ērān al centro del mondo.
Nella concezione iranica, il Sole è in una posizione superiore a quella della Luna, e in questo modo l’imperatore romano è rappresentato così in stato di inferiorità.
Si ritrova la medesima concezione in un frammento di un poema persiano scritto dal poeta di corte Pahlbod nel VII secolo, che recita: “Cesare è come la luna, il Khagan è come il sole. Ma il mio signore [il Re dei Re] è come le nuvole cariche di pioggia: quando vuole copre la luna, quando vuole, il sole.”
Anche solo dal linguaggio usato, per noi che siamo in gran parte discendenti e abituati ai modi della lingua greca e latina, si evince che Roma e l’Ērān sono estremamente differenti.

I due occhi del mondo: un rapporto paritario (per i Sasanidi)
Un concetto che troviamo centrato appieno nelle stesse fonti antiche: sempre Giovanni Malalas, citando una lettera tra le due potenze, menziona proprio una pace “tra i due mondi“.
Al di là dell’inimicizia e delle evidenti incomprensioni, tuttavia si riescono anche a trovare espressioni che, forse pur indicando una cortesia solo di facciata, sembrano esprimere quello che sembra un reciproco rispetto tra i due imperi.
Il più famoso di tutti è senz’altro quello riportato da Pietro il Patrizio nel VI secolo, descrivendo un’ambasceria persiana a Galerio nel 298.
Secondo Pietro, che come accennato sta probabilmente usando il linguaggio del suo periodo storico, l’emissario iranico avrebbe descritto i due imperi come due lampade, due occhi (da qui la famosa espressione “i due occhi del mondo”).
“È chiaro che per il genere umano il regno dei Romani e quello dei Persiani sono come due lampade; e bisogna che, come occhi, si adornino l’uno dello splendore dell’altro e non si combattano del tutto fino alla reciproca distruzione”.
La stessa, poetica concezione di Roma ed Ērānshar come due occhi si ritrova anche in una lettera del Re dei Re Khusro Parwiz (Cosroe) indirizzata all’imperatore Maurizio Tiberio:
“Dio ha stabilito sin dal principio che il mondo fosse illuminato da due occhi, ovvero dal potentissimo regno dei Romani e dal prudentissimo scettro dello Stato dei Persiani“.

Roma e Iran come “fratelli” e nemici mortali
Si può infine trovare un’attestazione di apparente parità anche nel fatto che spesso, nelle lettere indirizzate agli imperatori romani, i Re dei Re chiamano questi ultimi “fratello“.
Una “cortesia” che, tuttavia, agli occhi dei Re dei Re era probabilmente tutt’altro che tale o semplicistica.
Secondo la tradizione mitica iranica, l’eroe Ferēdūn avrebbe infatti diviso il mondo tra i suoi tre figli: Salm, che riceve “Rum” (l’Occidente); Tōz/Tūr, che riceve il “Turkastan” (l’Oriente); e Īraj/Ēriz, che eredita l’Ērānšahr.
Secondo questa tradizione, Salm e Tōz, accecati dall’invidia, si uniscono per uccidere Īraj.
Vista in quest’ottica, senz’altro ben chiara ai Sasanidi, definire l’imperatore romano “fratello” è senz’altro un riconoscimento di pari dignità a regnare e di tacita affermazione di parità.
Ma allo stesso tempo, anche un’implicita affermazione di impossibilità di trovare davvero una pace e un accordo di convivenza.
Come i due mitici figli di Ferēdūn, l’impero romano e l’Ērānšahr sono insomma destinati a combattersi e uccidersi a vicenda.
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Bibliografia essenziale
M. Canepa 2009 (a cura di), The Two Eyes of the Earth. Art and Ritual of Kingship Between Rome and Sasanian Iran
K. Maksymiuk 2018, The Two Eyes of the Earth: The Problem of Respect in Sasanid-Roman Relations, in “Greek, Roman, and Byzantine Studies” 58, pp. 591–606
