Il nome di Marco Licinio Crasso, celebre membro del primo triumvirato, è ormai legato in modo indissolubile alla sua disastrosa sconfitta e morte a Carre, nel 53 a.C., nella quale sette legioni romane furono annichilite dai Parti.
Questa tremenda disfatta ha fatto sì che l’ombra di Crasso abbia oscurato quasi totalmente altri membri della gens Licinia, a volte addirittura omonimi di Marco, che invece meriterebbero di essere maggiormente raccontati.
In un precedente articolo abbiamo parlato di Publio Licinio Crasso, un valoroso figlio del triumviro, che troverà la morte in battaglia proprio a Carre, sotto gli occhi del padre.
In questo articolo parleremo di Marco Licinio Crasso, console nel 30 a.C. e più volte vittorioso comandante militare sotto i primi anni del Principato di Augusto.

La guerra contro Bastarni e Daci (30 a.C.)
Il famoso triumviro sconfitto a Carre è il nonno del nostro Marco Licinio Crasso. Infatti il nostro Marco è figlio di un ulteriore Marco Licinio Crasso, questore e figlio del Crasso più famoso – anche questo questore, come suo fratello Publio Licinio Crasso, servì in armi nelle campagne galliche di Cesare.
Ben poco sappiamo del giovane Marco Licinio Crasso (d’ora in poi mi riferirò solamente al nostro protagonista!), se non che forse nasce intorno al 60 a.C., che nel 30 a.C. è eletto console insieme ad Augusto e che nel giro di poco si coprirà di gloria.
A raccontarci di lui, nelle fonti antiche, è soprattutto il più tardo Cassio Dione, celebre autore del III sec.
Nel 29 a.C. è inviato in Macedonia come proconsole (governatore) della provincia.
Si ritrova subito a dover gestire una difficile situazione con i vicini Bastarni e Daci.

I Bastarni passano il Danubio e sottomettono i Triballi e i Dardani, ma è solo quando passano il Monte Haemus e minacciano la popolazione dei Denteleti, in Tracia, sottomessa e protetta dai Romani, che Marco Crasso si muove contro gli invasori: “in parte per difendere Sittas, re dei Denteleti, che era cieco, ma principalmente per timore [delle sorti] della Macedonia”, ci dice Cassio Dione.
I Bastarni sono messi in fuga meramente dall’arrivo di Crasso, che in una prima fase nemmeno deve affrontarli in battaglia.
Si lancia così all’inseguimento del nemico attraverso la Moesia, devastando la regione e assediando una roccaforte dei Bastarni. All’inizio viene respinto, ma meramente perché al comando di un’avanguardia: quando giunge il resto dell’esercito, assalta la piazzaforte e la distrugge.
Crasso e il trionfo negato delle spolie opima
I Bastarni a un certo punto smettono di ritirarsi e osservano l’evolversi della situazione, mentre Crasso sottomette i Mesi (gli abitanti della Moesia) – che gli chiedono di trattenere i suoi eserciti, poiché loro non hanno alzato le armi contro di lui, pur permettendo il passaggio dei Bastarni.
Crasso, probabilmente in cerca di gloria personale (e chissà, forse volendo far dimenticare il famoso disastro del nonno), intende infliggere una dura sconfitta ai Bastarni.
Fa così accampare nottetempo le sue legioni in una foresta, e manda in avanti gruppi isolati di esploratori.
I Bastarni scorgono gli esploratori che, fingendo di fuggire, attirano i nemici nel fitto della foresta.
“Distrusse molti di loro sul posto, e molti altri nella rotta che ne seguì”. I Bastarni sono grandemente rallentati anche dai loro carri, e dal tentativo disperato di difendere anche le loro mogli e figli.
Anche se non abbiamo i dettagli, Crasso riesce anche nell’impresa di uccidere personalmente Deldo (o Deldone, italianizzato), re dei Bastarni.
“E avrebbe dedicato la sua armatura [di Deldo] come spolia opima nel tempio di Giove Feretrio, se fosse stato il generale col comando supremo”.

Se sul campo Crasso è in effetti il comandante in capo, da quegli anni in poi il comandante supremo dell’esercito sarà sempre e solo nelle mani dell’imperatore, anche quando lontano dal fronte.
Motivo per cui, nonostante la vittoria e l’uccisione del re nemico, Marco Crasso non potrà offrire l’armatura come spolia opima.
Ciò che resta dei Bastarni viene distrutto senza pietà nei giorni seguenti. Alcuni periscono dopo che Crasso fa incendiare un bosco nel quale si erano rifugiati, altri affogano nel Danubio, mentre altri ancora sono assediati e uccisi in una loro fortezza, con l’aiuto di una tribù di Geti alleata di Roma.
I pochi Bastarni rimasti saranno distribuiti come schiavi tra i soldati.
Il rientro di Marco Licinio Crasso in territorio romano è meno tranquillo del previsto.
Se i Mesi vengono sottomessi, tolte alcune enclavi, l’esercito di Crasso deve patire la rigidità dell’inverno oltre il Danubio e gli inaspettati attacchi dei Traci – i Romani erano infatti convinti di essere in rapporti amichevoli con questi ultimi.
“Quindi decise di accontentarsi di quanto aveva già ottenuto.”
Il Senato vota a favore di un trionfo (che sarà celebrato una volta che sarà rientrato a Roma), ma meramente come vir triumphalis: non gli sarà concesso di fregiarsi anche del titolo di imperator, come sarebbe stato usuale fino a non molto tempo prima.
Questo titolo a carattere militare (ha un significato diverso dal nostro “imperatore”) è infatti ormai appannaggio solo di Augusto.
Le nuove campagne contro Daci, Bastarni e Traci (28-27 a.C.)
Le imprese militari di Marco Licinio Crasso non sono tuttavia finite.
Non è chiarissimo da Cassio Dione, ma forse ci si aspettava che Crasso, dopo la prima vittoriosa campagna, rinunciasse al suo incarico, o comunque non si mettesse più alla testa di eserciti.
Invece, nel 28 a.C., “Crasso in maniera riluttante scese di nuovo in campo”.
Infatti i Bastarni attaccano di nuovo i Denteleti, e di nuovo sono respinti e costretti alla resa da Crasso, che piomba su di loro in modo inaspettato, raggiungendoli a marce forzate.

Già che ha preso di nuovo le armi, Crasso decide ora di rivolgersi contro i Traci, che l’hanno precedentemente lo hanno aggredito senza alcun motivo apparente (o che almeno nelle fonti è taciuto), e che a quanto pare si stanno preparando a muovere guerra.
“Ebbe successo nel sottomettere alcuni di loro, in particolare Maedi e Serdi, seppur non senza difficoltà, sconfiggendoli in battaglia e mozzando le mani ai prigionieri.”
Quanto a un’altra tribù tracia, gli Odrisi, questi vengono risparmiati, poiché gli si sottomettono senza combattere.
L’ultima guerra di Crasso. La campagna contro i Geti (27 a.C.)
Dal resoconto di Cassio Dione, sappiamo che infine un’ultima campagna attende Crasso, questa volta contro i Geti, forse nel 27 a.C..
A chiedergli aiuto è Roles, quel re dei Geti che lo aveva aiutato due anni prima contro i Bastarni, poiché è entrato in guerra con Dapyx, re di un’altra tribù di Geti.
Abbiamo pochi dettagli delle prima operazioni, ma la prima battaglia contro Dapyx si conclude con una grande vittoria per Crasso: “[…] e respingendo la cavalleria avversaria addosso alla loro stessa fanteria, terrorizzò così profondamente quest’ultima che ciò che ne seguì non fu una battaglia ma un grande massacro di uomini in fuga di entrambe [cavalleria e fanteria]”.
Dapyx viene assediato in una fortezza, che viene presa col tradimento.
A quanto pare, un uomo dai bastioni si rivolge in greco a Crasso, e dopo aver trovato un accordo si offre di aprire le porte.
Probabilmente i difensori di questa piazzaforte erano già internamente divisi: infatti, quando i Romani li catturano, si accende una mischia tra le due fazioni di Geti, nella quale Dapyx resta ucciso.
Suo fratello è catturato da Crasso, che tuttavia lo tratta con tutti i riguardi e poi lo lascia libero.
In seguito, Crasso assedia un esercito di Geti che ha trovato rifugio nella caverna nota come Cira – talmente grande che, all’epoca, la leggenda voleva che vi si fossero rifugiati i Titani, sconfitti dagli dèi.
Crasso sottomette i Geti nella caverna prendendoli per fame, per poi infine rivolgersi contro un’altra tribù getica, comandata da re Zyraxes, che non ha però legami con Dapyx.

Infatti Crasso ha saputo che a Genucla, il principale centro fortificato di questi Geti, costruito sul Danubio, sono custoditi gli stendardi romani che i Bastarni hanno catturato nel 61 a.C. sconfiggendo in battaglia il console Gaio Antonio Ibrida.
Anche se a costo di molta fatica, in breve tempo Genucla viene conquistata e gli stendardi recuperati.
L’ultima notizia che riguarda Crasso, forse riferibile sempre al 27 a.C. o all’anno successivo, riguarda la sua sottomissione di una rivolta di Mesi e una campagna contro la popolazione degli Artacii.
A parte queste notizie, non sappiamo altro di questo Marco Licinio Crasso.
Secondo le interpretazioni moderne, si ritroverà la carriera oscurata da Augusto – che, a quanto pare invidioso di Crasso, non casualmente lascia Roma al momento del suo meritato trionfo, nel 27 a.C., in una delle rare occasioni in cui abbandona l’Urbe.
Se non è riuscito nel titanico compito di riabilitare il nome della gens Licinia e di far dimenticare la disfatta del nonno, Marco Licinio Crasso, abile comandante dei primi anni dell’impero romano, è però almeno riuscito nella non facile impresa di entrare nella Storia.
