La battaglia dello Scultenna (643). Come muore un esarca.

Chi tra voi ha visitato la Basilica di San Vitale a Ravenna, entrando non avrà potuto fare a meno di notare, sulla sinistra, un sarcofago di marmo, con inciso un epitaffio in greco.

Quello è il sarcofago dell’esarca Isacio (o Isace, o Isacco).
Di origine armena, fu uno degli ultimi esarchi ravennati veramente attivi, sia sul piano politico-religioso che su quello militare, e rimase in carica piuttosto a lungo, dal 625 fino alla sua morte nel 643.

Una delle linee dell’epitaffio -nel quale egli è descritto come “alleato degli Imperatori, il grande ornamento di tutta l’Armenia”- riporta come egli sia “morto gloriosamente”.

Ebbene, queste semplici parole sono probabilmente l’unica fonte a nostra disposizione che possa farci comprendere come, quasi certamente, Isacio sia morto in battaglia (anche se tale tesi non è universalmente accettata, come ad esempio mostra uno studio recente di Salvatore Cosentino).
Per la precisione, in una delle battaglie meno conosciute, ma del resto anche meno documentate, del periodo tardoantico e altomedievale: la battaglia dello Scultenna.

Non sappiamo nulla di questo scontro, che ci è testimoniato solamente da una misera riga di Paolo Diacono, che tra l’altro copia e abbellisce una linea dall’Origo Gens Langobardorum.
Tale linea recita così: “[Rotari] combatté presso il fiume Scultenna e caddero in ottomila dalla parte dei Romani”.

Questo è tutto ciò che sappiamo sulla battaglia. Ma da questa riga e dal contesto, possiamo in realtà dedurre alcune cose.

“Ottomila uomini”, per cominciare, è una cifra quasi sicuramente molto esagerata.
Gli eserciti che probabilmente potevano venire messi in campo in quel periodo, almeno in Italia, non dovevano essere molto più grandi di così – un esercito romano ideale di spedizione, nelle fonti tra VI e VII sec., difficilmente superava i diecimila uomini.
Possiamo comunque supporre, che la cifra sia veritiera o meno, che per i Romani sia stata una battaglia molto difficile, con perdite pesantissime, a maggior ragione se consideriamo che quasi certamente vi morì l’esarca.

Ma fu davvero una sconfitta? Se Paolo Diacono, nell’arricchire la testimonianza dell’Origo, dice che caddero ottomila Romani e che “il resto volse le spalle in fuga”, notiamo che nella riga della fonte originale non si parli mai propriamente dello scontro in questi termini (anche se forse era semplicemente dato per scontato).

Bisogna del resto anche notare che, sempre dalle nostre fonti, re Rotari non marciò su Ravenna per conquistarla.
Ciò sarebbe stato il perfetto completamento della campagna tra 642 e 643, durante la quale invase la Liguria e sottomise parte del Veneto, se la battaglia dello Scultenna non è avvenuta prima (la cronologia è controversa).

Possiamo dunque azzardare un’ipotesi, una speculazione, che tale deve rimanere, visto che le fonti non sono di aiuto.

La battaglia forse fu un disastro per i Romani, in termini di perdite e per la morte in battaglia di Isacio. Tuttavia, è assai probabile che anche per il re longobardo si sia trattato di uno scontro durissimo, più di quanto non traspaia dal silenzio delle fonti, altrimenti non si spiegherebbe la mancata marcia e conquista, o almeno tentativo di conquista, di Ravenna.

Forse, insomma, la battaglia dello Scultenna non fu tanto o non solo una sanguinosa sconfitta, ma un estremo sacrificio da parte dei Romani, e dell’Esarca in prima persona, per salvare Ravenna.
Sacrificio che non fu vano: anche se fortemente indebolito, l’Esarcato e Ravenna rimasero infatti territori romani fino al 751.

Non a caso, dunque, Isacio è nel suo epitaffio definito come “colui che fu valorosamente stratego custodendo inviolati Roma e il Ponente”.
Morendo allo Scultenna, compì la sua missione fino all’ultimo respiro.

Illustrazione di Giuseppe Rava

Letture consigliate

Bertolini O. 2017, Riflessioni storiche sulla battaglia dello Scultenna (643)

Ravegnani G. 2011, Gli esarchi d’Italia

Paolo Diacono, Historia Langobardorum


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