Come ho avuto modo di dire più di una volta, uno degli aspetti che più tragicamente abbiamo perduto del mondo antico, salvo rari casi, è la musica.
A parte, appunto, casi davvero più unici che rari in cui abbiamo persino notazioni musicali (es. l’inno di Seikilos, in greco, datato tra II sec. a.C. e II sec. d.C.), dal mondo antico, compreso quello romano, usualmente abbiamo al più gli strumenti musicali, che ci permettono sì di ricostruire i suoni…ma non come venissero usati o “combinati” tra loro.

Questo è ancora più vero se andiamo a guardare alle canzoni, che naturalmente alla musica sono strettamente collegate.
Eppure, seppure non abbiamo più la musica…abbiamo incredibilmente conservato qualche testo.
E questo vale anche per le rarissime testimonianze di canzoni cantate dai soldati romani – e sappiamo quanto nei secoli, e ancora oggi, il mondo militare sia pervaso di musica e canti.
Le fonti in questo senso sono molto scarse, appena due o tre, e molto distanti temporalmente tra loro, ma ci forniscono dettagli molto interessanti almeno sul tono e sullo spirito che animava queste canzoni militari.
Le prime fonti sono riferite entrambe al periodo di Giulio Cesare.
Si tratta di due stralci dei 𝘊𝘢𝘳𝘮𝘪𝘯𝘢 𝘛𝘳𝘪𝘶𝘮𝘱𝘩𝘢𝘭𝘪𝘢, ovvero quelle canzoni che, spesso improvvisate, erano cantate dai soldati romani durante il trionfo del loro comandante. Dell’esistenza di questi canti e del loro contenuto abbiamo ampia testimonianza anche in Tito Livio.
Anche se potrà stupire, vista l’immagine a volte stereotipata del legionario romano che abbiamo in mente, questi 𝘤𝘢𝘳𝘮𝘪𝘯𝘢, oltre a celebrare le gesta degli eroi di Roma, potevano anche avere un contenuto non solo licenzioso, ma apertamente canzonatorio anche nei confronti del comandante stesso (anzi, è la maggioranza dei casi).
A riportarci, per nostra fortuna, ben due stralci di questi 𝘊𝘢𝘳𝘮𝘪𝘯𝘢 𝘛𝘳𝘪𝘶𝘮𝘱𝘩𝘢𝘭𝘪𝘢 dedicati a Cesare, in occasione del trionfo per la vittoria in Gallia, è Svetonio (I, 49; I, 51). I due brani recitano rispettivamente:
“Gallias Caesar subegit, Nicomedes Caesarem:
ecce Caesar nunc triumphat qui subegit Gallias,
Nicomedes non triumphat qui subegit Caesarem.“
(I, 49)
“Urbani, servate uxores: moechum calvum adducimus.
Aurum in Gallia effutuisti, hic sumpsisti mutuum.“
(I, 51)
ovvero
“Cesare ha sottomesso le Gallie, Nicomede Cesare:
ecco, ora trionfa Cesare, che sottomise le Gallie,
mentre non trionfa Nicomede, che pur sottomise Cesare.”
e
“Civili, state attenti alle mogli: vi portiamo l’amatore calvo.
L’oro in Gallia te lo sei fottuto in donne, qui [a Roma] l’hai preso in prestito.”
Nonostante l’occasione solenne, i soldati non si astenevano quindi dal cantare canzonacce, che oggi potremmo ben definire “da caserma”, apertamente denigratorie nei confronti del loro comandante.
Viene da domandarsi se questo uso possa derivare dal fatto di ricordare al comandante vittorioso la sua condizione umana e terrena – ruolo che, dalle fonti, è normalmente svolto da uno schiavo che sussurra a un orecchio del comandante in trionfo proprio questo concetto.
Non ci è purtroppo dato sapere con certezza se canzoni di questo genere, o quelle trascritte da Svetonio, fossero recitate e cantate anche al di fuori dell’ambito del trionfo.

Di tutt’altro tenore sono invece due canzoni che troviamo nella Historia Augusta, e riferite a un Aureliano non ancora imperatore, probabilmente durante gli anni della sua carriera tra il 242 e il 257 – che lo vedono impegnato contro Sarmati e Franchi.
Si tratta di due brani di tono decisamente più guerresco dei 𝘤𝘢𝘳𝘮𝘪𝘯𝘢 dedicati a Cesare, e che esaltano la sanguinosa vittoria contro i nemici di Roma.
A onor del vero, la fonte ci dice che le canzoni in questione (trascritte partendo dal testo di un altrimenti ignoto Teoclio) non proverrebbero strettamente dall’ambiente militare, ma sarebbero state composte da “ragazzi” (𝘱𝘶𝘦𝘳𝘪) in onore delle vittorie del comandante.
Tuttavia, non solo il tenore e il testo di questi canti, e il fatto che si usi il “noi”, fa propendere per una loro originaria composizione da parte delle truppe di Aureliano – e c’è il sospetto che i detti 𝘱𝘶𝘦𝘳𝘪, per quanto suoni strano, siano in realtà proprio i soldati.
Di queste canzoni ci viene anche detto che vengono cantate nei giorni di festa, e che al loro ritmo i 𝘱𝘶𝘦𝘳𝘪 danzano “alla maniera dei militari” (si intendono forse delle danze pirriche?).
I due brevi testi, contenuti in Vita Aureliani I, 6-7 recitano così:
“Mille, mille, mille decollavimus!
Unus homo, mille decollavimus!
Mille bibat qui mille occidit
Tantum vini nemo habet, quantum fundit sanguinis!“
(Vita Aureliani I, 6)
“Mille Sarmatas, mille Francos semel et semel occidimus,
mille Persas quaerimus!“
(Vita Aureliani I, 7)
ovvero
“Mille, mille, mille abbiamo decapitato!
Con un uomo solo [Aureliano], mille abbiamo decapitato!
Ne berrà mille chi ne ha uccisi mille,
Nessuno ha [mai avuto] tanto vino quanto sangue che lui ha versato!”
“Mille Sarmati, mille Franchi abbiamo fatto a pezzi, una volta e una volta [ancora],
[ora] cerchiamo mille Persiani!”
Qui sotto, una mia personale interpretazione, senza pretesa di storicità, di Mille decollavimus. Si noti che avrei probabilmente dovuto più realisticamente utilizzare un ritmo anapesto.
Abbiamo infine anche la testimonianza di canzoni militari, di tono guerresco, in Ammiano Marcellino – che addirittura ci informa che, in almeno un’occasione, i soldati romani marciano verso il nemico, schierati, cantando (praecinentibus).
Purtroppo, di queste canzoni militari non abbiamo idea né del contenuto, né del testo.
Fonti
Ammiano Marcellino, Res Gestae
Historia Augusta
Svetonio, Vite dei Cesari
Tito Livio, Ab Urbe Condita

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