Nel Foro Romano, di fronte alla Curia, sede del Senato di Roma, si trovava un importante sito sacro di Roma (rinvenuto nel 1903 grazie agli scavi di Giacomo Boni): il 𝘭𝘢𝘤𝘶𝘴 𝘊𝘶𝘳𝘵𝘪𝘶𝘴.
Si tratta di un importante sito che in epoca romana ha subito numerose modifiche e rimaneggiamenti – per esempio, oltre alle multiple pavimentazioni, risale al tempo di Augusto un pozzo, nel quale i Romani erano soliti gettare monete.
Ma cos’è esattamente il 𝘭𝘢𝘤𝘶𝘴 𝘊𝘶𝘳𝘵𝘪𝘶𝘴?
La risposta precisa, in realtà, non la conoscevano nemmeno i Romani stessi, che tramandavano almeno tre diverse versioni sul nome e sulla sacralità del luogo – tutte però legate alla 𝘨𝘦𝘯𝘴 𝘊𝘶𝘳𝘵𝘪𝘢, che dà appunto il nome al sito.
La più antica si fa risalire addirittura al tempo di Romolo, e ci è narrata da Plutarco.
All’epoca della Roma del primo re, nell’area del foro vi era una zona acquitrinosa e paludosa. Qui trovò riparo, fuggendo da un vendicativo Romolo, il sabino Mevio Curzio (a volte il prenome cambia in Mezio), che aveva appena ucciso in combattimento il romano Ostio Ostilio.
Non avvedendosi del fango, qui Mevio Curzio avrebbe perso il cavallo, sprofondato nel fango della palude, scampando a malapena.
Da qui deriverebbe il nome di 𝘭𝘢𝘤𝘶𝘴 𝘊𝘶𝘳𝘵𝘪𝘶𝘴.
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Terenzio Varrone tramanda invece una versione molto meno spettacolare dell’origine del nome.
Il luogo sarebbe stato infatti colpito da un fulmine, interpretato come un segno divino, e di conseguenza consacrato nel 445 a.C. dal console Gaio Curzio Filone.
La versione tuttavia più celebre e iconica del motivo dietro al nome del 𝘭𝘢𝘤𝘶𝘴 ci viene narrata da Tito Livio.
Secondo la leggenda, nel 362 a.C. si sarebbe aperta una voragine nel foro, in corrispondenza del futuro 𝘭𝘢𝘤𝘶𝘴 𝘊𝘶𝘳𝘵𝘪𝘶𝘴.
I Romani erano terrorizzati dal fatto che la voragine si sarebbe espansa, inghiottendo l’intera città. Gli auguri sostenevano che la grande spaccatura si sarebbe potuta colmare, ma solo al prezzo della cosa più preziosa per Roma.
Un giovane guerriero appartenente alla 𝘨𝘦𝘯𝘴 𝘊𝘶𝘳𝘵𝘪𝘢, il leggendario Marco Curzio, pensò di avere la risposta: la cosa più preziosa per Roma erano il valore e il coraggio dei suoi soldati.
Armato di tutto punto, Marco Curzio monta quindi a cavallo e si getta nella voragine, consacrandosi agli dèi Mani in un atto molto simile alla 𝘥𝘦𝘷𝘰𝘵𝘪𝘰, mettendo fine all’allargamento della forra.
Non sappiamo esattamente a quale delle tre versioni i Romani dessero maggiore credito, ma c’è motivo di credere che fosse proprio questa terza, senz’altro la più spettacolare ed edificante (seppure la più chiaramente inverosimile).
A confermarlo vi sarebbe anche un rilievo (l’immagine che trovate qualche riga più in alto), oggi posto di nuovo in vista sul sito del 𝘭𝘢𝘤𝘶𝘴 𝘊𝘶𝘳𝘵𝘪𝘶𝘴 (era stato già riutilizzato nel 12 a.C. per la pavimentazione), che rappresenterebbe proprio il giovane Marco Curzio che si getta nella voragine.
Il condizionale mi sembra però necessariamente d’obbligo.
Non si può fare a meno di notare, infatti, come lo sfondo sia caratterizzato da un terreno “acquatico” e da piante palustri: qualcosa che ricorda piuttosto la leggenda relativa a Mevio Curzio, narrataci da Plutarco.
Fonti
Plutarco, Vite parallele
Tito Livio, Ab Urbe Condita
Varrone, De lingua latina
