Un articolo di Mattia Caprioli – storico e divulgatore
Il “fuoco greco“, usato dai Romani d’Oriente soprattutto per la guerra in mare a partire dalla fine del VII sec., è senz’altro una famosissima arma incendiaria medievale, ma allo stesso tempo poco conosciuta davvero e avvolta da un alone di mistero.
Il vero nome del fuoco “greco”
Tanto per cominciare, quest’arma non era chiamata “fuoco greco” – e non c’è da stupirsi, considerando che, naturalmente, i Romani non definivano sé stessi “greci”.
Il nome col quale lo conosciamo oggi gli è infatti stato affibbiato dai Crociati.
Le fonti imperiali invece ci restituiscono una lunga serie di nomi diversi per indicare la letale miscela incendiaria: fuoco romano (pyr rhomaikon), fuoco liquido (hygron pyr), fuoco marino (pyr thalassion), fuoco appiccicoso (pyr kolletikon) e fuoco “manufatto” o, per rendere meglio l’idea, potremmo tradurre con “fuoco artificiale” (pyr skeuaston).
Armi incendiare prima del fuoco greco
L’uso di miscele incendiarie a scopo bellico non è nuovo al mondo romano, e mediterraneo in generale.
Uno dei primi a fornirci una ricetta completa per una sostanza incendiaria da utilizzare in “proto-granate” e attacchi notturni è l’autore di II-III sec. d.C. Giulio Africano.
Sappiamo inoltre che dispositivi e materiali incendiari, come una miscela a base di zolfo, sono già presenti su alcune navi delle flotte tardo antiche, come quella di Anastasio, quando deve affrontare il ribelle Vitaliano nel 515.
Secondo la tradizione riportata da Teofane Confessore, il fuoco marino propriamente detto sarebbe però stato inventato da Callinico di Eliopoli e usato per la prima volta nel 672 contro la flotta araba che minaccia Costantinopoli.

L’uso del fuoco greco in battaglia
Il fuoco liquido avrà una lunga vita di utilizzo nell’impero romano, comparendo nelle fonti a più riprese fino addirittura al XV secolo e, in certe occasioni, risultando determinante per diverse vittorie dell’impero.
Per fare alcuni esempi, il fuoco marino si rivela una delle armi decisive nell’assicurare la sconfitta degli Arabi nel grande assedio di Costantinopoli del 717-18, ed è utilizzato nel 941 per mandare in fiamme le navi di Igor di Kiev.
Inoltre è citato numerose volte come essenziale arma da avere a bordo delle navi da guerra, nei trattati militari dedicati alla guerra navale (i “Naumachica”).
Il fatto che sopravviva così a lungo smonta già da solo anche un altro mito che circonda il fuoco liquido dei Romani.
Per approfondire la guerra navale nell’impero romano d’Oriente:
A. Carile, S. Cosentino 2004, Storia della marineria bizantina
Ottimo libro italiano sulla Storia navale bizantina. I testi del prof. Cosentino si concentrano sul materiale militare.
A. Konstam 2015, Byzantine Warship vs Arab Warship: 7th–11th centuries
Libro divulgativo, con illustrazioni, utilissimo per capire le differenze tra marineria dei Romani d’Oriente e gli Arabi
Il fuoco greco. Un’arma davvero segreta?
Infatti, ancora oggi si ripete, senza però che esista alcuna prova di questa affermazione, che il fuoco liquido fosse un segreto di Stato gelosamente custodito e celato ai nemici dell’impero e agli stranieri.
Questo mito, a onor del vero, ha un minimo fondo di verità: l’imperatore Costantino VII, nella sua opera di metà X sec. oggi nota come De administrando imperio, ammonisce di non rivelare al nemico come si ottiene, né di fargli ottenere, il fuoco liquido – tuttavia riportando che un ufficiale era già stato corrotto e aveva contrabbandato la miscela, incontrando la punizione divina.
Tuttavia, le parole di Costantino VII non riflettono la realtà, poiché i nemici dell’impero, e gli Arabi in particolare, usano a loro volte miscele incendiarie già almeno dal IX sec., probabilmente copiate proprio dai Romani.
Il mito che ancora oggi raccontiamo è in realtà alimentato, principalmente, dalla cronica mancanza di fonti sul tema o che descrivano la formula esatta della miscela incendiaria, che sappiamo essere diretta verso le navi nemiche principalmente per mezzo di sifoni – e questa, sì, è la vera particolarità e unicità dell’uso romano di questo fuoco artificiale, che nessun altro popolo, da quanto sappiamo, sarà mai in grado di imitare.
Come veniva utilizzato il fuoco greco?
Da come è stato ricostruito, questi, grazie alla pressione di una pompa, proiettano il liquido fuori da una bocca metallica, all’estremità della quale si trova una fiammella, o comunque una fonte di calore, che fa prendere fuoco al liquido in uscita.

In alternativa, la miscela incendiaria poteva essere usata tramite delle “proto-granate” in ceramica, proprio come quelle descritte da Giulio Africano e che si ritrovano sia nel record archeologico che in fonti scritte del periodo crociato.
Sono infatti più di una volta i Crociati a fare le spese di quest’arma, lanciata contro di loro , in occasione di assedi, dalle varie truppe musulmane che combattono nel Levante.
Ora, chiaramente che le miscele incendiarie utilizzate da gran parte delle flotte e truppe del Mediterraneo orientale fossero esattamente come il fuoco liquido romano, non è detto.
Ma il fatto che le stesse fonti spesso non facciano distinzione e lo chiamino indistintamente, nel caso delle fonti latine, “fuoco greco”, significa che l’effetto doveva essere il medesimo, e che il fuoco liquido dell’esercito romano probabilmente non avesse alcun segreto in particolare rispetto a quello usato da altri eserciti – se non, forse, una qualche caratteristica che lo rendesse utilizzabile tramite i sifoni.
Come era fatto davvero il fuoco greco?
Tuttavia, ancora oggi non è chiaro come esattamente venisse realizzato – come detto, più per scarsità di fonti (eventualità certo non rara anche su temi meno “segreti”) che per particolari misteri o segretezze.
Che non sia del tutto un segreto è anche reso evidente dal fatto che Anna Comnena, nella sua “Alessiade”, ne descrive in parte la possibile composizione: “[…] dal pino e da certi alberi sempreverdi si raccoglie la resina infiammabile. Questo viene strofinato con zolfo […]”
Dobbiamo anche considerare che questa non era forse nemmeno l’unica formula possibile del fuoco liquido, e infatti sono state avanzate numerose teorie, nel corso dell’ultimo secolo e mezzo, sulla composizione della miscela incendiaria.

Tra XIX e XX secolo, si pensava che potesse trattarsi di una sorta di liquido infiammabile, mescolato con salnitro come agente ossidante per fornire ossigeno per il processo di combustione.
Altri hanno supposto poi che fosse prodotto distillando petrolio naturale – un liquido simile alla petrolio senza alcuna aggiunta di salnitro – e pompandolo sotto pressione.
Infine, oggi la maggior parte dei ricercatori ritiene che non fosse possibile eseguire il necessario processo di distillazione, suggerendo che fosse invece prodotto con petrolio naturale non distillato.
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Bibliografia essenziale
Anna Comnena, Alessiade
Fonte importantissima sul regno di Alessio Comneno (1081-1118) e su varie battaglie del periodo.
A. Carile, S. Cosentino 2004, Storia della marineria bizantina
Ottimo libro italiano sulla Storia navale bizantina. I testi del prof. Cosentino si concentrano sul materiale militare.
J. Haldon 2006, Greek fire revisited: recent and current research, in E. Jeffreys (a cura di), Byzantine style, religion and civilization. In honour of Sir Steven Ruciman
Un articolo sulle possibili ricostruzioni del fuoco greco.
A. Konstam 2015, Byzantine Warship vs Arab Warship: 7th–11th centuries
Libro divulgativo, con illustrazioni, utilissimo per capire le differenze tra marineria dei Romani d’Oriente e gli Arabi
K. Smith, R. R. Brown 2018, The first chemical weapon? – Playing with Greek Fire, in “Medieval Warfare” VIII, 5
Articolo fondamentale per la storia degli studi sul fuoco greco
