La seconda guerra punica è talmente piena di avvenimenti e personaggi, che a volte raccontarla per intero sembra impossibile.
Non è un caso se la narrazione degli eventi per come la conosciamo è spesso limitata ad Annibale.
In anni recenti si è cominciato finalmente anche a parlare di più di uno dei fratelli di Annibale, Asdrubale, e della sua morte alla battaglia del Metauro del 207 a.C. – forse una delle battaglie più importanti della guerra annibalica.
Tuttavia, è invece in gran parte dimenticata una delle battaglie più sanguinose della guerra, sempre sul suolo italiano e che vide contrapposti i Romani al terzo dei fratelli Barca: Magone.
Nel 206 a.C., Magone Barca è ancora in Spagna, ma sa che dovrà ben presto abbandonarla.
Da poco malamente sconfitto da Scipione nella battaglia di Ilipa, trova rifugio a Gades, ultima roccaforte punica in terra iberica.

Anche il Senato di Cartagine, che capisce come la Spagna sia ormai perduta, punta tutto sulla guerra in Italia: invia così denaro a Magone perché si muova verso la penisola, raccolga una grande forza di Galli e Liguri e si unisca ad Annibale.
Insoddisfatto della somma ricevuta, prima di partire Magone requisisce gran parte del tesoro pubblico e dei templi di Gades, dopodiché, contrariamente alle istruzioni ricevute, tenta un fallimentare assalto navale notturno a Carthago Nova (conquistata nel 210-209 a.C. da Scipione), che gli costa quasi 3000 uomini.
Quando torna a Gades per riorganizzarsi, trova comprensibilmente le porte sbarrate. Secondo Livio, prima di mettersi definitivamente in viaggio verso l’Italia, riesce a convocare al suo campo i supremi magistrati della città con l’inganno, solo per farli crocifiggere.
Magone passa l’inverno del 206-205 a.C. nelle isole Baleari, dove trova alleati e mercenari, dopodiché nell’estate del 205 a.C. salpa verso la costa della Liguria con una flotta di una trentina di navi da guerra, numerosi legni da carico e un esercito di 12.000 fanti e 2000 cavalieri.
Il suo arrivo è del tutto inaspettato, e grazie all’effetto sorpresa riesce a sbarcare presso Genova, che viene presa e saccheggiata.
Una possibile traccia dell’incursione a Genova potrebbe essere testimoniata dal controrostro romano, fortemente danneggiato da un impatto di qualche tipo, oggi conservato al Museo di Archeologia Ligure di Genova Pegli – anche se Livio ci dice che la costa ligure era completamente indifesa.
Magone inizia a marciare lungo la costa ligure in cerca di alleati e mercenari.
Si allea con gli Ingauni, dopodiché continua ad attirare guerrieri dalla Liguria e dalla Gallia.
Nelle parole di Tito Livio, “E l’esercito si ingrossava di giorno in giorno, perché i Galli [Livio qui intende anche i Liguri] affluivano da ogni parte, alla fama del suo nome”.
Dopo aver accumulato il suo bottino a Savona, Magone tiene per sé solo dieci navi e invia le restanti in Africa a difesa delle coste, poiché ormai ci si aspetta uno sbarco romano da un momento all’altro.
Queste preparazioni non sono ignote al Senato romano, che, nonostante l’attuale vantaggio su tutti i fronti nei confronti dei Cartaginesi, è piuttosto preoccupato dall’evolversi degli eventi.
“Questo […] suscitò nei senatori una grave perplessità: quella cioè di aver gioito inutilmente per l’annientamento di Asdrubale assieme all’esercito due anni prima, se poi di là sorgeva un’altra guerra, dopo essere cambiato solo il nome del generale.”

I Romani inviano immediatamente truppe ad Ariminum (Rimini) e Arretium (Arezzo), per bloccare la strada a Magone verso sud.
Tuttavia questi, nonostante le reazioni romane, sembra in realtà esitare a muoversi, anche quando riceve rinforzi direttamente da Cartagine (7000 uomini, 7 elefanti e 25 navi da guerra): nonostante ora abbia almeno 21.000 uomini, e questo senza contare Galli e Liguri, il minore dei Barca non considera evidentemente il suo esercito abbastanza forte per la missione che deve intraprendere.
Nel 204 a.C. prosegue la “guerra fredda” tra Magone e i Romani.
Il primo riesce a far parteggiare per lui gran parte delle città dell’Etruria, costringendo così i Romani a lasciare un presidio nella regione.
Questi ultimi, in particolare il proconsole Livio Salinatore (ex console e vincitore di Asdrubale al Metauro), si portano con maggiori forze direttamente in Gallia Cisalpina, pronti a fermare Magone quando finalmente deciderà di calare verso sud.
Nel 203 a.C, infine, giunge il momento dello scontro diretto tra Magone e le legioni romane.
Magone svalica l’Appennino ligure e si dirige nel territorio dei Galli Insubri, nell’attuale Lombardia, dove viene raggiunto, in una località ignota, dalle forze del proconsole Cornelio Cetego e del pretore Publio Quintilio Varo (ovviamente da non confondere col protagonista di Teutoburgo, più di due secoli dopo).
Le forze di Magone non ci sono note, ma possiamo suppore nel complesso circa 30.000 uomini, nonché i 7 elefanti inviati da Cartagine. Da un passo di Livio, sappiamo che i Galli sono tenuti come riserva.
Le forze romane, tra legionari e socii, comprendono forse un numero tra i 30.000 e i 35.000 soldati. Le legioni di Varo sono in prima linea, mentre quelle di Cetego agiranno da riserva – anche se il proconsole sarà sempre in prima linea.
Sappiamo il nome di tre delle quattro legioni romane coinvolte: l’XI, la XII e la XIII legione (in questo periodo storico le legioni, che ci si aspetta vengano sciolte a fine campagna militare, si distinguono solo per i numeri). Anche se improbabile, è possibile che a questa battaglia partecipi anche almeno una delle legioni dei volones, gli ex-schiavi soldato, ora inquadrati nella XIX e XX legione.
[Leggi anche Volones. Gli schiavi-soldato di Roma ]
Non sappiamo come si accenda lo scontro di preciso, poiché la nostra fonte, Tito Livio, ci narra la battaglia partendo dal vivo dell’azione: “[…] e davanti alle due ali, il pretore e il proconsole, con ogni energia, esortavano a sferrare l’attacco contro i nemici. Ma […] non riuscivano a sloggiarli da lì […]”.
Dalla narrazione, risulta chiaro che Magone gioca la battaglia prevalentemente in difesa, costringendo i Romani ad attaccare, anche se a un certo punto deve essere passato al contrattacco.

Secondo Livio, Varo raggiunge Cetego per ragionare il da farsi, visto che l’efficace resistenza a oltranza di Magone agli attacchi romani non era prevista.
Varo propone così di radunare tutta la cavalleria legionaria presente e di lanciarla all’attacco, per scompigliare le fila nemiche, mentre Cetego terrà la posizione con la fanteria.
All’assenso di Cetego, Varo e suo figlio, Marco (“giovane assai coraggioso”), radunano la cavalleria delle quattro legioni romane, quindi circa 1200 cavalieri, quando a pieno organico, e “dopo aver dato l’ordine di montare a cavallo” – si tratta di un momento di pausa della battaglia, oppure questi cavalieri erano tenuti come riserva -, si lancia contro le linee di Magone, non sappiamo purtroppo in quale settore.
Allo stesso tempo, i legionari lanciano il grido di guerra e si buttano in avanti, creando confusione nella linea nemica.
“E la schiera dei nemici non avrebbe resistito, se Magone non avesse fatto entrare subito in battaglia gli elefanti pronti per il primo urto dei cavalieri”.
Gli elefanti di Magone sono pochi, ma tanto basta a scompigliare la carica della cavalleria romana (terrorizzando le cavalcature dei Quiriti), che viene investita dai giavellotti dalla rapida cavalleria numida.
“E se da un lato il cavalleggero romano mischiato alla massa quando poteva servirsi della lancia e da vicino della spada era di maggiore prestanza fisica, così i Numidi saettavano più efficacemente a distanza contro chi era stato portato via dai cavalli spaventati”.
La situazione nella prima linea romana è disperata.
La XII legione è quasi distrutta, mantiene la posizione “più per l’onore delle armi che per la resistenza”, ed è salvata solo dall’intervento della XIII, una delle legioni di Cetego in riserva.
Anche l’XI legione è inviata in prima linea, e sbaraglia senza difficoltà i Galli della riserva di Magone, dopodiché gli hastati dell’XI si radunano e assaltano gli elefanti, “che già stavano scompigliando anche la schiera dei fanti”.
Bersagliano i pachidermi con i 𝘱𝘪𝘭𝘢, abbattendone quattro e facendo fuggire gli altri, feriti.
La malaparata degli elefanti fa infine indietreggiare le linee cartaginesi, che riescono a mantenere una formazione coesa fintanto che Magone le guida, coraggiosamente, dalla prima linea.
Ma anche la coesione alla fine crolla: Magone Barca è gravemente ferito a una coscia e deve essere portato via in stato di incoscienza. La vista della caduta del comandante manda infine in rotta le truppe barcidi.

I Romani hanno vinto, avendo ucciso 5000 nemici e catturando 22 insegne nemiche, ma non possono cantare vittoria a cuor leggero.
Lasciano infatti sul campo 2300 uomini, numerosi tribuni e ancora più centurioni. Anche Livio deve ammettere che “La battaglia sarebbe durata più a lungo se la vittoria non fosse rimasta a noi per la ferita del comandante [Magone]”.
Magone parte nel corso della notte e poco tempo dopo si imbarca con le sue truppe, in Liguria, presso gli Ingauni: il senato punico lo ha richiamato in patria insieme al fratello per difendere Cartagine stessa.
Magone, tuttavia, non vedrà mai l’Africa: superata la Sardegna, la ferita subita in Insubria infine lo uccide. Inoltre, alcune delle sue navi si disperdono e sono catturate dalla flotta romana.
Annibale infine, ultimo dei Barca, è rimasto solo, e il conflitto è quasi concluso.
L’anno dopo affronterà infine Publio Cornelio Scipione a Zama, nell’ultima battaglia della guerra.
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Fonti
Polibio, 𝘚𝘵𝘰𝘳𝘪𝘦
Tito Livio, 𝘈𝘣 𝘜𝘳𝘣𝘦 𝘊𝘰𝘯𝘥𝘪𝘵𝘢
