Site icon TRIBUNUS

Gli Spartani di Caracalla. La “Cohors Spartana”

Al Museo archeologico Nazionale di Atene è conservata una curiosa stele proveniente da Sparta, datata agli inizi del III sec. d.C., la cui faccia principale è divisa in due riquadri.

Nel pannello a destra vediamo un uomo con un pilos (cappello in feltro tipicamente greco), con una clava impugnata nella mano destra, uno scudo, e quella che certamente è una lorica segmentata.

Nel pannello a sinistra, invece, possiamo leggere l’epitaffio in greco, che così recita:
“Marcos Aurelios Alexys, [figlio] di Theon, prese le armi contro i Persiani, visse per 30 anni”.

Chi era, per dirlo alla latina, Marcus Aurelius Alexys?

Quest’uomo faceva parte di una delle unità “speciali” reclutate da Caracalla in vista della sua campagna partica del 216.
Ossessionato dalla figura di Alessandro il Grande e convinto di esserne la reincarnazione, già aveva reclutato 16.000 Macedoni, facendone la sua “falange”.

Leggi anche I falangiti di Caracalla

Ma evidentemente il richiamo con gli antichi conflitti tra Persia e mondo greco andava ulteriormente rafforzato.
Da qui, forse (purtroppo non ne sappiamo molto), la creazione di due probabili unità ausiliarie levate dai soli abitanti della Laconia, note attraverso Erodiano come “Lochos degli Spartani” e “Lochos dei Pitanei”.

Oggi, anche se il nome non sembra conservato in nessuna fonte dell’epoca, questo gruppo di soldati è usualmente noto come “Cohors Spartana”.

Anche se è poco noto, Alexys non è l’unico spartano del quale abbiamo una stele e una raffigurazione. Conosciamo infatti anche altri suoi commilitoni, nel cui epitaffio è sempre riportato che hanno combattuto contro i Persiani e l’età della morte (usualmente, entro i trent’anni): Artemone, Eutichiano, Zoilo, Teocle.

A parte il pilos, l’elemento sicuramente più caratterizzante dell’armamento di Alexys è la clava, che lo avrebbe distinto di certo da qualunque altro legionario e ausiliario.

A parte la funzione forse solo simbolica, legata a Eracle, o forse da ricondurre alle possibili funzioni di “polizia” che queste unità svolgevano in Laconia, la clava potrebbe aver avuto un utilizzo molto pratico, collegato proprio alla campagna contro i Parti.

Tra III secolo e tarda antichità, infatti, i Romani ebbero sempre di più a che fare con le cavallerie pesanti orientali – catafratti e clibanari, cavalieri interamente ricoperti di ferro.
La clava, quale arma contundente, è forse una delle armi migliori per riuscire a colpire e a fare dei danni anche contro le coprenti armature dei cavalieri partici.

Del resto, l’uso di mazze o clave da parte di fanti contro questo tipo di truppe è attestato più volte, come nelle battaglie di Emesa del 272, Torino nel 312 (in questo caso i cavalieri erano Romani, sotto gli stendardi di Massenzio) e Singara nel 344.

Bibliografia

N. Kennell 2009, Marcus Aurelius Alexys and the ‘homeland security’ of Roman Sparta, in “British School of Athens Studies”, 16, pp. 285-291

M. Cappelli 2021, Per un pugno di barbari

Exit mobile version