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Ravenna, città “capovolta”

Nel mondo romano antico, gli “spazi marginali”, come foreste e paludi erano spesso tenuti fuori dalle descrizioni letterarie.
Questo anche perché erano spesso considerati paesaggi “barbari”.

Questo tuttavia iniziò a cambiare dal 402, quando Ravenna fu eletta a nuova sede imperiale, dopo Roma e Milano.

La ragione dello spostamento della sede della corte a Ravenna è nota: grazie allo sbocco sul mare e al suo entroterra paludoso, Ravenna era una città molto più difendibile e meglio collegata con la città “collega” orientale, Costantinopoli.

Questo spostamento ebbe anche l’effetto di far rivalutare parzialmente gli “spazi marginali”, o almeno a portare a rappresentarli maggiormente.

Ciò non ne eliminava però il carattere “disdicevole” che arrivava dal mondo classico.
Ne è un bellissimo esempio la descrizione che Sidonio Apollinare diede di Ravenna nel 468: il ritratto di una città “capovolta”, il cui ambiente inusuale trova un riflesso anche sui suoi abitanti e i modi di vita.

Per quanto palesemente denigratoria e a tratti molto esagerata e pittoresca, la descrizione di Sidonio Apollinare restituisce tuttavia anche, tra le righe, l’immagine della Ravenna del periodo, nuova capitale cosmopolita e vera città tardo antica:

“In questa palude, dove ogni norma è sovvertita senza posa, i muri cascano e le acque stanno ferme, le torri si spostano a pelo d’acqua e le navi non si muovono [si tratta di chiatte ormeggiate], nei bagni pubblici si gela e nelle case private si scoppia di caldo, gli dèi hanno sete e i sepolti nuotano, i ladri vegliano e le autorità dormono, i chierici prestano a interesse e i siri cantano salmi, i commercianti servono il Signore e i monaci commerciano, i vecchi pensano a giocare a palla e i giovani ai dadi, gli eunuchi si interessano alle armi e i federati alla cultura.
Tu vedi quale possa essere una città […] che più facilmente può avere un territorio che non la terra!”
[Sidonio Apollinare, Epistula, 1, 8, 2 sg.).

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