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L’esercito romano del Principato non è intrinsecamente il migliore. Ecco perché

Chi usualmente si approccia alla Storia di Roma, o anche chi la guarda con un occhio di eccessiva partigianeria, non ha dubbi che l’esercito del Principato (o “alto impero”: I-II sec. d.C., per capirsi), sia intrinsecamente migliore degli eserciti degli altri periodi.

Peccato sia totalmente falso. Solo uno stereotipo.

Capiamoci: l’esercito romano del I-II sec. d.C. (e già così sto semplificando eccessivamente) era certamente il migliore del suo contesto.

Ma ciò è vero anche dell’esercito repubblicano che lo ha preceduto (anche se ovviamente non per tutta la repubblica), ed è vero per l’esercito della tarda antichità (in particolare il IV e il VI-VII secolo), così come per quello del X e inizi dell’XI secolo.

Visto che già sento le alzate di scudi, invito a una riflessione, prima di proseguire: se l’esercito romano del Principato era una macchina perfetta, allora perché non ha retto alle sfide del periodo a cavallo tra II e III sec. d.C.? Perché non è stato in grado di fermare le incursioni oltre la frontiera? Perché è dovuto cambiare?

Semplice: perché non era, ovviamente, perfetto.
Era efficiente e formidabile, come l’esercito romano è per la quasi totalità della sua Storia. Ma non perfetto.

Se l’esercito del Principato non si fosse trasformato, l’impero sarebbe caduto molto prima. Invece, una delle sue grandi forze è stata proprio la trasformazione.

Inoltre, il I e II sec. d.C. vede una situazione temporanea che non avrà quasi più eguali: a parte rari casi, i nemici esterni erano difficilmente all’altezza dell’esercito romano – con una dovuta eccezione per i Daci.

La percezione di potenza invincibile che noi abbiamo dell’esercito romano di quel periodo, è data anche dalla scarsa forza dei suoi nemici esterni.
Sarà proprio per sopperire a queste deficienze, per esempio, che le popolazioni germaniche inizieranno sistematicamente a unirsi in grandi spedizioni e coalizioni, tali per cui i Romani dovranno adattarsi.

Sul fronte orientale, i Parti vengono messi fuori gioco dalla dinastia sasanide, ben più agguerrita e pericolosa – e che, a differenza dei predecessori, sarà davvero una spina nel fianco dei Romani per secoli.

Messo in un contesto diverso dal suo, con i nemici dei secoli successivi, l’esercito romano del Principato (tolte le abilità e l’addestramento dei singoli legionari, che del resto ritroviamo anche nei periodi precedenti e successivi) è assai improbabile che avrebbe performato adeguatamente, specie a livello strategico e su vasta scala. Anzi.

L’esercito del Principato, anche se così legata al nostro immaginario, non è la pietra miliare dell’esercito romano, ma uno dei naturali tasselli della sua trasformazione – nonché il protagonista di una parentesi fortunata della Storia romana.

Ciò non ne sminuisce il valore. Ma deve riportarlo, per forza di cose, al suo contesto, senza sminuire, finalmente, nemmeno i grandi eserciti romani degli altri periodi storici.

L’immagine del legionario del Principato è iconica, quasi mitica.

Ma del resto, è un mito anche che l’esercito che rappresenta sia stato il migliore in assoluto della Storia romana.

Letture consigliate

G. Cascarino, serie L’esercito romano. Armamento e organizzazione (voll. I-IV)

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