Publio Licinio Crasso, comandante romano dimenticato

Se dico “Crasso”, sicuramente la mente di chi legge non può che pensare a Marco Licinio Crasso, ricordato per essere stato uno degli uomini più ricchi di Roma e colui che è stato sconfitto alla battaglia di Carre del 53 a.C. dai Parti.

Questa sua fama tutt’altro che lusinghiera non solo ha messo in ombra lati ben più edificanti del personaggio, ma anche un capace comandante romano: suo figlio, Publio Licinio Crasso.

Publio compare per la prima volta nel “De Bello Gallico” di Cesare come un giovane comandante (presumibilmente di meno di 25 anni) della cavalleria romana e ausiliaria celtica.
Nel 58 a.C. già si distingue per il suo comportamento contro la popolazione germanica dei Suebi, guidati da Ariovisto.

L’anno successivo la carriera di Publio subisce una brusca impennata, poiché Cesare lo pone al comando della Settima Legione. Quindi forse partecipa, anche se purtroppo non ne sappiamo quasi nulla, alla battaglia del Sabis del 57 a.C. – uno scontro durissimo, vinto dai Romani solo a prezzo di carissime perdite.

L’anno successivo, sempre al comando della VII legione, è inviato da Cesare in Armorica contro le numerose popolazioni marittime di Galli della regione (tra cui i Veneti, che saranno sconfitti in successive operazioni navali), inviando al suo comandante numerosi ostaggi.

Uno dei più grandi successi di Publio Crasso è la conquista dell’Aquitania nel 56 a.C.
In forte inferiorità numerica rispetto ai suoi nemici, con a disposizione dodici coorti legionarie e ausiliari celtici di cavalleria, è in grado di sconfiggere guerrieri molto più esperti, che conoscevano bene le tattiche romane anche per aver militato, tempo addietro, addirittura con Quinto Sertorio.
Cesare descrive nel dettaglio le operazioni in Aquitania, nelle quali Publio Crasso è presentato come un giovane generale accorto, pronto all’azione ma misericordioso col nemico sconfitto, ricettivo ai consigli dei suoi ufficiali ma riuscendo a far prevalere le sue linee di azione, attento alla logistica e alle linee di rifornimento.

Tra 56 e 55 a.C., Publio è a Roma, dove proseguirà la sua carriera come politico e rivestendo anche la carica religiosa di augure.

Dalla sua partecipazione alla campagna gallica, Publio Crasso porta con sé un nucleo agguerrito e fedele di un migliaio di cavalieri galli.
Saranno questi cavalieri a seguirlo fino alla fine, proprio a quella battaglia di Carre che ha reso celebre, suo malgrado, il padre Marco Crasso.

Publio comanda l’ala sinistra dell’esercito romano. In un tentativo di diversione, o forse per non far circondare completamente lo schieramento dei cavalieri parti, Publio lancia una carica con i suoi 1300 cavalieri galli, 500 fanti leggeri e 4000 fanti pesanti.

Ma è una trappola dei Parti, che riescono a separare Publio dal resto dell’esercito romano e a massacrare tutti i suoi uomini, bersagliandoli di frecce e infine lanciando alla carica i catafratti – che vengono affrontati eroicamente dai cavalieri celti di Crasso.

Al giovane Publio viene offerto di mettersi in salvo da due greci che conoscono la regione, ma secondo Plutarco egli avrebbe risposto che “nessuna morte poteva avere per lui un tale terrore da fargli abbandonare coloro che stavano per morire a causa sua. Ordinò loro di salvarsi la vita, li salutò e li congedò.”

Giunta la fine, con la mano trafitta da una freccia e quindi impossibilitato a darsi la morte, ordina a un suo attendente di compiere l’ultimo atto.

Poco dopo, Marco Crasso potrà vedere per l’ultima volta la testa del valoroso, e oggi troppo dimenticato, figlio, sulla cima di una lancia partica.

Illustrazione di Mark Churms (in realtà raffigurante Cesare)

Fonti

Cesare, De Bello Gallico

Plutarco, Vite Parallele


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