Gli ultimi eserciti romani (XIII-XV sec.). Dalla Quarta Crociata alla fine dell’impero

Ricostruzione di soldati della Morea, XIII-XIV sec. Illustrazione di Igor Dzis per “Byzantine naval forces 1261-1461. The Roman Empire’s Last Marines” di Raffaele D’Amato

Spesso si dice che la Storia di Roma sia la Storia del suo esercito. E indubbiamente ciò contiene un buon nucleo di verità.

Anche considerando quanto è conosciuta e presa in considerazione. In genere, infatti, se per esempio la Storia e l’esercito del Principato sono grosso modo molto noti, ciò non è altrettanto vero per gli altri periodi. E questo è particolarmente ben visibile per quanto riguarda la parte finale della Storia dello Stato romano.

Dalla Quarta Crociata alla caduta di Costantinopoli, infatti, almeno a livello divulgativo sembra esserci un grande buco (quando non vero e proprio disinteresse) per la Storia dell’impero e, di pari passo, per il suo esercito.

Seppure bisogna affrontare il fatto che spesso le fonti degli ultimi due secoli e mezzo dell’impero non sono affatto chiare – e questo in particolare dopo il XIII secolo -, queste ci permettono tuttavia di tracciare un quadro di chi fossero i soldati a difesa dell’impero romano nell’ultimo periodo della sua Storia e del sistema militare dietro di essi .

Per parlare di loro, tuttavia, bisogna prima fare un breve passo indietro all’XI secolo, quando furono poste le basi che portarono alla definizione degli eserciti dell’ultimo periodo imperiale.

Salvare il salvabile: le riforme dei Comneni (XI-XII sec.)

Fino alla metà dell’XI secolo, l’esercito imperiale è organizzato per temi (themata) e tagma (pl. tagmata): i primi sono le circoscrizioni territoriali (che potremmo definire “province”) dalle quali venivano tratti i soldati dell’esercito regolare. I themi, che prima definivano l’esercito vero e proprio e solo col tempo vanno a indicare il territorio, nel tempo si moltiplicano, spezzano e modificano fino ad arrivare, già nel X secolo, a circa una trentina.

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Quanto ai tagma, questi erano reggimenti di soldati specializzati e professionisti. Tra i tagma più celebri, basti ricordare gli Athanatoi di Giovanni Tzimisce e i Variaghi.

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Questo cambia radicalmente nel corso del periodo tra il 1025 (morte di Basilio II) e il 1081 (ascesa di Alessio Comneno al trono), quando il governo di Costantinopoli è rappresentato dall’aristocrazia cittadina, in aperta opposizione a quella rurale, costituita da grandi magnati e possidenti terrieri – nonché esponenti di una vera e propria “aristocrazia militare”.

Per limitare la forza di quest’ultima, che si avvia del resto sempre di più a inglobare lotti di terra appartenenti ai piccoli proprietari e può diventare una minaccia per l’autorità centrale, il governo dell’aristocrazia cittadina e “burocratica” nel corso del tempo non solo limita gli effettivi dell’esercito tematico (affidandosi sempre di più ai tagma e a forze mercenarie), ma permette anche di sostituire il servizio militare con un’apposita tassa.

In poco tempo l’esercito tematico, di fatto, cessa di esistere. Questo viene fatto anche nella convinzione che l’impero possa stare al sicuro grazie ai risultati lasciati da Basilio II, che hanno fatto dell’impero romano nuovamente (e per l’ultima volta) una potenza militare mediterranea al vertice, di tutto rispetto. Ma è una pia illusione, anche perché tali cambiamenti arrivano nel momento più sbagliato: proprio nel corso dell’XI secolo, nuovi e potenti nemici si affacciano sullo scacchiere internazionale (in particolare i Normanni e i Selgiuchidi), e una volta sotto attacco l’impero ora non ha la forza per fermarli o per creare un’efficace difesa in profondità – cosa che l’esercito tematico avrebbe permesso.

Miniatura di XIV secolo proveniente da un “Romanzo di Alessandro” di produzione trapezuntina. Anche se prodotto a Trebisonda, ormai impero secessionista e alla periferia del mondo romano, i soldati mostrati hanno quasi certamente lo stesso aspetto dei loro contemporanei di Costantinopoli.

Questo disastro è esemplificato al massimo da una delle peggiori sconfitte della Storia romana, la battaglia di Manzikert del 1071. Pur essendo numericamente superiore, l’esercito di Romano IV, composto da aristocratici ostili a Romano IV stesso e quasi interamente di mercenari, viene sbaragliato a causa delle sue stesse divisioni interne (per la maggior parte, infatti, l’esercito imperiale tradisce o diserta).

A salvare l’impero dal disastro totale è solo l’ascesa al trono proprio di una delle famiglie dell’aristocrazia militare, i Comneni, nel 1081.
Con i Comneni c’è un tentativo di rivitalizzazione del sistema di reclutamento e servizio militare su base provinciale, ma il sistema tematico di soli pochi decenni prima è ormai già morto e sepolto. Per reclutare truppe dai territori dell’impero si ricorre sempre più alla militarizzazione del sistema della pronoia (che vedremo in seguito).

L’esercito dei Comneni (1081-1185), pur passando attraverso alcuni cambiamenti, grosso modo è ora composto da alcune truppe etnicamente romane (ma certamente non la maggioranza), reclutate forse almeno su una base regionale (come si evince dai nomi generici che emergono dalle fonti, es. “Tessali”, “Traci”), ma in maggioranza sicuramente da mercenari temporanei o in servizio permanente e da stranieri con sede nell’impero e obbligate al servizio militare – nonché ovviamente dalle truppe professionali dei tagma. Il ricorso pesante a truppe mercenarie, pur con i tentativi di riforma dei Comneni, è ormai alla base degli eserciti romani del Basso e Tardo Medioevo.

Ed è da questa base che dobbiamo partire da questa base se vogliamo capire come fossero organizzati gli eserciti romani dal XIII al XV secolo.

La struttura degli ultimi eserciti

Vista la confusione o la poca chiarezza che spesso aleggia nelle fonti, non è sempre possibile dare un quadro chiaro di come sia strutturato l’esercito degli ultimi due secoli e mezzo. Particolarmente complicata è la situazione riguardante titoli e cariche, che nel corso dell’ultimo periodo si moltiplicano a dismisura, spesso non per vera necessità ma per dare un contentino a determinati personaggi.

Se l’imperatore resta il comandante supremo delle forze armate e spesso partecipa in prima persona a campagne militari e battaglie, il ruolo di generale di massimo rango degli eserciti tardo imperiali è il megas domestikos, titolo che entra in uso già in epoca medio bizantina.

Un’altra delle massime cariche militari imperiali è, almeno nel corso del XIII secolo, il megas konostaulos (traducibile come “gran conestabile”), un termine che probabilmente deriva dal “connétable” normanno, almeno nelle funzioni – anche se in parte deriva anche dal più antico komes tou staulou, a sua volte derivante dal latino comes stabuli.
Il megas konostaulos è il comandante supremo dei contingenti di “Franchi”, ovvero delle forze mercenarie latine. Dopo il XIII secolo, questo diventa però solo un titolo onorifico.

Gli eserciti romani degli ultimi due secoli sono organizzati in unità chiamate allagion (pl. allagia), la cui consistenza era però estremamente variabile – dai 50 ai 500 uomini all’incirca, quest’ultima cifra più tipica del XIII secolo.
Questa non aiuta nemmeno a definire la quantità di soldati degli eserciti di questo periodo. Spesso infatti abbiamo attestazioni del numero di allagia di un’armata imperiale, ma non della loro consistenza. Inoltre, anche quando abbiamo il numero di uomini, spesso le fonti su una stessa battaglia riportano numeri completamente diversi tra loro.

In linea generale, comunque, gli storici sono d’accordo nel dire che i numeri più realistici per un esercito ideale sono quelli compresi al massimo tra i 10-15.000 uomini, poiché ogni cifra al rialzo sarebbe totalmente irrealistica.

Di questi eserciti, la maggior parte è composta da truppe straniere e mercenari, ma bene o male esiste sempre un nucleo formato da elementi etnicamente romani. Tra questi, i principali sono di sicuro i pronoiari.

Un’icona del XV secolo, che ben mostra come dovevano essere armati gli ultimi soldati romani. Latini di alto rango, comandanti romani armati e pronoiari aristocratici con armature a piastre di tipo occidentale, le milizie moraite con armamenti imbottiti e con elementi derivati sia dai contatti con l’Occidente, che con l’Oriente ottomano, che dalla tradizione romana.

Il soldato ideale: il pronoiaro

Abbiamo menzionato prima l’istituto della pronoia. La pronoia consiste, in poche parole, nella concessione a vita a personaggi con particolari meriti, nominati dall’imperatore (tanto cittadini romani quanto stranieri), di appezzamenti di terreno da amministrare, dai quali colui che riceve la terra incamera la maggior parte delle tasse e gli altri introiti derivanti del terreno. La pronoia poteva anche venire concessa, oltre che a singoli, a gruppi di persone.

Inizialmente la pronoia non era ereditaria, ma ciò cambia sotto la dinastia dei Paleologi, in particolare sotto il governo di Michele VIII (1261-1282). Questo ha fatto associare la pronoia all’istituto del feudo, ma il fatto che i contadini (paroikoi) non dovessero alcuna fedeltà al locatario dell’appezzamento alcun vincolo o giuramento di fedeltà e il fatto che all’inizio non fosse un’istituzione legata al servizio militare la rendono molto diversa.

Già a partire dagli ultimi Comneni, tuttavia, il legame della pronoia con l’esercito si fa sempre più forte, ed è una delle basi degli ultimi eserciti “nazionali” romani (anche se, come già accennato, la pronoia viene regolarmente concessa anche a stranieri).

Alla concessione della pronoia, infatti, si associa anche l’obbligo di presentarsi in armi e con un cavallo per l’eventuale campagna militare, se possibile con le truppe che si possono raccogliere dal proprio appezzamento di terra – anche se, come già in passato, il pronoiaro può, di sua iniziativa o per richiesta esplicita dell’imperatore, non partecipare attivamente alle campagne militari ma solo fornire il denaro richiesto.

Il termine “pronoiaro” è un neologismo, che in realtà non ha un corrispettivo esatto in greco (se non pronoetes, ovvero “colui che ha una pronoia). Il termine più utilizzato per descrivere coloro che sono pronoiari è semplicemente “stratiotes“: soldati.

Il pronoiaro è infatti diventato, nella concezione romana tardo medievale, il soldato per eccellenza e ideale: come lo descrive Giovanni Cantacuzeno (imperatore tra il 1347 e il 1354), il pronoiaro è un soldato a cavallo ben equipaggiato e ottimamente addestrato, un aristocratico che deriva il suo sostentamento non da un volgare lavoro, ma dai proventi della terra. Non è un soldato-contadino (secondo una vecchia definizione di Ostrogorsky del soldato tematico), ma un soldato-proprietario terriero.

Pur non essendo la maggioranza dei soldati (poche migliaia in tutto il territorio imperiale), i pronoiari sono forse i combattenti che meglio definiscono l’epoca nella quale vivono e l’esercito “nazionale” romano.

“Nazionale” ovviamente virgolettato, non fosse altro perché molti pronoiari, come accennato, sono di origine straniera, in particolare latina (non erano però mercenari, come vedremo più avanti). I primi pronoiari latini o di discendenza latina compaiono durante il regno di Giovanni Vatatze (1222-1254).
Questi pronoiari sono chiamati usualmente kavallarioi (ovvero, “cavalieri”, nel senso meno militare del termine), e spesso al loro nome si accompagna la parola syr – una grecizzazione di “sir” o “ser”.

Tzakones, Gasmouloi, Thelematarioi

Ad alcune categorie di soldati è assegnata della terra in piccoli appezzamenti, dalla quale però non è possibile sostentarsi allo stesso modo di un pronoiaro (e che anzi, proprio per questo ricevono anche una paga). A queste categorie appartengono tre particolari corpi di combattenti: Tzakones, Gasmouloi e Thelematarioi.

Gli Tzakones sono combattenti provenienti per la maggior parte della Morea, e già secondo alcuni autori del XIII e XIV secolo il loro nome sarebbe una deformazione e volgarizzazione di Lakones, termine che avrebbe designato appunto la loro provenienza dalla Laconia.
All’inizio levati solo da Monemvasia (nella parte sud-orientale estrema del Peloponneso) e poi dal resto della regione, gli Tzakones vengono insediati nei pressi di Costantinopoli e hanno le funzioni militari e paramilitari più disparate: fanteria leggera, truppe con funzioni di polizia, guarnigioni di fortezze e persino guardie di palazzo.
Ma soprattutto, gli Tzakones sono parte delle forze militari impiegate nella marina romana del periodo, al pari dei Gasmouloi.

I Gasmouloi (a volte Vasmouloi) erano una particolare categoria di soldati di discendenza mista: un genitore romano e uno latino. L’etimologia del nome è incerta, ma non sembra improbabile che possa derivare dal latino mulus. Devono essere combattenti decisamente temibili, e forse non particolarmente disciplinati, come dimostrerebbero le parole ben poco lusinghiere dell’anonimo autore francese del Directorium ad faciendum passagium transmarinum (ca. 1330):

“[I Gasmouloi] nella fede sono incostanti, ingannevoli nelle promesse, mendaci nella parole, abili nel male, ignoranti del bene, impudenti verso i loro superiori, proni alla discordia, usi al saccheggio, inclini alla ferocia, avversi alla pietà, affamati di massacro e morte, irrequieti in ogni cosa, proni al bere, incontrollabili se non hanno un freno, schiavi della cupidigia, della gola e dell’intemperanza, non amano nessuno se non loro stessi e ciò che a essi appartiene […]”

In veste di soldati di marina, Tzakones e Gasmouloi hanno molta importanza soprattutto dalla riconquista di Costantinopoli nel 1261, quando Michele VIII prova a ricostruire una flotta romana non basata su vascelli di alleati latini come i Genovesi – un esperimento cui mette fine Andronico II già alla fine del XIII secolo e dal quale, nonostante i tentativi, sarà impossibile tornare indietro.

Gli Tzakones continuano a esistere, e in parte i Gasmouloi si amalgamano con questi. Tuttavia, questi ultimi ritrovandosi senza mestiere e spesso senza terra, si mettono a servizio di altre potenze (siano essi i Latini o gli Ottomani), o si danno alla pirateria.

In questo articolo non tratterò in dettaglio della marina romana dell’ultimo periodo, ma mi riservo di farne un articolo o approfondimento in futuro.

Troverai un breve cenno alle ultime flotte imperiali in La battaglia delle Echinadi (1427): l’ultima vittoria navale romana

Dei Thelematarioi, infine, abbiamo ben poche informazioni. Sappiamo solo che discendono da un gruppo di qualche centinaio di uomini con lo stesso nome che nel 1261 aiutano Alessio Strategopulo, ufficiale di Michele VIII Paleologo, a riprendere Costantinopoli dai Latini. A questi, come ringraziamento vengono assegnate delle terre nei pressi della Città e vengono inquadrati in un’unità militare non meglio specificato, che troviamo in azione solo agli inizi del XIV secolo.
Alla metà del XIV secolo, abbiamo documenti che attestano che alcuni di loro sono forse diventati pronoiari.

Parte del deposito di armi e armature rinvenuto nel XIX secolo a Chalkis, nell’isola di Eubea (Grecia). Sebbene la maggior parte siano riferibili ai Veneziani che la difesero nel 1470 dai Turchi, questi armamenti sono quasi certamente simili o identici a quelli indossati anche dagli ultimi difensori di Costantinopoli.

I mercenari

Come accennato più volte, già dal XII secolo le maggiori forze a disposizione degli eserciti imperiali sono ormai costituite dai mercenari (mystophoroi).
Sarebbe troppo lungo complesso, per i fini di questo solo articolo, trattare di tutti i contingenti mercenari al servizio imperiale nel corso degli ultimi due secoli e mezzo (alcune componenti particolari, come la celebre Compagnia Catalana, meriterebbero un capitolo a parte).

Per cui, in questo articolo saranno tracciate alcune linee generali per comprendere il funzionamento di queste forze all’interno degli ultimi eserciti romani.

Una prima distinzione tra i mercenari va fatta tra coloro in servizio permanente e tra quelli reclutati in occasione di singole campagne (usualmente su base annuale, ma a volte anche solo di pochi mesi). Se quelli in servizio pressoché permanente hanno anche compiti particolari rispetto ai mercenari temporanei – come essere di guarnigione a Costantinopoli o far parte della guardia dell’imperatore -, in entrambi i casi sappiamo bene come entrambe le categorie costituiscano forse la voce di spesa più pesante delle casse imperiali.
La paga dei mercenari è creata con l’esazione di apposite tasse dette exelaseis, già esistenti dall’XI-XII secolo, che spesso portano il nome proprio dei tipi di contingente che bisogna mantenere o arruolare (es. exelaseis dei kontaratoi, dei pezoi, dei toxotati, etc.).

Specie per i contingenti temporanei, a volte è difficile capire quando si tratta di mercenari veri e proprio (mystphoroi) e quando in realtà di alleati (symmachoi), poiché anche contingenti di truppe così chiamate vengono pagate per il loro servizio durante una campagna militare, dopo la quale vengono rispediti a casa. Un caso particolare è quello dei symmachoi Turchi di Giovanni Cantacuzeno, che nelle sue memorie ha tutte le ragioni per volerli far passare come alleati invece che come mercenari.

L’origine dei contingenti mercenari è disparata, e varia molto a seconda dello specifico momento storico: Latini (tra i quali figurano spesso contingenti italiani), Turchi, Cumani, Albanesi, etc.

Pur essendo un termine molto generalista, sicuramente i Latini sono i mercenari di maggior fortuna nell’impero romano dell’ultimo periodo, come dimostra anche la loro nutrita presenza alla difesa di Costantinopoli nel 1453. Questo già a partire dagli anni immediatamente successivi alla Quarta Crociata, come dimostra il contingente di cavalieri pesanti latini nell’esercito di Teodoro Lascaris che si fa massacrare fino all’ultimo uomo alla battaglia di Antiochia sul Meandro del 1211.

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La minor presenza di mercenari occidentali si registra, forse anche per motivazioni politiche, durante il regno e le campagne di Michele VIII – che pure era stato megas konostaulos ed era salito al trono anche grazie ai suoi mercenari “franchi”.

Dettaglio di un comandante latino della fine del XIII secolo, dalla Chiesa di Panaghia Chrisafitissa, Chrisafa, Laconia (foto di Raffaele D’Amato). Nelle scene del tradimento di Gesù del tardo periodo imperiale, i soldati mandati ad arrestare il Messia sono usualmente rappresentati come stranieri – nella fattispecie, Latini.

I Variaghi

Tra le truppe imperiali che più colpiscono il nostro immaginario ci sono sicuramente i Variaghi. Senz’altro sappiamo essere stati presenti all’assedio del 1204. Dopo sono ancora esistenti?

Anche se non sappiamo esattamente quanto mantengano della loro struttura originaria, poiché i tagma imperiali vanno col tempo a sparire, sappiamo per certo che i Variaghi continuano a essere parte delle truppe imperiali anche nell’ultimo periodo di vita dell’impero.

Come già dalla fine dell’XI secolo, la maggior parte dei Variaghi (e da molto tempo ormai la quasi totalità) è composta, a dispetto dello stereotipo del reggimento di guerrieri scandinavi e rus’ che spesso immaginiamo, da inglesi.
Non solo sono infatti detti Inglinoi e Englinovarangoi, ma l’ultima attestazione certa, datata al 1351, riporta come questi salutano l’imperatore nella loro lingua natìa: l’inglese.

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Almeno da quanto è possibile ricostruire, alla metà del XIII secolo i Variaghi forse contano ca. 3000 uomini in totale. Un numero certamente destinato a diminuire nei due secoli successivi.

Quanto i varangoi sopravvivano al tempo, oltre all’attestazione del 1351, non è dato sapere con certezza. Relativamente agli ultimi decenni, abbiamo però alcune attestazioni estremamente interessanti.

Non solo sono riportati dei varangopouloi (lett. “figli di Variaghi”), ma sappiamo che nel 1402 alcuni inglesi (anche se non sappiamo se collegati alla guardia variaga) difendono Costantinopoli dall’assedio ottomano, ma nel 1404, alcuni “soldati portatori di ascia di origine inglese” sono tra gli emissari inviati a Roma da Manuele II Paleologo.

Bibliografia

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