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Viaggiare nell’impero romano. (2) Il viaggio via mare.

Immagine di Jean Claude Golvin.

Tempo fa ci siamo già occupati del tema del viaggio, in particolare quello via terra.

In questo articolo, invece, affronteremo il tema del viaggio via mare.

Al riguardo le fonti antiche non ci forniscono in realtà molte informazioni, soprattutto per quanto riguarda le tecniche usate dai marinai per tracciare o seguire una precisa rotta.

Leggi anche Viaggiare nell’impero romano. (1) Il viaggio via terra.

I viaggiatori

Al contrario di quanto accade nel mondo moderno, non sembrano esistere o essere comuni le imbarcazioni adibite esclusivamente al trasporto di passeggeri.

Usualmente, chi doveva viaggiare per mare si imbarcava su una nave mercantile diretta alla destinazione interessata, pagando un pedaggio. Ciò faceva sì che, a bordo delle navi romane che solcavano il Mediterraneo, vi fosse una gran varietà di persone.

Questo è per esempio ben testimoniato dal ritrovamento di imbarcazione probabilmente più importante d’Italia: la celebre nave di Comacchio, affondata tra il 19 e il 12 a.C.
La nave di Comacchio era una nave oneraria (ovvero, una nave da carico e trasporto). I reperti rinvenuti al suo interno rivelano che, al momento dell’affondamento, oltre all’equipaggio erano imbarcati anche almeno una donna, un bambino e un militare (quest’ultimo, forse un ufficiale in trasferimento sul fronte alpino, in quel periodo soggetto alla conquista romana).

Ricostruzione del porto romano di Londinium dal Museum of London. (fonte romanports.org)

Da quanto apprendiamo da fonti più tarde, i passeggeri a bordo delle navi sottostavano alle cosiddette Legese Rhodiae.

Il cibo per il viaggio era a carico del passeggero, al quale era anche consentito cucinarlo (evitando però di friggere o tagliare legna a bordo), ma in caso di necessità questo doveva essere messo in comune con quello del resto dell’equipaggio.

Eventuali effetti personali di valore venivano consegnati in custodia al comandante o al naufilax (lett. “guardia della nave”), che prestava giuramento di non toccarli, insieme all’equipaggio. Se il passeggero si fosse rifiutato di dare in custodia i suoi beni, in caso di furto, smarrimento o assalto dei pirati, non avrebbe avuto diritto ad alcun risarcimento.

Almeno per dormire, il passeggero era usualmente confinato in uno spazio di tre cubiti in lunghezza e uno in larghezza (ca. 135 x 45 cm), spazio nel quale doveva anche essere stipato il bagaglio.

Anche la posta e merce privata poteva viaggiare per mare. Non esistendo un servizio postale destinato ai privati, usualmente si poteva chiedere a un viaggiatore che si recava alla destinazione desiderata di consegnare lettere e merci al destinatario (su alcune lettere sono infatti testimoniate indicazioni per trovare l’indirizzo del consegnatario).

Metopa con bassorilievo di nave oneraria, II secolo d.C., Aquileia
Ph. Martina Cammerata Photography

Le vele

Si stima che il primo impego di una vela risalga al 3200 a.C., in Egitto. Questa, più alta che lunga, era stata impiegata per la prima volta per risalire il Nilo. La particolare forma permetteva di sfruttare una maggiore velocità dell’aria ad una quota più elevata.

Questo tipo di vela col tempo subisce delle modifiche, allungandosi alla base. Così nacque la celebre vela quadra.
La vela quadra era più facilmente manovrabile e molto efficace non solo con un’andatura in poppa (ovvero col vento che soffia lungo lo stesso asse della nave), ma anche se si procedeva con andature di gran lasco, di lasco e al traverso (con la nave rispettivamente a 140-170°, 100-130° e 90° rispetto alla direzione del vento). Non era tuttavia particolarmente efficiente con le andature strette, come l’andatura cd. di bolina (con venti quasi contrari, a 40-60° rispetto all’asse della nave).

La bolina era una cima (o manovra) verticale, che consentiva di tendere il bordo verticale di una vela quadra. Dal momento che questa manovra veniva utilizzata per tendere il bordo sopravvento della vela quadra quando l’imbarcazione stringeva il vento, il termine è diventato sinonimo dell’andatura stessa e dell’assetto delle vele ottimale per questa andatura.

La capacità di una vela triangolare di poter stringere il vento con maggiore efficacia fu alla base della nascita di altri due diversi tipi di vela: la vela a tarchia e quella detta latina.

La prima nacque nel I secolo a.C., presentava una forma trapezoidale, inferita verticalmente e sorretta da un’antenna, detta struzza. La vela a tarchia era particolarmente adatta per piccole imbarcazioni e facilmente manovrabile.

La vela latina, il cui nome non ha niente a che vedere con i Romani ma sembrerebbe derivare dalla contrazione del termine “alla trina”, ossia triangolare, era quella che meglio permetteva di navigare in bolina.

La prima raffigurazione certa di questo tipo di vela risale al VII secolo d.C., ma molti studiosi sono dell’opinione che fosse impiegata anche in epoche precedenti, dati i contatti e gli scambi con popoli dell’Asia, che usavano imbarcazioni munite di questo tipo di vela per navigare nel Mar Rosso.

Ricostruzione di un porto romano (fonte Ancient History Magazine)

La navigazione

La navigazione in epoca antica non poteva essere effettuata durante tutto l’arco dell’anno.

Già dal VII secolo a.C. abbiamo testimonianze scritte, come quella di Esiodo, che limitavano il periodo di possibile navigazione ai cinquanta giorni dopo il solstizio d’estate.
Secondo il più tardo Vegezio, addirittura “alcuni mari sono molto favorevoli alla navigazione, altri sono incerti, e altri ancora sono assolutamente sconsigliabili”. Egli suggeriva che il periodo migliore per la navigazione fosse quello che va dal 27 Maggio al 14 Settembre, periodo che coincide con la comparsa nel cielo della costellazione delle Pleiadi, molto utilizzata per orientarsi in mare.

A causa comunque della scarsità delle ore di luce e delle condizioni meteo avverse, la navigazione era interdetta da Novembre ad Aprile.

In epoca imperiale, la navigazione era ufficialmente aperta col rito del Navigium Isidis, una festa dedicata a Iside che si teneva il 5 marzo. La dea era la protettrice dei marinai. Molte navi commerciali romani prendevano il nome ben augurante di Isis.

Leggi anche I Romani e il culto di Iside

Nel V secolo d.C., il Codice Teodosiano proibiva per legge la navigazione dal 15 Ottobre al 13 Aprile.

La navigazione più diffusa era sicuramente quella costiera, sconsigliata però in caso di scarsa visibilità o sottovento. Quella d’altura (ovvero, in mare aperto) era più rischiosa, e necessitava di forti venti e correnti favorevoli. Tali condizioni determinavano ovviamente la durata del viaggio.

Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia (XIX, 1) afferma che i venti e le correnti sono molto favorevoli per un viaggio da Roma fino in Egitto, ma per il tragitto inverso la durata della navigazione si allunga di circa due mesi, e bisogna navigare costeggiando l’Asia Minore.

L’orientamento

Nel mondo antico e romano, i marinai usavano vari sistemi per orientarsi, tra i quali la posizione di astri e costellazioni, i venti, il volo degli uccelli.

Orientarsi con le stelle

Fino al 400 a.C., la stella più vicina al Polo Nord era la Beta Ursae Minoris, un astro compreso nella costellazione dell’Orsa Minore. Questa era nota anche come Fenicia, perché usata da marinai fenicio-punici per orientarsi. In seguito, grazie all’apporto di Talete di Mileto questa venne adottata anche dai Greci.

In latino, le due Orse prendevano il nome di Arctos ( Αρκτος, ossia orso in greco), da cui deriva l’attuale termine “artico”. Al contrario, la parola latina per indicare il nord era septentrio, da cui deriva “settentrione”. La parola trae origine dalle sette stelle che compongono la costellazione dell’Orsa Maggiore.

Il controllo della rotta veniva effettuato mantenendo costante la distanza tra la posizione dell’Orsa, o di altre stelle e costellazioni (ad esempio, la costellazione di Cassiopea, o quella di Orione, se si procedeva verso Sud), e un riferimento fisso posto sull’imbarcazione stessa.

Ovviamente, anche i due principali astri della volta celeste, ossia il Sole e la Luna, erano usati per orientarsi. In particolare, l’osservazione delle fasi lunari permetteva di calcolare anche il tempo trascorso, dato che anche la Luna sorge a est come il Sole, e tocca tutti e quattro i punti cardinali ad intervalli di sei ore.

Orientarsi coi venti

La regolarità della maggior parte dei venti poteva costituire un criterio di orientamento.

Al poeta greco Omero era attribuita l’invenzione della Rosa dei Venti, nella quale originariamente ne erano inseriti quattro, uno per punto cardinale.
Nei secoli successivi ne vengono aggiunti altri: Aristotele ne individua dieci, Timostene dodici, e Plinio (per una maggiore chiarezza e semplicità) li riduce ad otto.

Orientarsi con gli uccelli

A volte, in casi di scarsa visibilità, era possibile liberare dei volatili, e aspettare che questi animali facessero o meno ritorno. Nel caso fossero rientrati sull’imbarcazione era un chiaro segno che la terra ferma era ancora abbastanza lontana.

Ricostruzione della stiva di una nave oneraria romana, Museo del mare e della navigazione antica (Santa Severa, RM).
Ph. Martina Cammerata

Le mappe

Non abbiamo testimonianze di carte nautiche nel mondo antico, o almeno non con l’accezione moderna che abbiamo noi oggi.

Si ha però testimonianza di una sorta di itineraria, ovvero elenchi di località marittime toccate dalle rotte più frequenti, e con riportate anche le distanze fra i porti.
Questo tipo di documenti prendeva il nome di periplo. I più antichi peripli in nostro possesso sono il Periplo di Scilace del VI – V secolo a.C., e quello detto del Mare Grande databile al I secolo a.C.

Il Periplo del Mare Grande è tra i due quello più ricco di informazioni utili per chi viaggia per mare, e con specifiche finalità nautiche. Esso mostra le località del Mediterraneo e dell’Africa Settentrionale.

Tra i vari documenti è giusto annoverare anche l’Itinerarium Antoninum, uno dei più significativi itineraria adnotata, del quale abbiamo già avuto modo di parlare nella prima parte di questo lavoro.

Questo itinerarium ha una parte detta Itinerarium Maritimum, in cui si parla di due tratte marittime: la prima da Roma ad Arelate (l’attuale cittadina di Arles), e il secondo da Corinto a Cartagine.

La particolarità di questo testo è che offre come punti di riferimento anche monti e alture.

Bibliografia

A. Angela 2010, Impero. Viaggio nell’Impero di Roma seguendo una moneta

F. Braudel 1985, Il Mediterraneo. Lo spazio, la Storia, gli uomini, le tradizioni

G. Cascarino 2021, Navi di Roma. L’arte del dominio del mare

F. Cibecchini 2010, Rotte e commerci marittimi in età romana: possibilità interpretative e relazioni con il territorio dei principali relitti noti in Etruria, in “I sistemi portuali della Toscana Mediterranea”, pp. 11-19

Flavio Enei, Il museo del mare e della navigazione antica (guida del museo)

G. Scodro 2018, Tradizioni di costruzione navale d’epoca romana e tardo antica nell’alto Adriatico: testimonianze dal delta del Po ad Aquileia (tesi di laurea)

P. Serra 2014, Il Mediterraneo antico

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