Publio Decio Mure. La stirpe della devotio

La 𝘥𝘦𝘷𝘰𝘵𝘪𝘰 è forse uno dei rituali romani più impressionanti e per noi incomprensibili.
Con un atto di incredibile devozione e coraggio, nel mezzo della battaglia il comandante dell’esercito romano immolava sé stesso e l’esercito nemico agli dèi Mani, per far ottenere la vittoria ai suoi uomini.

La tradizione, per come la tramanda Tito Livio (e forse sospetta), vorrebbe che una famiglia in particolare abbia avuto ben tre generazioni di comandanti che si sarebbero immolati con il rituale della 𝘥𝘦𝘷𝘰𝘵𝘪𝘰: i Deci.

Tutti e tre i comandanti, tutti e tre consoli al momento della morte, si chiamavano Publio Decio Mure.

Il primo Decio Mure si immolò agli dèi Mani nel 340 a.C., durante la guerra latina, nel corso della battaglia del Vesuvio.
Mentre il console collega, il celeberrimo Tito Manlio Imperioso Torquato, guidava l’ala destra, Decio Mure guidava la sinistra.

Vedendo che gli hastati stavano riparando tra i principes, e che la situazione stava degenerando, Decio Mure si risolse all’estremo sacrificio.
Salito a cavallo e invocati gli dèi Mani, si gettò in mezzo ai nemici e cercò volontariamente la morte.
Questa scena incredibile bastò ai Romani per riprendere coraggio e per lanciarsi in avanti.
La battaglia era ben lungi dall’essere finita, ma alla fine fu vinta – sia dall’abilità tattica di Manlio Torquato, sia dall’incredibile atto di coraggio di Decio Mure.

Il secondo Decio Mure a morire con il rito della 𝘥𝘦𝘷𝘰𝘵𝘪𝘰, figlio del primo, è sicuramente il più famoso dei tre.
Publio Decio Mure, console per la quarta volta nel 295 a.C., si trovò a condurre come il padre l’ala sinistra dell’esercito romano alla battaglia di Sentino, o “Battaglia delle Nazioni”, contro una lega di Sanniti e Galli.
Sotto la pressione della cavalleria e dei carri da guerra gallici, e anche a causa dell’irruenza del suo primo attacco, l’ala sinistra romana stava miseramente cedendo.

Publio Decio Mure, forse memore del sacrificio paterno e pensando che il suo gesto avrebbe ridato vigore e coraggio ai suoi legionari, indossò la toga praetexta, invocò le formule di rito e si gettò a cavallo in mezzo ai Galli, dai quali fu massacrato.

Secondo Tito Livio, a questo gesto i suoi uomini si ripresero e si riorganizzarono, mentre i Galli sarebbero rimasti sbigottiti e impressionati.

Anche in questo caso la battaglia, pur lungi dall’essere finita, fu infine vinta – grazie alla 𝘥𝘦𝘷𝘰𝘵𝘪𝘰, e grazie alla maggior pazienza e resistenza dell’ala destra guidata dal console collega, Quinto Fabio Massimo Rulliano.

Il terzo e ultimo Decio Mure, e forse il meno noto, figlio del Decio Mure di Sentino, si sacrificò con il rito della 𝘥𝘦𝘷𝘰𝘵𝘪𝘰 nel 279 a.C., durante la celebre battaglia di Ascoli Satriano contro Pirro.
Il console si immolò agli dei Mani in cambio della vittoria dicendo, secondo la testimonianza di Cicerone: “Come un tempo mio padre, che più grande fece la nostra patria e la sua gloria, anche io per la vittoria la mia vita consacro e getto l’anima ai nemici”.

Difficile tuttavia stabilire se tale sacrificio abbia infine sortito l’effetto sperato: la battaglia di Ascoli Satriano fu infatti rivendicata come una vittoria da entrambi gli schieramenti, e almeno sul piano tattico fu Pirro a vincere lo scontro.

Questa è la terribile invocazione che i tre Decio Mure avrebbero pronunciato, come tramandataci da Tito Livio:
“Oh Giano, Giove, Marte padre, Quirino, Bellona, Lari, Divi Novensili, Dèi Indigeti, dèi che avete potestà su noi e i nemici, Dèi Mani, vi prego, vi supplico, vi chiedo e mi riprometto la grazia che voi accordiate propizi al popolo romano dei Quiriti potenza e vittoria, e rechiate terrore, spavento e morte ai nemici del popolo romano dei Quiriti. Così come ho espressamente dichiarato, io immolo insieme con me agli Dèi Mani e alla Terra, per la Repubblica del popolo romano dei Quiriti, per l’esercito per le legioni, per le milizie ausiliarie del popolo romano dei Quiriti, le legioni e le milizie ausiliarie dei nemici.”

Il secondo Decio Mure alla battaglia di Sentino. Ricostruzione a cura di Quadragesima Turma

Fonti

Tito Livio, Ab Urbe Condita


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