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Miti da sfatare. La prima flotta di Roma

Il mito che vorrebbe i Romani sprovvisti di flotte e navi da guerra fino alla Prima Guerra Punica è ancora estremamente radicato.

In realtà, i Romani avevano già dimestichezza con il mare da quasi tre secoli.

Se i primi indizi in questo senso sono indiretti (la fondazione in età regia della colonia marittima di Ostia; gli accordi con Cartagine della fine del VI sec. a.C.; gli aes signatum del IV sec. a.C. con rappresentazioni di ancore e delfini), dal IV sec. a.C. si iniziano a trovare riferimenti più precisi.

Per il 394 a.C. abbiamo il primo riferimento a una 𝘯𝘢𝘷𝘪𝘴 𝘭𝘰𝘯𝘨𝘢 (i.e. una nave da guerra), anche se per una missione non militare.

Il vero slancio nella creazione di una vera e propria marina da guerra si ha a partire dal 338 a.C., con la definitiva conquista di Anzio, città dei Volsci, con i quali Roma combatteva da quasi due secoli e che avevano una lunga tradizione marinara e piratesca.

Le navi da guerra anziati vengono sequestrate e portate nei cantieri di Roma (a Ostia, o forse in Campo Marzio).
Quelle più vecchie vengono bruciate, e i rostri usati per decorare la tribuna del foro (i famosi Rostri, appunto).

Agli Anziati viene impedito di navigare…ma è concessa loro, stranamente, la cittadinanza romana.
È evidente che ai Romani serva un “personale” già preparato per gestire la flotta appena acquisita.

Nel corso del IV sec. a.C., le prove di una vera e propria flotta da guerra romana, capace di azioni efficaci e di esercitare pressione, sono evidenti.

Alessandro il Grande e un suo successore, Demetrio Poliorcete, fanno rimostranze ufficiali al Senato di Roma per attività di pirateria e guerra da corsa da parte di Romani e Anziati.

Nel 311 a.C. vengono istituiti i 𝘥𝘶𝘶𝘮𝘷𝘪𝘳𝘪 𝘯𝘢𝘷𝘢𝘭𝘦𝘴, magistrati preposti all’allestimento e manutenzione della flotta (e forse la prova più evidente della sua esistenza).

Negli ultimi anni del IV sec. a.C., i Romani compiranno spedizioni navali presso Nuceria e in Corsica.
Il trattato con Taranto col quale si spartivano di fatto le zone marittime di influenza, inoltre, mostra sicuramente che i Romani potessero ormai esercitare una vera pressione anche sul mare.

A fronte di queste evidenze, come si spiega allora il mito dei Romani totalmente privi di flotta e ignoranti in materia di navigazione?

L’equivoco viene dall’errata interpretazione di un passo di Polibio, nel quale si pone non solo enfasi sull’apporto delle flotte delle città alleate, ma anche sulla costruzione, per la prima volta, di quinquiremi.

A ben guardare, il grande passo compiuto dai Romani durante la Prima Guerra Punica non è la creazione di una flotta, già presente e molto inferiore a quella cartaginese (motivo per cui Roma si doveva appoggiare ai suoi 𝘴𝘰𝘤𝘪𝘪 𝘯𝘢𝘷𝘢𝘭𝘦𝘴), ma la costruzione per la prima volta di quinquiremi.

Innovazione che non porta nel breve periodo a risultati significativi, considerando che le quinquiremi romane sono sempre inferiori per numero e qualità rispetto a quelle cartaginesi per tutta la durata del conflitto.

Condizione che porta i Romani a sviluppare delle aggressive tattiche di abbordaggio, tanto con arpioni quanto forse con il famoso “corvo”, che permettono loro di sfruttare al massimo ciò che sanno fare meglio: combattere corpo a corpo.

Anche l’uso del corvo è ammantato dal mito e dall’incomprensione.
Basti pensare al fatto che se ne trova menzione solo per le primissime battaglie della Prima Guerra Punica, per non ricomparire mai più.
Possiamo immaginare un “prototipo” di macchinario per l’abbordaggio, poi abbandonato dopo poco tempo a causa del suo peso, ingombro e scarsa praticità.

Modello di nave romana dal Museo Tecnico Navale di La Spezia.
Ph. Martina Cammerata Photography

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G. Cascarino 2021, Navi di Roma. L’arte del dominio del mare

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