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Bona Dea

In origine, “bona dea” fu l’appellativo della Dea romana Fauna, che formava, assieme al suo corrispettivo maschile Faunus, una delle più antiche coppie divine del Lazio.

Bona Dea / Fauna era stata una divinità della pastorizia e dei boschi. Allo stesso tempo, col nome di Fatua, era una della divinità che prediceva il futuro.

Dal suo culto erano esclusi gli uomini, così come quello di Fauno era interdetto alle donne.

Sul culto della bona dea venne presto a innestarsi un nuovo culto introdotto dalla Magna Grecia a Roma, la cui nuova figura fece dimenticare l’antica, fatta eccezione per gli ambienti agresti.

Tale divinità greca era Damia, venerata nell’Argolide, a Egina, a Sparta, Tera e Taranto. Anche a questo culto, regolato su quello di tipo misterico, attendevano solo le donne. Il culto venne assorbito e traslato a Roma nel 272 a.C., anno della conquista della città di Taranto.

Da questo momento, il culto di Damia e della bona dea vennero a coincidere. Bona Dea divenne il nome proprio della divinità.

La festa di Bona Dea ricorreva una sola volta all’anno, a una data non fissa, però usualmente ai primi di dicembre. Questa si celebrava di notte nella casa di un magistrato cum imperio, che per tale occasione era ornata da tralci di vite. Alla casa giungevano tutte le matrone romane, incaricate di compiere il rito per conto dello stato (pro populo), assieme con le Vestali e le matres familias.

Al rito presiedeva la moglie del magistrato nella cui casa si teneva la cerimonia. In tale occasione, la donna assumeva il nome di damiatrix, in quanto sacerdotesse della dea. Il rituale, accompagnato da musica e danze, e le formule di culto si mantenevano segrete. Come vittima sacrificale, veniva immolata alla divinità una scrofa.

Durante la cerimonia non mancava il vino, ricordato però sotto falso nome. Questo perché una leggenda narrava che Bona Dea si fosse ubriacata, bevendo di nascosto dal marito Fauno del vino, e che questi l’avesse scoperta e punita, bastonandola a morte con rami di mirto.

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Un tempio dedicato a Bona Dea sorgeva ai piedi dell’Aventino, in Roma, restaurato per volontà dell’imperatrice Livia Drusilla.

Presso il tempio, la divinità assunse anche le caratteristica della Dea greca Damia, divinità salutifera. Con tale significato, durante tutto il periodo imperiale, il culto andò sempre più diffondendosi, e una piccola farmacia venne annessa al tempio.

Lo scandalo del culto di Bona Dea

A Roma restò famoso una scandalo, che si consumò presso la casa di Giulio Cesare proprio la notte delle celebrazioni del culto di Bona Dea, durante la prima settimana di dicembre del 63 a.C..

Per intrufolarsi in casa e sedurre la moglie di Cesare, Pompea Silla, il tribuno della plebe Publio Clodio Pulcro si travestì da donna, indossando una lunga tunica crocata, ovvero color giallo zafferano.

Egli cercò di camuffare il suo aspetto, spacciandosi per una suonatrice di lira, ma durante il banchetto venne tradito dalla sua voce.

Scoperto l’inganno, venne fatto un lungo processo ai danni dell’uomo, ma questi venne assolto, con grande ira di Cicerone, che dichiarò che la giuria era stata corrotta. Cesare, nel frattempo, aveva anche ripudiato Pompea, affermando che “la moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto”.

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