L’abitazione nel mondo tardo antico

La casa della tarda antichità era solitamente destinata ad un solo gruppo familiare, soprattutto nel caso di domus o villae.

Vi erano però anche delle insulae, con diversi appartamenti ma dotate di servizi in comune. Un altro tipo di abitazione più modesta, invece, includeva al proprio interno anche strutture legate ad attività artigianali. Ossia, presentava sia spazi abitativi che produttivi.

Ovviamente, nelle grandi città, come a Costantinopoli ad esempio, non mancavano anche baraccopoli costruite a ridosso di altri edifici.

Le domus

Le domus avevano la tendenza ad adattare la stanza principale, dalla caratteristica forma absidata, per ospitare banchetti.

Il fulcro dell’abitazione era costituito dalla corte centrale, spesso porticata. Questo era anche il luogo dell’approvvigionamento dell’acqua, necessaria all’attività domestiche; e costituiva inoltre una fonte di luce per tutti i vani perimetrali.

Serjilla, Siria. Veduta dell’abitato

Le finestre si affacciavano solitamente verso l’interno; mentre quelle dei piani inferiori erano coperte da grate.

A Costantinopoli, le finestre erano spesso anche provviste di balconi. Questi divennero così popolari che lo stesso imperatore Zenone (474 – 491) quando salì al trono, dovette approvare una legge per evitare che i balconi fossero più larghi di 15 piedi, e alti meno di 10 piedi da terra. Vi erano anche norme severe per impedire che una casa oscurasse troppo un’altra o ne impedisse la vista sul mare.

La vita familiare, soprattutto quella di donne e bambini, trascorreva in quest’area della casa.

Già dal V secolo in Occidente, e successivamente nel VII secolo in Oriente, però si assistette ad una frammentazione dei bracci del portico in unità minori, forse perché la casa non viene più abitata da un solo nucleo familiare, o perché si va a perder la funzione originale dei complessi.

In città la scomparsa della tipologia a peristilio corrispose alla creazione di nuove forme di edilizia privata, simili per l’aspetto ad un’architettura già presente nei villaggi e nei quartieri artigianali urbani. Già dal V secolo le case urbane, almeno nella zona del Mediterraneo, tendevano a svilupparsi in altezza ed a utilizzare il piano superiore per gli spazi residenziali, mentre i vani a pianterreno acquistano funzioni di servizio.

La diffusione dei bagni privati nelle domus e nelle ville tardoantiche è influenzata da cambiamenti di ampia portata nello stile di vita e nelle abitudini sociali. Ovviamente, la possibilità di costruire tali spazi nella propria abitazione costituisce una prerogativa di tipo elitario, condizionata dalla possibilità di garantire l’approvvigionamento idrico, il combustibile, e la mano d’opera necessari al funzionamento degli impianti.

Vi sono, inoltre, testimonianze archeologiche di canalizzazioni fittili in collegamento con pozzi e cisterne, realizzate prima dell’edificio e regolamentate da disposizioni legislative precise, inerenti ai diritti di approvvigionamento e ai doveri a carico dei proprietari.

Le case più ricche erano sicuramente anche riscaldate per mezzo del sistema dell’ ipocausto.

Tra gli spazi meno rappresentativi ma indispensabili per la vita domestica vi è la cucina. Questa era generalmente collocata al pianterreno e in posizione perimetrale, come le latrine, per lo smaltimento dei fumi e delle acque reflue.

Le cucine erano provviste di un basso focolare con tubi quadrati che formavano un camino.

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Ma se è facile distinguere alcuni spazi, identificarne altri costituisce un’impresa davvero ardua, data la scarsità di dati archeologici e fonti scritte. Alcune di queste, come Sidonio Apollinare, addirittura ci parlano della presenza di biblioteche private in case aristocratiche con scaffali, decorazioni alle pareti, e elementi di arredo in avorio e cristallo.

Un problema analogo riguarda i cubicula, ovvero le camere da letto, a volte collegate al peristilio, ma separate da questo per mezzo di un vestibolo.

A partire dalla seconda metà del V secolo e soprattutto nel successivo, vi fu un progressivo degrado delle lussuose residenze patrizie, con l’inserimento in ogni domus di più nuclei familiari. Ciò era dovuto alla crisi dell’istituzioni imperiali e all’impoverimento della classe aristocratica.

Le costruzioni si fecero sempre più elementari: edifici a un solo piano, con piante semplici, e realizzati con tecniche povere. I pavimenti erano generalmente in terra battuta o argilla, con focolai o forni per attività artigianali.

In città, costruzioni povere di questo tipo arrivarono ad occupare anche edifici di carattere pubblico, caduti in disuso, come nei casi del Capitolium di Brescia, o del Foro di Luni.

Alcuni studiosi hanno però ipotizzato che questa invasione di spazi pubblici si sia svolta sotto la supervisione dell’autorità.

Studi recenti, inoltre, hanno permesso di constatare come l’evoluzione dell’architettura residenziale privata urbana sia stata molto meno omogenea di quanto si ritenesse in precedenza: dove in alcuni luoghi infatti persiste l’esistenza e l’utilizzo di domus, anche in pieno VI secolo; dall’altra queste strutture furono del tutto abbondonate e sostituite da capanne in legno, o edifici con basamenti in muratura, e alzati in argilla, con coperture con tegole di spoglio.

Il primo segnale di scomparsa delle ville si registra nelle province del nord dell’impero, a partire dal IV secolo; ma divenne un fenomeno generalizzato già a metà del V.

Ricostruzione grafica della Villa di Almenara de Adaja (Valladolid, Spain), realizzata da José Ramón Almeida. Fonte: https://journal.eahn.org/article/id/7579/

Come per il caso delle residenze urbane, l’abbandono delle ville non significò la loro definitiva fine, ma piuttosto una trasformazione dei loro settori prettamente abitativi sia nell’assetto planimetrico sia per quanto riguarda gli aspetti funzionali: venivano alzati nuovi muri divisori a secco, eliminati in decori e i pavimenti musivi in favore di quelli più semplici in terra battuta, coperture lignee, e aggiunta di forni e focolai per le varie attività.

Anche se solitamente si tende a credere che il progressivo disuso dell’architettura residenziale di lusso sia dovuto all’impoverimento della società, in alcune situazioni le cause del degrado o del sorgere di nuove costruzioni più povere sono da rintracciare nella presenza di popolazioni esterne, insediatesi nell’arme urbane.

Un effetto devastante sull’edilizia urbana, ad esempio, era dato dall’acquartieramento all’interno delle mura cittadine di soldati, già a partire dal IV secolo (nel 375 alcune truppe germaniche risultavano stanziate a Vercelli). La pratica divenne abituale coi Goti.

La presenza alloctona in città o in campagna è spesso rivelata dalla presenza di capanne seminterrate a pianta quadrata o rettangolare. In alcune zone dell’impero, lungo il limes renano o in Gallia, queste strutture fecero la loro comparsa già sul finire del III secolo.

In Italia, questo tipo di abitazioni sembrerebbero non essere precedenti all’età gota, e sono situate in zone dove la presenza di popolazioni barbare è ben attestata anche in contesti funerari.

Talvolta, le capanne venivano costruite a ridosso di edifici romani presistenti, i quali al contrario venivano adibiti a spazio funerario. Ciò accade in tutte le province dell’Occidente Mediterraneo.

Uno degli aspetti della ricerca archeologica degli ultimi anni è stata la constatazione di una tendenza verso l’accentramento della popolazione rustica in villaggi, a partire dal V, ma soprattutto nel VI secolo.

Abitazioni in campagna

La maggior parte di ciò che sappiamo in merito all’abitazioni del periodo tardoromano riguarda soprattutto le dimore dei nobili e gli edifici urbani. Le case di campagna sono raramente descritte nelle fonti, e sono pochi i siti in cui sono stati effettuati dei scavi a riguardo.

Solitamente, erano le tradizioni locali a determinare il materiale da costruzione: pietra, mattoni, legno, graticcio e intonaco.

La casa era composta da due o tre ambienti, uno dei quali conteneva un focale e fungeva sia da cucina sia da camera da letto per tutto il nucleo familiare. L’altra svolgeva la funzione di deposito, per grano o vino, o magari un mulino azionato da un animale.

Disegno di un mulino ad acqua di VI secolo

Il piano superiore costituiva invece l’appartamento vero e proprio.

Il pavimento era composto da un semplice strato di terra battuta, mentre il tetto era in paglia. Le coperture con piastrelle in ceramica sembrano esser molto rare. Anche il mobilio era molto scarno: i letti, composti da assi di legno, venivano usati non solo per dormire, ma anche come seduta, e a volte addirittura per mangiare.

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Letture consigliate

I. Baldini 2016, Gli spazi abitativi della famiglia tardoantica, in La famiglia tardoantica: Società, diritto, religione, pp. 145 – 169 

G. Cavallo (a cura di), L’uomo bizantino, 1992

G. Ravegnani, La vita quotidiana alla fine del mondo antico, 2015

T. Talbot Rice 1988, Everyday life in Byzantium


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