L’alimentazione del soldato romano tardo antico (IV-VII sec.)

L’alimentazione del miles romano tardo antico era costituita solitamente da pane, vino, olio e carne (castrato o maiale salato).

Al 560 d.C. risale un papiro egiziano che illustra come le truppe dovessero ricevere ogni giorno quattro libbre di pane (ca. 1,3 kg), una di carne, circa un litro di vino e dell’olio.

Il quantitativo di pane descritto dal papiro corrisponde al choenix di pane menzionato da Procopio di Cesarea nelle sue Guerre, e in genere tutti gli alimenti descritti nel papiro sono in linea con disposizioni dei due secoli precedenti in materia.

Il codice teodosiano, emanato dall’imperatore Teodosio II nel 438, riporta che:”buccellatum ac panem, vinum quoque atque acetum, sed et laridum, carnem verbecinam“, ossia che ogni soldato avrebbe dovuto ricevere “il bucellatum e il pane, vino ed aceto, ma anche lardo e carne di castrato”.

Questa disposizione inserita nel codice teodosiano del resto era una legge già emanata nel 360 da Costanzo II, facendo dunque intuire la stabilità e la longevità di questo sistema.

La stessa disposizione prevedeva con precisione anche in che giorni e con che cicli i soldati avrebbero dovuto mangiare determinati alimenti, particolarmente quando impegnati in una campagna militare: due giorni di bucellatum e uno di pane, il vino a giorni alterni con l’acetum, due giorni di carne di castrato seguito da un giorno di lardo.

Quando l’esercito si trovava in guerra il pane era generalmente alternato al buccellatum, una galletta militare composta da acqua, farina, olio, e sale.

Questa doveva risultare alquanto dura e veniva cotta due volte a basse temperature per molto tempo.

Il bucellatum poteva esser mangiato secco o inzuppato nella posca, una bevanda molto dissetante.

Quest’ultima si otteneva mescolando acqua e aceto di vino, ai quali a volte potevano essere aggiunti miele o spezie per migliorarne il sapore.

L’acido acetico eliminava gran parte dei microorganismi responsabili dei disturbi gastrici, riducendo così il rischio di dissenteria.

Quanto al vino, una disposizione del 398 che si ritrova già nel codice teodosiano e incorporata nel codice giustinianeo indica come dovesse essere fornito vino di stagione, probabilmente novello, a partire da novembre, e non vino vecchio. Quest’ultimo avrebbe avuto infatti un costo eccessivo.

La preparazione del cibo era spesso un compito della popolazione civile: fornai nelle città, proprietari terrieri nelle campagne.

Sappiamo anche dalle fonti che la corruzione legata alla produzione alimentare poteva avere effetti devastanti sulla salute dei soldati.

Durante la guerra vandalica, il prefetto del pretorio Giovanni di Cappadocia speculò infatti sulla fornitura del buccellatum, facendolo cuocere meno del necessario.

A causa di ciò, il bucellatum non poté conservarsi adeguatamente. I soldati che lo mangiarono finirono per intossicarsi e ne morirono circa 500.

Ciò costrinse Belisario a sequestrare le gallette andate a male rimaste e a farsi inviare nuove provviste.

Tolti gli alimenti previsti dalla legislazione, in ogni caso i soldati integravano sicuramente la dieta appena possibile, con prodotti del territorio dove erano stanziati, o dei territori che saccheggiavano.

Il saccheggio poteva anche riguardare la popolazione romana stessa. Nella prima fase della guerra vandalica, per esempio, Belisario si curò di ordinare ai suoi soldati di non devastare e saccheggiare le campagne, per non inimicarsi la popolazione.

Letture consigliate

G. Cascarino, C. Sansilvestri 2009, L’esercito romano. Armamento e organizzazione. Vol. III: dal II secolo alla fine dell’impero d’Occidente

G. Cascarino, C. Sansilvestri 2012, L’esercito romano. Armamento e organizzazione. Vol. IV: l’impero d’Oriente e gli ultimi Romani

G. Cavallo (a cura di) 1992, L’uomo bizantino

G. Ravegnani 1998, Soldati di Bisanzio in età giustinianea

G. Ravegnani 2009, Soldati e guerre a Bisanzio: il secolo di Giustiniano

G. Ravegnani 2015, La vita quotidiana alla fine del mondo antico


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