Il vescovo nel periodo tardo antico e alto medievale

Chi era il vescovo?

Prima di accedere alla carica vescovile, il vescovo doveva aver trascorso buona parte della sua vita in un monastero.
Il fatto di provenire da un monastero non si basava su un imperativo di carattere canonico, ma sulla concezione che la via per giungere a Dio passasse attraverso le mura monasteriali.

Molti monaci rifiutarono la carica episcopale per perseguire un’ideale di vita contemplativa.

Nonostante tutti i mutamenti politici, ideologici e sociali avvenuti nella storia dell’impero romano nel periodo tardo antico e altomedievale, per esser vescovo bisognava rispondere a requisiti precisi e piuttosto costanti nel tempo: esperienza monastica, cultura, capacità di comando ed impegno sociale, buona dialettica, acume intellettuale.

Il compito del vescovo era quello di difendere e conservare l’unica vera dottrina cristiana ortodossa nei territori dentro e fuori dall’impero.

Proprio la cultura e l’amore per la filosofia e la dialettica avrebbero aiutato il vescovo nel suo arduo compito di difendere la fede dai pagani e dagli eretici, attraverso la speculazione e la definizione di concetti di natura teologica.

I vescovi dei secoli IV e V erano per la maggior parte uomini di estrazione sociale medio-alta, che provenivano da studi classici…cioè pagani.
Amavano la letteratura antica, tanto che molte prediche erano costruite secondo le leggi della retorica classica, con allusioni ai testi antichi.

Nonostante la cristianizzazione dell’impero, l’istruzione non divenne mai un appannaggio del clero. La formazione dei colti restò mista di elementi classici e teologici.

Ciò rendeva l’istruzione e la preparazione scolastica di laici ed ecclesiastici praticamente identica, tanto da esser ruoli intercambiabili. Non mancano infatti casi in cui laici, per ragioni politiche, passarono a servire lo Stato presso una sede vescovile o addirittura come Patriarchi.

Questo è il caso eclatante del matematico Leone il Filosofo, nominato metropolita dall’imperatore Teofilo (829 -842) senza che ciò destasse il benché minimo scandalo, per via delle sue conoscenze in campo scientifico e matematico. Proprio per queste conoscenze, Leone venne in seguito chiamato alla corte del califfo di Baghdad.

Le nomine ecclesiastiche di questo tipo servivano insomma a trovare a questi grandi eruditi ed intellettuali un posto adeguato e di prestigio nella società.

Esistevano anche vescovi incolti. Questi però non erano visti di visti di buon occhio, ed erano considerati rozzi e ignoranti. Spesso venivano costretti ad abdicare proprio per questo.

Queste considerazioni non ci devono indurre a credere che i vescovi più colti si siano mai preoccupati del livello d’istruzione delle città in cui operavano. Il divario culturale tra la capitale e la periferia era immenso.

Per la maggior parte dei vescovi, del resto, ogni scusa era buona per recarsi a Costantinopoli: partecipazione a sinodi, problemi legati all’amministrazione della propria diocesi, sistemazione di affari con l’amministrazione centrale, etc.

L’imperatore Giustiniano intervenne al riguardo, proibendo ai vescovi di assentarsi dalla propria diocesi per più di sei mesi. Tale decreto non solo suscitò numerose polemiche, ma non ebbe nemmeno l’effetto sperato.

A Costantinopoli venne anche istituito un sinodo permanente (synodos endemousa), in cui si discuteva di problemi di fede e politici, tenendo occupati i vescovi nella Capitale, lontano dai luoghi loro assegnati.

La gerarchia ecclesiastica e l’elezione

Come accennato sopra, la sede del vescovo era dunque la città, centro della vita cittadina e dell’amministrazione imperiale.

La giurisdizione del vescovo si estendeva anche fuori le mura cittadine.
Così come la religione cristiana si estese seguendo le strutture geografiche ed amministrative dell’Impero, così l’organizzazione territoriale e la gerarchia ecclesiastica ricalcavano l’ordine politico, anche se i confini delle diocesi non sempre corrispondevano a quelli delle vecchie province.

Nelle città vi erano insediati i vescovi, nei capoluoghi di provincia i metropoliti, gli arcivescovi in città con maggior rilevanza politica.
Nei piccoli centri di campagna, la diffusione della fede e la cura dei fedeli spettavano invece ai preti.

Ben presto, i vescovi di alcuni importanti centri dell’Impero, come Roma, Alessandria d’Egitto e Antiochia, assunsero il titolo di patriarchi. Il titolo di Patriarca, nella concezione romano-orientale si basava sul prestigio politico.

Il vescovo veniva eletto dal clero e dai notabili della diocesi, confermato dal metropolita e infine consacrato da due o tre vescovi della medesima circoscrizione. Nell’elezione e consacrazione erano, ovviamente, vietati ogni forma di nepotismo o simonia. L’elezione del metropolita, invece, spettava al patriarca, dietro proposta del sinodo.

Il patriarca, al contrario, era eletto inizialmente dal clero, ma in realtà era l’imperatore a decidere su consiglio dei metropoliti. Ma se il sovrano aveva un candidato di sua preferenza, allora procedeva autonomamente.

Anche se in linea generale restava la rigida divisione tra carriera statale e ecclesiastica, il ruolo pastorale era indissolubilmente legato alla politica, per via del ruolo ricoperto e l’amministrazione provinciale conferite dalla legislazione giustinianea.

Risulta così chiaramente comprensibile il perché gli imperatori fossero interessati a controllare l’elezioni dei vescovi. Anche se era nell’elezione del Patriarca che il sovrano esercitava in maniera più autoritaria il diritto di nomina. Nella Capitale, il Patriarca viveva a stretto contatto con l’imperatore, e egli ne aveva il pieno controllo sia sulla sua nomina sia sulla sua abdicazione.

I compiti del vescovo

All’interno della propria diocesi, il vescovo aveva giurisdizione ecclesiastica e secolare sul clero locale e sui monaci. Era severamente proibito immischiarsi in affari di un’altra diocesi.

Il vescovo aveva l’obbligo di risiedere nella propria diocesi, di visitare regolarmente tutte le comunità e di amministrare correttamente il patrimonio ecclesiastico, privilegiando elargizione di denaro in favore dei poveri, degli orfani, dei malati, delle vedove, dei carcerati, e dedicarsi all’edilizia sacra.

Ph. Martina Cammerata Photography

Doveva svolgere tutte queste funzioni senza ricevere alcun pagamento o stipendio, il che vuol dire che doveva provvedere a sé e alla diocesi con le sole entrate della Chiesa.

Gli uffici statali e attività commerciali erano proibite al clero.

Dato che il vescovo, come tutti gli ecclesiastici, non poteva imbracciare le armi (anche se si hanno notizie di vescovi che andarono in guerra contro i Saraceni, e per questo vennero sospesi), la sua vera forza risiedeva nella parrhesia, ossia la libertà di espressione, dinanzi ai potenti.

Abbiamo testimonianze, infatti, di vescovi che parlarono apertamente in pubblico, in favore di innocenti e condannati ingiustamente, e di vescovi che si recarono a Costantinopoli per ottenere agevolazioni fiscali per le proprie diocesi, o ancora di vescovi che restarono nelle proprie città assediate, quando orami addirittura i comandanti militari si erano dati alla fuga.

La parrhesia, ovviamente, era rischiosa e raramente conduceva al risultato sperato, soprattutto se contro l’imperatore.

Letture consigliate

G. Cavallo (a cura di) 1992, L’uomo bizantino

G. Ravegnani 2015, La vita quotidiana alla fine del mondo antico

T. Talbot Rice 1988, Everyday life in Byzantium


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