Il sacrificio animale nel mondo antico

Nel mondo antico il rapporto tra uomini e animali era molto stretto. La presenza animale era quotidiana e costante.

Gli animali erano usati per l’allevamento, per l’agricoltura, per la caccia, e ovviamente non mancavano gli animali di compagnia.

Nonostante la massiccia presenza di animali, il consumo di carne era però limitato.

La maggior parte della carne consumata da Greci e Romani aveva un’origine sacrificale, e proveniva quindi da ambienti legati al sacro ed al culto.

Il sacrificio nella Grecia antica

La thysia, ossia il sacrificio, costituiva la parte centrale dei riti religiosi greci.

Il sacrificio era preceduto da una processione, in cui la vittima era condotta all’altare.

Gli animali scelti per il sacrificio erano raramente bestie da lavoro, eccezion fatta per la Bouphonia, una particolare cerimonia che si svolgeva durante le Dipolie, festa in onore di Zeus Polie.

La vittima sacrificale doveva esser kathos kai enteles, ossia pura ed in età adulta, il manto preferibilmente candido, mentre gli animali che presentavano una colorazione più scura erano riservati per i culti delle divinità ctonie.

Analizzando i terreni attorno ai templi si è capito che solitamente erano sacrificati bovini, ovini e suini. Altri animali (es. equini, gatti, piccioni, animali selvatici etc.) costituiscono solo un dieci per cento delle vittime.

Prima di procedere col rito vero e proprio, l’animale doveva essere asperso con grano e sale. In seguito, il sacerdote prevedeva a bagnare l’animale con acqua.
Un ciuffo della criniera della vittima veniva tagliato, in modo tale che l’animale potesse essere consacrato alla divinità.

Infine, la vittima sacrificale veniva uccisa tramite sgozzamento.

A seguito del rituale, la carne veniva divisa tra i partecipanti al rito. Le viscere erano mangiate immediatamente, mentre il resto della carne veniva macellato in seguito da un figura apposita, il mageiros. Il knise, ossia il fumo, era per gli Dei.

Raramente in Grecia si sono avuti casi di olocausto, ossia un sacrificio di massa di un gran numero di animali della stessa specie – la maggior parte dei casi avvenne prima di grandi battaglie.

Il sacrifico nella Roma Antica

A Roma, il sacrificio attingeva le sue radici sia nel rituale greco sia in quello etrusco.

A differenze di quello greco, l’officiante (che poteva esser lo stesso pater familias o un magistrato) doveva aver il capo velato e la toga. Vi dovevano esser vino, libagioni e incenso.

Dopo che il sacerdote imponeva il silenzio, i tibicines (suonatori di strumenti a fiato) suonavano un melodia di accompagnamento.
In seguito, la vittima veniva cosparsa con la mola salsa (un miscuglio di farina, grano e acqua), preparata rigorosamente dalle Vestali. Prima di procedere al sacrificio, all’animale veniva infine praticato un taglio dalla testa alla coda.

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Alcuni organi interni della vittima sacrificale, come il cuore, i polmoni e la cistifellea, venivano grigliati e riservati agli dei – in particolare, come nel rito greco, il fumo.
Se si trattava di divinità acquatiche, questi organi erano gettati sul fondale di mari, specchi e corsi d’acqua.
Se invece si fosse trattato di divinità ctonie, gli organi andavano seppelliti.

Un rito particolare era quello del Taurobolium un rito originario dell’Asia Minore. Questo consisteva nel sacrificio di un grosso toro in onore della dea Cibele.

Il sacrifico dei tori era tipico anche di altri culti, come quello di Giove, ma esclusivo del culto di Cibele era il battesimo del sangue, strettamente connesso col Taurobolium.
La ragione immediata del sacrificio cruento era quella di cospargere del sangue della vittima il devoto a cura del quale si officiava il rito.

Il devoto veniva condotto in una specie di cella sotterranea, a poca profondità dal suolo, coperta da un graticciato ligneo. Dato che il sacrificio della vittima a cura del sacerdote avveniva immediatamente sopra, era facile ottenere che il sangue piovesse direttamente sul capo del devoto.

Il sangue doveva scendere lungo tutto il corpo, ad attestare l’avvenuta purificazione e rinascita.

L’arma che veniva usata per uccidere la vittima era una corta spada appuntita a doppio taglio, nota col nome greco di arte, avente presso l’estremità una punta ritorta a uncino e tagliente soltanto dal lato esterno convesso. Ciò causava una maggiore fuoriuscita di sangue.

Il battesimo di sangue serviva a purificare il devoto da ogni colpa, ed ad assimilarlo alla divinità, rendendo immortale la sua anima. Il concetto della rinascita era implicito nella discesa nella cella, accompagnata da canti funebri.

Questa cerimonia, inoltre, non avveniva solo in favore del singolo individuo, ma poteva esser anche pro salute, reditu, et victoria del sovrano o di altre persone.

Altre particolare rito era quello del Cribolium, ossia il sacrificio di un montone, forse in onore di Attis.

Data la gran quantità di persone che nell’Urbe prendevano parti ai riti, la sola carne della vittima non sarebbe bastata a sfamare tutti. Quindi spesso, nello stesso luogo, venivano macellati più animali.

Letture consigliate

F. Dupont 2000, La vita quotidiana nella Roma repubblicana

P. Li Causi 2018, Gli animali nel mondo antico


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